Mercoledì, 23 gennaio 2019 - ore 12.15

Tecno ETICA E LAVORO NELL’ERA DIGITALE di Benito Melchionna - Procuratore emerito della Repubblica

La prima rivoluzione industriale, avviatasi in occidente verso la metà del ‘700, ha inquadrato il tradizionale lavoro autogestito, nei campi e nelle botteghe, in una rigida organizzazione regolata dall’impiego del capitale a scopo di profitto e a svantaggio delle prestazioni operaie (v. il “Manifesto” di K. Marx, 1848)

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Tecno ETICA E LAVORO NELL’ERA DIGITALE  di  Benito Melchionna - Procuratore emerito della Repubblica

ETICA E LAVORO NELL’ERA DIGITALE  di  Benito Melchionna - Procuratore emerito della Repubblica

La prima rivoluzione industriale, avviatasi in occidente verso la metà del ‘700, ha inquadrato il tradizionale lavoro autogestito, nei campi e nelle botteghe, in una rigida organizzazione regolata dall’impiego del capitale a scopo di profitto e a svantaggio delle prestazioni operaie (v. il “Manifesto” di K. Marx, 1848).

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  1. Dal “sudore della fronte” al potere degli algoritmi

1.1. Il lavoro (dal latino labor, sforzo) richiede l’uso di energie (dal greco energós, dentro al lavoro) fisiche e intellettuali per un determinato fine normalmente positivo; per questo il lavoro rappresenta il mezzo, lo strumento fondamentale per l’etica e la convivenza sociale.

Dalla maledizione che accompagnò la cacciata di Adamo dall’Eden (“… lavorerai con il sudore della fronte!”), il lavoro è stato sempre percepito come fatica, sacrificio, sofferenza, se non addirittura quale biblica espiazione rispetto al peccato originale.

Nell’evolversi delle civiltà la pena riferita al lavoro si è affievolita grazie al progressivo affinarsi delle attrezzature di lavoro e della tecnologia.

Assistiamo infatti al passaggio dall’ominide all’homo faber raccoglitore, cacciatore-pescatore e poi agricoltore, artigiano, imprenditore… fino all’odierno homo creator, capace appunto di creare apparati e umanoidi dotati di “intelligenza artificiale” (Ai, artificial intelligence).

Perciò, per secoli e secoli il lavoro, realizzato con risorse rudimentali, si è sostanzialmente basato - al di là di ogni etica - sullo sfruttamento della fatica delle classi sociali subalterne e sulla schiavitù, condizione giustificata, fino agli ultimi decenni dell’‘800, dalle leggi civili e dagli stessi canoni ecclesiastici.

1.2. La prima rivoluzione industriale, avviatasi in occidente verso la metà del ‘700, ha inquadrato il tradizionale lavoro autogestito, nei campi e nelle botteghe, in una rigida organizzazione regolata dall’impiego del capitale a scopo di profitto e a svantaggio delle prestazioni operaie (v. il “Manifesto” di K. Marx, 1848).

1.3. La dottrina sociale della Chiesa, con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891), poi ripresa dall’Enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II del 1981, ha finalmente rivendicato la dignità del lavoratore, anche per attribuire al profitto e al giusto scambio delle utilità (mercato) il loro valore etico-sociale.

1.4. L’eco-nomia (dal greco casa, famiglia, regolata dalla giusta misura) è per definizione impostata sull’etica, già secondo la dottrina di Aristotele in quanto finalizzata al perseguimento dell’equità e dell’uguaglianza sociale.

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