Martedì, 14 luglio 2020 - ore 16.02

La vittoria di Trump dalla due sponde atlantiche di Mario Agostinelli

Inchiesta, Dicembre 2016 Interessante scritto di Mario Agostinelli che esamina come è avvenuta e le conseguenze della vittoria di Trump.

| Scritto da Redazione
La vittoria di Trump dalla  due sponde atlantiche di Mario Agostinelli

IL PAESAGGIO CHE CELAVA IL SUCCESSO DI TRUMP

Avendo seguito direttamente alcuni eventi della campagna elettorale nel Maryland e a Washington prima della nomina di Trump e Hillary a sfidanti finali ed essendo in continua comunicazione con un figlio che vive e lavora sulla costa atlantica in un ambiente multiculturale e aperto alle relazioni, ho più volte esorcizzato “razionalmente” le paure e i nessi che mi colpivano osservando gli operai neri e bianchi con in mano i più sguaiati tabloid filo-trump o l’esibizione di enormi pannelli sui grattacieli e alberghi in restauro di proprietà del tycoon con le sequenze “DAVID” e “TRUMP” su sfondi a stelle e strisce, o ancora i supermercati alimentari con i bancali vicino alle casse riempiti di Winchester, proiettili e perfino granate. Ho pensato a quelle vicende degli States che gli ambienti progressisti amano dissimulare come un po’ grotteschi e curiosamente residuali, così come a loro risultano invisibili gli innumerevoli homeless, disoccupati o veterani che incocci agli incroci di entrata alle città, sfuggiti al presidio della polizia forse perché innalzano le stesse strazianti e impotenti scritte su cartone degli zingari e degli sciancati che incontri a Milano. Esempi ed episodi che ho fotografato con lo spirito di cogliere anomalie o stranezze, eccentriche increspature in tessuti urbani, paesaggi e società, che facilmente si “redimono” a fronte di un consumismo esibito come opulenza diffusa, di  quasi tutte le abitazioni impreziosite di particolari e cure sulle facciate e di alberi piantumati lungo i viali, di ogni spettacolo di tecnologia sofisticata e costosa che accompagna la pratica generalizzata degli sport anche più essenziali praticati da “amateur”. Fissate dall’obiettivo e nella memoria mentre tutto appare in moto – “in trasporto” dentro una cornice di “operosità condivisa” – sotto osservazione, in qualsiasi comunità ti trovi, dei fregi solenni delle istituzioni riempite di telecamere e ammonito dalla retorica dei monumenti antirazzisti come dei conquistatori, o, infine, rassicurato dall’antimilitarismo delle canzoni di Bruce Springsteen, gridato negli stadi per tournè di 140 giorni l’anno ed osannato dagli studenti dei campus o dai trecentomila assiepati sull’erba del Mall nel “Veterans day” di Novembre. Insomma, nessun Trump alla vista, mentre il libro di Spannaus “Perché vince Trump” stampato da Mimesis e andato nelle librerie ad inizio 2016 raggiungeva a stento le 400 copie vendute.

Dopo il risultato a favore di Trump, ho preso atto che spesso in politica c’è un’eterogenesi dei fini. Per calcoli sbagliati, o incauti, o per la distanza creatasi tra la vita degli opinionisti e la società reale o perfino per un’insufficiente etica pubblica, si può aprire la strada a esiti non voluti. Negli Usa i democratici anche più convinti non hanno fatto ricorso ad un principio di precauzione, che avrebbe svelato loro che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro e il popolo che vota cerca un’altra offerta politica. Quei soggetti che osservavo come marginali, vanno invece considerati con diversa attenzione e messi sotto la lente dei processi democratici nella società in cui tempo e spazio sono stati stravolti dalla quasi simultaneità della informazione, che mentre mostra a chiunque le due facce della medaglia prodotta dall’ineguaglianza, svela anche che la riduzione di rappresentanza democratica trasferita ai soloni dei  talk show (sempre gli stessi per giorni e giorni!) e umiliata dal pettegolezzo sulla moralità privata dei candidati (sempre a cura della stessa columnist sulla seconda pagina del quotidiano di prestigio politically correct) costringe le alternative a configurarsi comunque solo nei programmi strillati da super-ricchi finanziati dalle lobby.

Sanders ha colto queste sfasature ed ha ripetuto (l’ho ascoltato in uno stadio di hockey stracolmo -  che l’errore di Hillary stava nell’essere “contro e non per” e di sparare ripetutamente su Trump per gli scandali sessuali, invece di sottolineare e semmai contestare le sue proposte in favore dei settori popolari che lei confondeva con la classe media più stereotipata. Insomma, la rimproverava di “essere dichiaratamente e fisiologicamente donna, senza però sentire le spinte a rigenerare, ferma sulla difesa di uno status quo indifendibile di cui faceva parte consustanzialmente”.

Purtroppo la personalizzazione del sistema americano tende a minimizzare le analisi socioeconomiche che stanno al fondo anche dei processi di selezione della classe dirigente, ma, essendo invece le appartenze sociali risultate almeno da due presidenziali decisive, qui insisteremo soprattutto su di esse. La Clinton, possiamo dirlo con il senno del poi, era la peggior candidata che i democratici USA avrebbero potuto scegliere: complice di Wall Street, incapace di parlare all'America ferita da speculazione, deindustrializzazione e delocalizzazione: quella che nonostante i "buoni risultati" dell'economia americana si trova sempre più impoverita (ormai è chiaro che sarebbe stato meglio Sanders al suo posto). Le élites anche in Europa dovranno pur fare una riflessione sul disagio e la disaffezione che provocano queste economie che vedono il PIL crescere, i bilanci pubblici andare in pareggio, ma in cui la gente si trova sempre più indebitata quando non precarizzata e disoccupata.

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