Martedì, 02 marzo 2021 - ore 11.58

MATRIMONI E UNIONI CIVILI IN FORTE CALO: I DATI ISTAT

| Scritto da Redazione
MATRIMONI E UNIONI CIVILI IN FORTE CALO: I DATI ISTAT

Nel 2019 sono stati celebrati in Italia 184.088 matrimoni, 11.690 in meno rispetto all’anno precedente (-6,0%). Il calo riguarda soprattutto i primi matrimoni. Scendono anche le seconde nozze o successive (-2,5%) ma aumenta la loro incidenza sul totale: ogni 5 celebrazioni almeno uno sposo è alle seconde nozze.

I divorzi diminuiscono leggermente (85.349, -13,9% rispetto al 2016, anno di massimo relativo) dopo il boom dovuto agli effetti delle norme introdotte nel 2014 e nel 2015 che hanno semplificato e velocizzato le procedure. Pressoché stabili le separazioni (97.474).

Questi, in sintesi, i dati rilevati dall’Istat nel report su matrimoni e unioni civili in Italia, da cui emerge che nel nostro Paese le libere unioni sono sempre più diffuse, anche nel caso di famiglie con figli; basti pensare che nel 2019 un nato su tre ha genitori non coniugati.

I DATI

Ancora in crisi i primi matrimoni

Al netto delle fluttuazioni congiunturali, la diminuzione dei matrimoni è dovuta prevalentemente al calo delle prime nozze. Assumendo come riferimento il 2008 (anno che precede le varie modifiche legislative che segna l’inizio della recessione economica), i matrimoni tra celibi e nubili sono passati da 212 mila a poco più di 146 mila. Nel 2019 si registra un nuovo minimo relativo delle prime nozze rispetto a quello osservato nel 2017 (152.500).

Nella maggior parte dei casi i primi matrimoni riguardano sposi entrambi italiani (84,5%), in forte flessione rispetto al 2008: da 185.749 a 123.509 nel 2019 (-33,5%).

SEMPRE PIÙ TARDI LE PRIME NOZZE

Il calo dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che quadruplicate dal 1998-1999 al 2018-2019, passando da circa 340 mila a 1 milione 370 mila. L’incremento dipende prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili (da 150 mila a 834 mila circa).

Le libere unioni sono sempre più diffuse anche nel caso di famiglie con figli; l’incidenza di bambini nati fuori del matrimonio è in continuo aumento: nel 2019 un nato su tre ha genitori non coniugati.

Sono in continuo aumento anche le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

MENO MATRIMONI TRA I PIÙ GIOVANI

La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è, come è noto, dovuta a molteplici fattori: aumento diffuso della scolarizzazione e allungamento dei tempi formativi; difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro e condizione di precarietà del lavoro stesso; difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. L’effetto di questi fattori si amplifica nei periodi di congiuntura economica sfavorevole, spingendo i giovani a ritardare ulteriormente, rispetto alle generazioni precedenti, le tappe dei percorsi verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famiglia.

In base ai risultati degli indicatori usati dall’Istat, la propensione a sposarsi per la prima volta ha subito un vero e proprio crollo, rispetto al 2014, tra i giovani fino a 34 anni (rispettivamente -9,5% per gli uomini e -7,8% per le donne). Aumenta invece tra i 35 e i 49 anni (+ 12,2% e +23,1%), proprio per effetto della posticipazione dell’evento verso età sempre più mature. D’altra parte sono proprio i giovani sino a 34 anni a non aver ancora recuperato l’occupazione persa negli anni precedenti.

Il rinvio delle prime nozze è dunque sempre più accentuato: attualmente per i primi matrimoni entro i 49 anni di età gli uomini hanno in media 33,9 anni e le donne 31,7 (rispettivamente 1,8 e 2,3 anni in più

rispetto al 2008).

QUASI DUE MATRIMONI SU 10 CON ALMENO UNO SPOSO STRANIERO

Nel 2019 sono state celebrate 34.185 nozze con almeno uno sposo straniero, valore sempre in aumento negli ultimi 5 anni. Questa tipologia di matrimoni riguarda quasi due matrimoni su 10 (il 18,6% del totale dei matrimoni).

I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a oltre 24 mila nel 2019 e rappresentano la parte più consistente (70,7%) dei matrimoni con almeno uno sposo straniero. Nelle coppie miste la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera (17.924, pari al 9,7% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2019).

Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 6.243, il 3,4% del totale delle spose.

Le cittadinanze coinvolte sono molto diverse a seconda della tipologia di coppia considerata. Gli uomini italiani che nel 2019 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 17,0% dei casi una moglie rumena, nel 14,0% un’ucraina, nel 6,5% una brasiliana e nel 6,3% una russa.

Le donne italiane che hanno contratto matrimonio con un cittadino straniero, invece, hanno più spesso sposi con cittadinanza marocchina (15,2%) o albanese (9,7%).

I casi in cui entrambi gli sposi sono stranieri sono 10.018 (il 5,4% dei matrimoni totali). Se si considerano solo quelli in cui almeno uno degli sposi è residente in Italia il totale è pari a 5.924 nozze.

Considerando i matrimoni di sposi entrambi stranieri in cui almeno uno è residente in Italia, quelli più diffusi sono tra rumeni (1.462 nel 2019, pari al 24,7% dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguono quelli tra nigeriani (799 pari al 13,5%) e ucraini (487 pari a 8,2%).

PIÙ SPOSI STRANIERI AL CENTRO E AL NORD

La quota dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è notoriamente più elevata nelle aree in cui è più stabile e radicato l’insediamento delle comunità straniere, cioè al Nord e al Centro. In queste due aree del Paese quasi un matrimonio su quattro ha almeno uno sposo straniero mentre nel Mezzogiorno questa tipologia di matrimoni è circa del 10%.

A livello regionale in cima alla graduatoria vi sono la provincia autonoma di Bolzano (32,4%), la Toscana (28,1%), l’Umbria (26,8%) e la Lombardia (25,3%). Tutte le regioni del Mezzogiorno si trovano sotto la media nazionale.

AUMENTA LA QUOTA DI SECONDE NOZZE

L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie ricostituite composte da almeno una persona che ha vissuto una precedente esperienza matrimoniale, generando nuove tipologie familiari.

Nel 2019, il 20,6% dei matrimoni riguarda almeno uno sposo alle seconde nozze (o successive) (13,8% nel 2008). L’evidente aumento - soprattutto nel biennio 2015-2016 - deriva in misura significativa dall’introduzione del divorzio breve; il valore registrato nel 2019 (37.938), invece, è del tutto in linea con quello dei due anni precedenti, ipotizzando quindi una sostanziale stabilizzazione della quota di secondi matrimoni.

La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (12.928 nozze, il 7,0% dei matrimoni celebrati nel 2019); seguono le celebrazioni in cui è la sposa divorziata e lo sposo è celibe (5,9 %) e quelle in cui entrambi sono divorziati (5,6%).

Anche l’età media degli sposi al secondo matrimonio mostra un aumento consistente tra il 2008 e il 2019. L’età degli sposi precedentemente vedovi è passata da 61,2 anni a 70,9 e quella delle spose precedentemente vedove da 48,4 anni a 51,4.

Analoga tendenza per gli sposi divorziati: nel 2019 gli sposi già divorziati hanno in media 54,9 anni e le spose già divorziate 47,2 anni (rispettivamente +6,8 anni per gli uomini e +4,6 per le donne rispetto al 2008). La posticipazione delle tappe del ciclo di vita, accompagnata dall’aumento dei livelli di sopravvivenza, coinvolge quindi in maniera sempre più evidente anche chi decide di sposarsi per la seconda volta.

Le percentuali più elevate di matrimoni con almeno uno sposo alle seconde nozze sul totale delle celebrazioni si osservano, nell’ordine, in Liguria (33,1%), Valle d’Aosta (32,3%), Friuli-Venezia Giulia (31,0%), Emilia-Romagna (29,4%) e Piemonte (29,0%). Le incidenze più basse si rilevano, invece, in Basilicata (7,9%), Calabria (9,4%) e Campania (10,0%), con percentuali più che dimezzate rispetto al valore medio nazionale (Figura 6). I matrimoni successivi al primo sono più diffusi laddove si registrano i tassi di divorzio più elevati, ovvero nelle regioni del Nord e del Centro.

CON RITO CIVILE PIÙ DELLA METÀ DELLE NOZZE

Un altro tratto distintivo dell’evoluzione della nuzialità è la crescita sostenuta delle nozze celebrate con il rito civile, passate dal 2,3% del 1970, al 36,7% del 2008 fino al 52,6% del 2019 (96.789 matrimoni celebrati con rito civile). I matrimoni con rito civile sono 2 su 3 al Nord e circa 1 su 3 al Sud.

Sono celebrate prevalentemente con rito civile le seconde nozze e successive (94,8%) e i matrimoni con almeno uno sposo straniero (90,3%), entrambe in deciso aumento: le prime dal 13,8% sul totale dei matrimoni celebrati nel 2008 al 20,6% del 2019, le seconde dal 15,0% al 18,6%. L’aumento del rito civile, quindi, è in parte spiegabile con la corrispondente crescita di queste tipologie di matrimonio.

Tuttavia, la scelta di celebrare il matrimonio con il rito civile si sta affermando rapidamente anche nei primi matrimoni (dal 27,9% del 2008 al 41,6% del 2019).

Considerando i primi matrimoni di sposi entrambi italiani, che costituiscono l’84,5% del totale dei primi matrimoni, l’incidenza media di quelli celebrati con il rito civile è del 33,4% (20% nel 2008). Questa quota - che può essere letta come un indicatore di secolarizzazione - presenta una spiccata variabilità territoriale: si passa dal 21,2% nel Mezzogiorno al 43,5% del Nord e al 41,1% del Centro.

Un altro aspetto è legato alla struttura per età degli sposi entrambi italiani: tra i giovani under30 che si sposano per la prima volta si osserva un comportamento più “tradizionale” rispetto a chi si sposa in età successive; la quota di primi matrimoni celebrati con rito civile è, infatti, al 26,5% per i più giovani e al 39,4% per chi si sposa per la prima volta in età più matura. Per i più giovani, inoltre, la variabilità territoriale è più contenuta, pur restando evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno (30,2% contro 23,4%).

Per chi si sposa dai 30 anni in su il differenziale territoriale è ancora più marcato: si va dal 50,8% di prime nozze celebrate con rito civile al Nord, al 46,3% del Centro, rispetto al 22,6% del Mezzogiorno.

Anche la scelta del regime patrimoniale di separazione dei beni è un fenomeno in rapida crescita: nel 2019 riguarda il 72,8% dei matrimoni (62,7% nel 2008, 40,9% nel 1995).

UNIONI CIVILI DI COPPIE DELLO STESSO SESSO PIÙ DIFFUSE NEL NORD-OVEST

Il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la Legge che ha introdotto in Italia l'istituto dell'unione civile tra persone dello stesso sesso.

Nel corso del secondo semestre 2016 si sono costituite 2.336 unioni civili, un numero particolarmente consistente che ha riguardato coppie da tempo in attesa di ufficializzare il proprio legame affettivo. Al boom iniziale ha fatto poi seguito un progressivo ridimensionamento.

Nel 2019 sono state costituite 2.297 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), e degli anni 2017 (4.376) e 2018 (2.808). Come atteso, dopo il picco registrato subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge, il fenomeno si sta progressivamente stabilizzando.

Il 37,9% delle unioni civili è nel Nord-ovest, seguito dal Centro (26,7%). Tra le regioni in testa si posiziona la Lombardia con il 24,5%, seguono Lazio (15,3%), Piemonte (9,6%), Emilia-Romagna (9,3%) e Toscana (8,8%).

Considerando i tassi per 100mila residenti, il Lazio si colloca al primo posto (6,1 per 100mila), seguito da Lombardia (5,6), Toscana e Liguria (5,4).

Emerge con particolare evidenza il ruolo attrattivo di alcune metropoli. Nel 2019 nel comune di Roma e in quello di Milano le unioni sono state complessivamente il 20,3% del totale (rispettivamente il 10,8% e il 9,5%). Particolarmente rilevante è il ruolo della provincia di Roma dove si è concentrato il 14,0% di tutte le unioni civili e di quella di Milano (con il 12,3% del totale delle unioni).

Si conferma anche nel 2019 la prevalenza di coppie di uomini (1.428 unioni, il 62,2% del totale), anche se in progressivo ridimensionamento (73,6% nel 2016, 67,7% nel 2017 e 64,2% nel 2018). Tale quota è abbastanza simile in tutte le ripartizioni: dal 60,4% del Sud al 66,4% delle Isole. In Lombardia le unioni civili di uomini sono il 65,1%, nel Lazio il 62,8%.

INSTABILITÀ CONIUGALE IN VIA DI RIASSESTAMENTO DOPO IL BOOM

L’andamento dei divorzi è stato in costante aumento dal 1970 (anno in cui il divorzio fu introdotto nell’ordinamento italiano) fino alla metà del decennio scorso. Dal 2015 il numero di divorzi ha subito una forte impennata (+57,5% in un solo anno) a seguito dell'entrata in vigore di due leggi che hanno apportato importanti modifiche alla disciplina dello scioglimento e della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Si tratta del Decreto legge 132/2014 introdotto con l’obiettivo di semplificare e velocizzare le procedure consensuali senza rivolgersi ai Tribunali e della Legge 55/2015 (c.d. Divorzio breve) che ha fortemente ridotto l’intervallo tra separazione e divorzio (dodici mesi per le separazioni giudiziali e sei mesi per quelle consensuali).

In conseguenza di questi provvedimenti, oltre all’effetto diretto sull’aumento delle separazioni e soprattutto dei divorzi si è evidenziato un effetto indiretto sull’aumento delle seconde nozze, in particolare nel biennio 2015-2016.

Nel 2019 i divorzi sono stati 85.349, il 3,5% in meno rispetto al 2018 e il 13,9% in meno nel confronto con il 2016, anno di massimo relativo (99.071 divorzi).

Nel 2019, le separazioni sono state 97.474. Dopo l’aumento che si è verificato tra 2015 e 2016 (da 91.706 a 99.611, +8,6%), le separazioni si sono poi mantenute su quello stesso livello mostrando solo piccole oscillazioni. Rispetto al 2008 sono cresciute del 15,8%.

Le separazioni legali rappresentano ancora oggi in Italia l’evento più esplicativo dell’instabilità coniugale, considerando che non tutte le separazioni legali si convertono successivamente in divorzi. Inoltre, il D.l.132/2014, avendo semplificato e ridotto i costi dell’iter di separazione/divorzio, ha avuto una ripercussione anche sulle separazioni.

Nel 2019, l’85,0% delle separazioni si conclude consensualmente; percentuale stabile, con leggere oscillazioni, nell’ultimo decennio. La quota di divorzi consensuali appare, invece, più contenuta (70,1% nel 2019). Dopo il picco del 2016 (78,2%) la proporzione di divorzi consensuali decresce per tornare al livello di inizio decennio (72,4% nel 2010).

SEPARAZIONI E DIVORZI: NON PIÙ SOLO IN TRIBUNALE

La tradizionale dicotomia tra provvedimenti di separazione/divorzio consensuali e giudiziali che si definiscono presso i 140 Tribunali italiani viene superata, a fine 2014, con l’introduzione dei percorsi consensuali extragiudiziali. Considerando quindi il complesso dei provvedimenti consensuali, più di una separazione consensuale su quattro e quasi un divorzio consensuale su due avviene al di fuori del tribunale.

Per chi sceglie gli accordi extragiudiziali per separarsi o divorziare le quote delle negoziazioni assistite da avvocati (art. 6) sono, rispettivamente, 37,7% e 24,9%, entrambe in crescita rispetto al 2015 (32,2% e 19,2%).

Tuttavia, la componente che in questi anni sta consolidando sempre più la propria importanza è quella degli accordi extragiudiziali direttamente presso gli Uffici di Stato Civile (art. 12). Nel 2019, 14.693 separazioni e 20.222 divorzi sono stati effettuati direttamente presso il comune (con tempi e costi molto più contenuti rispetto alle altre fattispecie): si tratta del 15,1% di tutte le separazioni e del 23,7% di tutti i divorzi.

CROLLANO PER LA PANDEMIA MATRIMONI, UNIONI CIVILI, SEPARAZIONI E DIVORZI

L’analisi del primo semestre 2020, seppur basata su dati ancora provvisori, consente di misurare l’impatto della pandemia da Covid-19 su matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, che registrano tutti un crollo.

Per i matrimoni, il calo risulta confermato anche considerando i primi dati disponibili in via provvisoria per il periodo gennaio-ottobre.

Alcune misure di contenimento della pandemia (evitare assembramenti, numero massimo di persone in caso di eventi) hanno riguardato l’intero anno e via via si sono radicalizzati problemi legati all’occupazione e alla crisi economica in atto i cui effetti sui comportamenti demografici e familiari si potranno esplicare anche negli anni a venire.

Nel primo trimestre 2020 - che ha scontato gli effetti della pandemia solo limitatamente al mese di marzo - la diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2019 risulta già evidente. Il calo è circa del 20% per matrimoni, unioni civili, separazioni consensuali presso i Tribunali, scende al 16% per separazioni e divorzi consensuali extragiudiziali (presso i Comuni o con avvocati) e per i divorzi consensuali presso i Tribunali; appare, invece, più contenuta per le separazioni e i divorzi giudiziali presso i Tribunali (rispettivamente -11% e -13%).

Il vero crollo si delinea nel secondo trimestre proprio per via delle pesanti restrizioni relative alla celebrazione dei matrimoni religiosi durante il lockdown, così come per quelle finalizzate a ridurre gli eventi di stato civile che hanno luogo nei Comuni (matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi ex art. 12). La diminuzione rispetto al secondo trimestre 2019 è stata di circa 80% per i matrimoni, di circa 60% per le unioni civili e le separazioni/divorzi consensuali presso i comuni e i tribunali. Le separazioni e i divorzi giudiziali, invece, diminuiscono rispettivamente di circa il 40% e il 49%.

Per separazioni e divorzi presso i Tribunali il calo, seppur consistente, è stata mitigato dalla possibilità offerta da alcuni Tribunali, nel periodo di emergenza Covid-19, di optare per modalità virtuali con collegamento da remoto o anche con sola trattazione scritta senza una vera e propria udienza.

Nonostante differenti iter e modalità resi disponibili dai Tribunali, l’esigenza prioritaria è stata, infatti, quella di trattare necessariamente i procedimenti che hanno riguardato le urgenze delle crisi familiari. Gli accordi di negoziazione assistita con avvocati sia per le separazioni sia per i divorzi, infine, mostrano un calo più contenuto (rispettivamente circa il 16% e oltre il 28%) perché la modalità di deposito telematico degli atti nelle varie fasi già contraddistingueva questa tipologia di accordi. (aise) 

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