Domenica, 18 aprile 2021 - ore 20.16

Uno sguardo eterodosso sull’economia italiana

| Scritto da Redazione
Uno sguardo eterodosso sull’economia italiana

L’ultimo libro dell’economista Antonella Stirati, “Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi”, fornisce una chiave di lettura eterodossa sui temi dell’attualità economica. Il testo sarà presentato il prossimo 22 gennaio in un evento online promosso dalla Rete Italiana Post-Keynesiana.

È forse ineluttabile la crisi dell’economia Italiana? Ci sono caratteristiche endemiche della struttura economica e sociale del nostro paese per cui la situazione di alta disoccupazione che si protrae ormai da tempo possa essere ritenuta un fatto naturale? Sono necessarie importanti “riforme strutturali” (e quelle che abbiamo già subito hanno prodotto i risultati sperati)? A queste e altre domande risponde l’ultimo libro di Antonella Stirati, professoressa di Economia politica presso l’Università di Roma Tre, Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi (edizioni L’asino d’oro). Il testo è organizzato in tre sezioni che possono essere intese autonomamente, ma che sono logicamente legate dall’approccio teorico seguito dall’autrice. A partire dal lavoro di Piero Sraffa (1960)[1] e dagli sviluppi successivi che si devono in particolare a Pierangelo Garegnani, viene recuperato il contributo degli economisti classici allo studio della distribuzione del reddito (tra tutti Smith, Ricardo e Marx), coniugandolo con una teoria della produzione e dell’occupazione di matrice keynesiana.

Questo filone di pensiero riesce a “liberare” Keynes dai residui marginalisti e a estendere al lungo periodo la teoria della domanda effettiva, che diventa utile a spiegare non solo il ciclo economico, ma anche la crescita. Inoltre, seguendo questa via, la validità della teoria della domanda effettiva cessa di essere relegata, come avevano tentato di fare sin da subito gli autori della sintesi neoclassica[2], a eccezionali situazioni di depressione o alla presenza di rigidità dei prezzi. Dall’adesione a questo paradigma discende una lettura dei fatti economici non convenzionale e difficilmente rintracciabile nel dibattito pubblico. Così, la liberalizzazione del mercato del lavoro, le riforme della contrattazione e l’esplosione del precariato quale caratteristica endemica del mercato del lavoro italiano non hanno prodotto i risultati sperati in termini di crescita occupazionale. La motivazione risiede nel fatto che, come un approccio keynesiano suggerirebbe, è il livello della domanda aggregata a determinare il livello dell’occupazione.

Tuttavia, le politiche di stimolo alla domanda aggregata sono rese impossibili dalle austere regole europee e da una stretta della spesa pubblica che in Italia ha origini ben più remote (la stagione degli avanzi primari, infatti, inizia già nel 1992), e si aggrava ulteriormente con l’austerità del governo Monti e le politiche con le quali si è fatto fronte alla crisi del debito sovrano (2010-2011). Se non hanno sortito effetti in termini di livelli di occupazione, tuttavia, le riforme del mercato del lavoro, unitamente alla disoccupazione dilagante, hanno determinato l’erosione del potere contrattuale dei lavoratori, dunque un indebolimento della dinamica salariale e un peggioramento del quadro distributivo. Una situazione, quest’ultima, in atto già dagli anni ‘80 e che emerge chiaramente se si pensa che la quota del reddito prodotto che va ai lavoratori è passata dal 76,6% del 1960 al 58,8% del 2020.[3]

Inoltre, mentre commentatori ed economisti mainstream tirano in ballo presunti peccati atavici per spiegarsi la debole dinamica della produttività del lavoro in Italia, l’approccio teorico alternativo che emerge dal libro consente di trovare, anche per questo fenomeno, una spiegazione “dal lato della domanda”. L’autrice, infatti, richiamando a più riprese la legge di Kaldor-Verdoon, sostiene che la produttività e il progresso tecnico siano stimolati dagli investimenti, i quali a loro volta dipendono dalla domanda aggregata. Sebbene in maniera non meccanica e lineare, il peggioramento dei salari e quindi la disponibilità di manodopera più “economica”, una dinamica della domanda aggregata depressa e la conseguente stagnazione del Pil possono essere interpretati come causa anche della stanca dinamica della produttività del lavoro. Il testo contiene anche interessanti spunti di riflessione su tanti temi all’ordine del giorno, quali ad esempio gli effetti – ormai chiaramente peggiorativi – dell’austerità sul rapporto debito pubblico-Pil e il ruolo della Banca Centrale nel finanziamento dei debiti sovrani.

Inoltre, oltre a fornire un’interpretazione alternativa dell’attualità economica, dai contributi contenuti nella seconda parte del libro emerge come il contesto che osserviamo non sia ineluttabile, ma rappresenti il frutto deliberato di politiche economiche debitamente supportate dalla teoria dominante e volte a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori in tutte le sue esplicazioni. Non vi sarebbe spazio dunque, allora come ora, per asciugare le lacrime di Confindustria (ibid., pp. 165-172), che già dal 2015 richiedeva una ulteriore revisione della contrattazione per comprimere i salari, pena un ulteriore peggioramento della situazione economica del paese.

Alla seconda parte del libro si legano tanto la prima quanto la terza. La prima parte dà conto brevemente dei tratti che caratterizzano la teoria marginalista, i suoi recenti sviluppi e la teoria post-keynesiana. L’autrice utilizzando questo termine, e richiamando congiuntamente autori spesso molto diversi da loro, intende riferirsi a un approccio che, come accennato, coniughi una teoria non meccanica della distribuzione e una teoria keynesiana della produzione e dell’occupazione. Proprio le diverse teorie dell’occupazione sono l’oggetto della terza parte del libro, che ne ripercorre gli sviluppi da Smith agli autori contemporanei. Mentre la prima parte è più divulgativa e adatta soprattutto a un pubblico non specialistico, la terza potrebbe essere immaginata come un testo a sostegno di un corso universitario che introduca alla storia del pensiero economico.[4]

Oltre all’interessante rassegna teorica, questa sezione ha un pregio in sé: riportare a un pubblico più ampio una interpretazione degli economisti classici che li sgancia da un errore che aveva commesso lo stesso Keynes. Vale a dire, pensare che vi fosse una sostanziale continuità tra le cosiddette teorie del sovrappiù e la teoria marginalista che dall’adesione alla legge di Say arrivi fino alla tendenza automatica del sistema verso il pieno impiego. Negli economisti classici, tuttavia, non vi è alcun meccanismo in grado di garantire che tutta la forza lavoro venga impiegata e, anzi, vi è la consapevolezza che la disoccupazione non sia un mero fatto naturale, bensì un fenomeno economico e sociale insieme. In questo senso, è la stessa teoria del salario che risulta diametralmente diversa: non la ricompensa per il contributo “marginale” alla produzione, come è nella teoria neoclassica, bensì il risultato di una contesa tra le classi sociali per accaparrarsi una quota maggiore del prodotto sociale. Come viene sottolineato nel capitolo quarto della terza parte, coniugare questa interpretazione con una spiegazione dal lato della domanda della produzione e dell’occupazione darà e ha dato nuovamente il carattere di “generalità” alla teoria keynesiana.

Il testo risulta così scorrevole e coerente nella sua organizzazione. Il carattere divulgativo lo rende adatto a un pubblico non di soli specialisti, ma interessante anche per studenti, ricercatori e addetti ai lavori. Vi si troveranno, infatti, oltre che le interpretazioni dell’autrice anche una considerevole lista di testi e contributi che possono essere utili per avvicinarsi e approfondire il dibattito economico e gli sviluppi dell’approccio teorico alternativo e post-keynesiano, anche nelle sue diverse correnti. La non scontata presenza nel dibattito pubblico di questi argomenti fa del libro una lettura importante al fine di interpretare la recente storia economica del nostro paese a partire dagli interrogativi che la crisi innescata dallo scoppio della pandemia e le ricette approntate dalle istituzioni europee e nazionali ci pongono. Sebbene una risposta schiettamente keynesiana potrebbe non essere sufficiente e potrebbe farsi largo la necessità di un nuovo protagonismo statale nell’economia[5], del quale tuttavia non si vede l’ombra nelle decisioni politiche, avere una chiave interpretativa che sfugga alle logiche mainstream è, ancora di più in questo contesto, di cruciale importanza.

 

Note

[1] Sraffa P. (1960). Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica. Einaudi, Torino.

[2] Si veda ad esempio Hicks, J. R. (1937). Mr. Keynes and the” classics”; a suggested interpretation. In “Econometrica: Journal of the Econometric Society”, 147-159 e Modigliani, F. (1944). Liquidity preference and the theory of interest and money. In “Econometrica: Journal of the Econometric Society”, 45-88.

[3] Fonte: AMECO database https://ec.europa.eu/economy_finance/ameco/user/serie/ResultSerie.cfm

[4] In questo senso, esistono anche altri testi recenti di autori Italiani che possono risultare utili a fornire agli studenti un punto di vista alternativo a quello comunemente ospitato dai libri di testo. In particolare, si faccia riferimento a Brancaccio E. (2021). Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia. Quinta edizione. Edizioni Franco Angeli, Milano e Cesaratto S. (2019). Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne). Diarkos, Santarcangelo di Romagna (RN).

[5] Si veda a tal proposito Brancaccio E. (2020). Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione. Meltemi, Milano e la tavola rotonda dell’evento di lancio della Rete Italiana post-keynesiana (disponibile sulla pagina Facebook della rete) del 27 novembre 2020 dal titolo Economia e pandemia: quale contributo può offrire la teoria economica post-keynesiana.

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