Venerdì, 25 settembre 2020 - ore 09.31

Mi chiamo Emilio Pucci, abito a Firenze in via dei Pucci nel palazzo Pucci by Oscar Bartoli

Così il marchese Emilio Pucci amava presentarsi, scherzando, a qualche bella ragazza straniera in visita al suo atelier.

| Scritto da Redazione
Mi chiamo Emilio Pucci, abito a Firenze in via dei Pucci nel palazzo Pucci by Oscar Bartoli

Mi chiamo Emilio Pucci, abito a Firenze in via dei Pucci nel palazzo Pucci by Oscar Bartoli

 Così il marchese Emilio Pucci amava presentarsi, scherzando, a qualche bella ragazza straniera in visita al suo atelier.

 Il marchese Pucci appartenente ad una delle più antiche famiglie fiorentine era nato casualmente a Napoli ma si considerava fiorentino a tutto tondo.

 A 17 anni fu chiamato a far parte della squadra di sci alle Olimpiadi di Lake Placid. Ma si distinse come nuotatore, tennista,  schermidore, amante delle macchine da corsa.

 Laurea in agricoltura all'università di Athens in Georgia. Ma soprattutto quella in scienze politiche all'università di Firenze. Ci teneva in modo particolare.

 A 24 anni Emilio Pucci e' capitano pilota degli aerosiluranti SM 79. I suoi ex commilitoni ricordavano che Emilio tornava da una missione e avrebbe dovuto cedere i comandi a qualche collega sposato con figli. Masticava mezzo tubetto di pasticche di Simpamina, impediva all'amico di prendere il suo posto e ripartiva per un'altra missione.

 Emilio Pucci era un super decorato di guerra.

 Amico di Galeazzo e Edda Ciano, dopo la Seconda Guerra Mondiale non si rendeva disponibile a commentare le voci di una sua relazione con la contessa che riuscì a fare espatriare in Svizzera il 9 gennaio del 1944.

 Il marito (apertamente insofferente e critico di Benito Mussolini e della impreparazione italiana a partecipare alla Seconda Guerra Mondiale) fu poi giustiziato dopo un finto processo a Verona.

 Mi piace ricordare Emilio Pucci perché è stato il mio testimone di nozze. Il servizio d'argento che ci regalò fece parte del bottino del primo dei quattro furti subiti durante gli anni della nostra permanenza a Roma.

 Avevo conosciuto il marchese durante gli anni del successo del Partito Liberale di Malagodi che fece sperare qualche milione di italiani nella rinascita di un serio movimento laico in Italia.

 A Firenze in quegli anni alcuni aristocratici provarono a cimentarsi gettandosi nelle liste per le elezioni comunali.

 Guelfo della Gherardesca, il barone Bettino Ricasoli, il finanziere Alberto Milla e altri.

 Emilio Pucci fu tirato a fatica nella competizione politica che non è che gli interessasse in modo particolare.

 Era ormai famoso in tutto il mondo per la sua casa di moda, per i tessuti geometrici e multicolori che disegnava.

 Con grande dispendio di energie fisiche e di denaro era riuscito a riconquistare la proprietà del suo palazzo che ospitava opere di grandi pittori recuperate in altri paesi.

 Il vostro redattore, dopo la parentesi durata qualche anno come musicista cantante nei night-club e alla radiotelevisione,  era ritornato a Firenze ripartendo da sottozero nonostante una laurea in giurisprudenza.

 Quando mi presentavo ad un colloquio per una posizione di lavoro la domanda chiave era sempre la stessa: "Ma lei finora, con una laurea in legge, che ha fatto?". E alla risposta che fino ad allora l'intervistato aveva lavorato professionalmente come musicista, calava immediatamente la tendina dell'interesse e l'intervista terminava con il classico "Le faremo sapere…".

 Perché ieri e ancora oggi, come nel medioevo del resto, puttane, saltimbanchi e musici non potevano essere sepolti in terra consacrata ma al di fuori delle mura cittadine.

 Così  chi scrive si era avvicinato di nuovo al Partito Liberale Fiorentino del quale era diventato funzionario, inventando i 'comizi volanti': una vecchia 1100 Fiat sulla quale veniva montato un portapacchi con le sponde che avevano il logo PLI.

 E con quell'attrezzatura si andava nelle piazze di Firenze e provincia dove nessun'altra forza politica aveva il coraggio di esporsi perché li' comandava da sempre il partito comunista.

 Emilio Pucci non era certamente un oratore. Aveva l'erre moscia e non riusciva a scaldare le folle, quando saliva sul traballante tetto della vecchia Fiat.

 Ma quando scendeva poi tra la gente era interessante notare che anche i più scalmanati comunisti gli si rivolgevano con un certo tono moderato che riproponeva, sia pure a distanza di secoli, quel particolare rapporto sempre esistito tra la aristocrazia terriera fiorentina e i suoi fittavoli, mezzadri, butteri, fatto di  rispettosa apertura senza scadere nell'ossequio servile.

 "Vede, signor marchese: con lei si può parlare anche se non andremo mai d'accordo. E' con quel bischero li che non ci si intende…" (I bischero era il sottoscritto che dopo il marchese Emilio Pucci aveva preso la parola al microfono ricordando ai militanti del PCI che l'Unione Sovietica non era quel paradiso terrestre che gli volevano far credere gli agitprop del partito.

 Le riunioni a Palazzo Vecchio del consiglio comunale  del quale ormai facevamo parte si svolgevano sino a tarda ora all'insegna di interminabili discussioni che avevano come baricentro il Vietnam, perché i politici di allora (comunisti e socialisti) sostenevano che "asfaltare non è amministrare".

 Raramente Emilio Pucci prendeva la parola ed era ascoltato con grande attenzione perché esponeva esperienze maturate nei suoi continui viaggi all'estero.

 Poi, mentre le discussioni si arroventavano nel Salone dei Ducento, Emilio Pucci sembrava immerso in un continuo scribacchiare, mentre in effetti non faceva altro che disegnare nuovi tessuti e abiti per le sue collezioni.

 Nel 1963 subentrò a Vittorio Fossombroni come deputato alla Camera dove rimase per nove anni.

 In Parlamento Emilio Pucci cercava di essere presente compatibilmente con i suoi tanti impegni imprenditoriali.

 A Roma andava con una sua Alfa Romeo che guidava a 200 km all'ora tenendo il riscaldamento al massimo anche d'estate perché così -amava dire- riusciva a buttar giù qualche mezzo chilo di sudore. E dire che era magro e asciutto.

 La Ferrari era destinata solo alla moglie.

 Ma, qualsiasi fosse l'impegno parlamentare o di lavoro all'estero, Emilio non perdeva mai la tornata del Calcio Storico in costume.

 Le partite (sarebbe meglio dire "gli scontri") dei quattro rioni fiorentini vengono aperte con il corteo degli aristocratici a cavallo seguiti dai capitani delle squadre, dai giocatori, dalla "vitella" (premio per i vincitori), dalla colubrina che spara il colpo d'inizio e della fine dei giochi. Tutti in costumi rinascimentali.

 Emilio, che indossava una delle armature storiche di famiglia, apriva a cavallo il corteo guidando il drappello degli altri aristocratici.

 Eravamo ormai a Roma in procinto di partire per l'America quando ci informarono che il marchese era caduto da cavallo proprio durante uno degli episodi del calcio storico.

 Da quell'incidente Emilio Pucci non si riprese e a 78 anni chiuse una vita che descrivere come movimentata è poco.

 Personalmente sono molto grato a Emilio Pucci per la simpatia e l'amicizia che mi ha dato, per l'insegnamento su come moderare le intemperanze del mio carattere, sul fatto che, oltre ad essere stato il mio testimone di nozze, chiese a Franca di lavorare per lui nel suo atelier.

 Posted by Oscar Bartoli

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