Sabato, 02 marzo 2024 - ore 10.28

Andrea Virgilio Questo referendum Lombardo è una farsa, io non voto

Ecco perché l’astensione diventa una scelta netta, il rifiuto dell’abuso di uno strumento di consultazione, perché Maroni lo utilizza non come mezzo ma come fine: l’obiettivo non è l’autonomia del popolo lombardo, ma il posizionamento di quel gruppo dirigente che sta governando le due principali regioni del nord, in vista delle prossime elezioni

| Scritto da Redazione
Andrea Virgilio Questo referendum Lombardo è una farsa, io non voto

Caro direttore, l’istituto referendario, anche nella sua funzione consultiva, dovrebbe avere almeno due elementi certi: il primo è la chiarezza del quesito. Nel referendum lombardo – veneto del 22 ottobre, si chiede ai cittadini di pronunciarsi sulla possibilità di poter intraprendere iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione. In sostanza, si chiede una cosa che è già possibile fare da parte delle regioni, possibile ormai da oltre sedici anni dopo la riforma del titolo V voluta dal centrosinistra: possibile perché condiviso da tutti. Al contrario, qui si utilizza il generico spauracchio dell’autonomia, strizzando l’occhio agli impulsi populisti e separatisti, e nulla si dice su come si concretizza una proposta chiara di autonomia: con quali funzioni, quali priorità, a quali condizioni, entro quali confini. E’ tutto volutamente vago. Ma c’è un secondo aspetto, ancora più rilevante:  nel quesito referendario manca l’elemento finale, risolutivo. Infatti, una probabile vittoria del sì, non porta a un cambiamento e non porta a una decisione. Non porta a nulla, perché questo inutile ricorso ai cittadini si limita semplicemente ad avallare politicamente l’avvio di un percorso con il Governo,  un percorso che si potrebbe fare anche domani mattina, senza spendere 50 milioni di euro, anzi si poteva fare anche nel corso di questi anni, decenni di governo della Lega in Lombardia e in Veneto.

Ecco perché l’astensione diventa una scelta netta, il rifiuto dell’abuso di uno strumento di consultazione, perché Maroni lo utilizza non come mezzo ma come fine: l’obiettivo non è l’autonomia del popolo lombardo, ma il posizionamento di quel gruppo dirigente che sta governando le due principali regioni del nord, in vista delle prossime elezioni. Si cerca, per esempio, di sedurre i cittadini richiamando l’autonomia fiscale, ma per questa è necessario una riforma costituzionale, non una sorta di sondaggio costoso per i cittadini che per l’espressione di voto nemmeno richiede l’utilizzo della scheda elettorale.

Questo referendum è una farsa, alimenta una grande menzogna perché non si focalizza su una questione concreta. La Regione già dal 2001 avrebbe potuto chiedere maggiore autonomia; gli attuali  residenti di regione Lombardia e Veneto hanno governato con un consenso importante, ma non sono mai andati in questa direzione anche quando rappresentanti del Governo hanno sollecitato l’avvio dei tavoli di lavoro con la regione, anche quando erano colleghi al governo, uno Ministro degli Interni l’altro all’agricoltura.

Nulla hanno fatto in questi anni per sostenere un percorso concreto volto all’autonomia.

In questi decenni di governo della Lega poco si è prodotto: oggi, con un segretario nazionale che dimentica il nord operoso per abbracciare istinti xenofobi e nazionalisti, Maroni ha bisogno di raccontare alla sua base del Nord che lui è ancora lo stesso di una volta, quello di una Lega ancorata al territorio, sempre volutamente ambigua dentro al binomio federalismo – indipendentismo.

Ma nel frattempo il modello di governo del centro destra si è sempre più esasperato in un approccio Milanocentrico, che ha spogliato i territori del loro protagonismo: dalla riforma  sanitaria, a quella delle Aler, fino al l’assenza di un’au tonomia pianificatoria dei comuni e a l l’inconsistenza dell’Accordo Quadro per lo Sviluppo Territoriale. Questi sono solo alcuni esempi di un governo che pratica il centralismo a casa propria mentre inneggia a un generico federalismo verso Roma.

Una prospettiva fruttuosa per il regionalismo italiano non può improntarsi sulla permanente conflittualità di poteri con lo Stato centrale. Un regionalismo maturo non può che essere di tipo cooperativo: infatti, recentemente alcuni presidenti di regioni hanno aperto un tavolo con il Governo.

Per noi questa deve essere la strada, i problemi non vanno agitati, ma vanno affrontati, mettendo sul piatto proposte concrete da fare al governo.

Pertanto, invece di alimentare false aspettative e promettere pugni sul tavolo con lo Stato, in attesa di un inutile plebiscito, una forza autenticamente federalista dovrebbe mettere in campo un progetto di riassetto complessivo, dovrebbe aprire un confronto con gli organismi intermedi e con gli enti locali su cosa sia l’aut onomia, su quali deleghe puntare, perché non basta rivendicare la centralità dei territori e poi fare sistematicamente delle riforme che, in Lombardia e nel Veneto, hanno scavalcato il ruolo degli enti locali.

ANDREA VIRGILIO  (VICE SEGRETARIO PROVINCIALE DEL PARTITO DEMOCRATICO E ASSESSORE AL PATRIMONIO DEL COMUNE DI CREMONA)

 

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