Venerdì, 23 luglio 2021 - ore 16.54

CNDDU interviene sulla tragedia umanitaria della rotta balcanica

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende portare con urgenza e dolore all’attenzione di tutti la tragedia umanitaria che si sta consumando lungo la rotta balcanica.

| Scritto da Redazione
CNDDU interviene sulla tragedia umanitaria della rotta balcanica

CNDDU interviene sulla tragedia umanitaria della rotta balcanica

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende portare con urgenza e dolore all’attenzione di tutti la tragedia umanitaria che si sta consumando lungo la rotta balcanica.

La rotta balcanica è quella strada lastricata di dolore che rappresenta per troppi uomini infelici e lontani dall’Umanità la speranza di un futuro migliore in Europa. Ogni giorno i migranti in fuga dalla guerra e dalla disperazione cercano di passare il confine in qualunque modo mettendo a repentaglio la loro vita. Dalla scorsa estate il flusso migratorio che punta in direzione dell’Unione Europea ha raggiunto cifre impressionati. Il punto più alto è stato raggiunto dopo l’incendio che ha devastato la scorsa settimana la tendopoli Camp Lipa, in Bosnia, e che ha aggravato la crisi umanitaria sulla rotta balcanica.

Nel campo divorato in poco tempo dalle fiamme, segnale del fallimento delle politiche europee, mancavano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa.

Era, infatti, un luogo inadatto all’accoglienza, soprattutto nel periodo invernale, e altamente pericoloso per la vita delle persone. Inoltre, era sprovvisto di elettricità e acqua potabile. Stesse caratteristiche, queste, degli altri campi dove venivano continuamente trasferiti i migranti. Ma per chi nulla aveva era pur sempre un riparo.

Dopo l’incendio di Camp Lipa la rotta balcanica si è riempita di nuove sfortunate anime.

E così, da questo momento altri tremila migranti, intrappolati tra freddo e neve, hanno iniziato a vagare in Bosnia nel perenne tentativo di passare la vicina frontiera con la Croazia.

Tra Natale e Capodanno, quando l’Europa era protetta nel tepore delle sue case calde, in attesa del nuovo anno, si stava consumando la più grave violazione dei Diritti Umani.

Uomini figli di un Dio minore, viaggiavano con la sola forza degli stenti, sotto il gelo e la neve, lasciando giorno dopo giorno i parenti e gli amici morti lungo il cammino della speranza che non incontrava mai l’umana pietà.

Negli ultimi giorni del 2020 i reportage, gli approfondimenti e i dossier hanno consegnato al mondo questo limbo di immobilità nel cuore dell’Europa, pregno di migranti senza diritti, che non può e non deve passare inosservato perché riguarda tutto l’equilibrio sociale planetario, riguarda tutti.

“Riammessi” in Slovenia.

Già nel 2019 molti Paesi hanno scelto di ignorare la disperata richiesta del sacrosantissimo diritto internazionale di asilo politico e hanno risolto il problema coniando questa formula per negare in modo meno crudo il diritto alla protezione.

Che poi, si scrive “riammessi”, ma si legge respinti!

Respinti e spinti verso i fili spinati, verso l’inferno, verso la guerra, verso le mutilazioni, verso le percosse e le torture, verso le più inimmaginabili violenze sessuali.

Respinti e spinti verso la morte certa. La morte degli uomini sicuramente, ma anche dei Diritti Umani.

E così i figli di un Dio minore, a -11°, in fila, con caviglie rotte, ossa spezzate, occhi scavati dalla paura, con teli di fortuna addosso che non riscaldavano, ma rallentavano soltanto i movimenti di un corpo logorato dai lunghi digiuni, invece di suscitare umana pietà, hanno solo prodotto il silenzio dell’Unione europea che non riesce proprio a cogliere, nonostante la storia insegni il contrario, la chiave strategica che i Balcani sono e rappresentano.

 Non isolamento, non espulsione, ma integrazione e sostegno occorrerebbero in questa delicatissima fase politica in cui l’immigrazione costituisce una delle maggiori sfide per l’Unione europea, la quale non può gestire una politica migratoria comunitaria ignorando le problematiche provenienti dai Balcani, provenienti dalla Bosnia.

E quest’ultima, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è davvero la Lampedusa terrestre dei Balcani. 

Qui non ci sono barconi al largo del Mediterraneo avvistati dalle numerose Ong sparpagliate nel Mare Nostrum, ma fittissime foreste tempestate da mine anti-uomo, maledettissima eredità della dissoluzione dell’ex Jugoslavia degli anni Novanta.

La rotta balcanica pur essendo percorsa soprattutto da siriani, afghani, pakistani, iracheni, iraniani, sa essere silente. Forse perché nessuno vuole ascoltate il suo dolore. Forse perché gli occhi dei media sono puntati sugli sbarchi che avvengono lungo le coste mediterranee, e allora i flussi migratori nei Balcani e le azioni violente da parte della polizia qualche volta sfuggono.

Il CNDDU alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni sulla rotta balcanica intende denunciare gli abusi sui rifugiati, il mancato rispetto delle norme internazionali ed europee in materia di asilo politico e la violazione continua e perpetrata dei Diritti Umani.

La Convenzione di Ginevra del 1951, firmata da 144 Stati contraenti, afferma che:  “Nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate”.

Questa norma è ormai considerata di diritto internazionale consuetudinario. È opportuno che gli Stati cooperino per garantire che i diritti dei rifugiati siano rispettati e protetti.

Dalla rotta balcanica arriva un grido disperato, un grido d’aiuto rivolto al mondo.

E il mondo appartiene a tutti anche a chi soffre e cerca aiuto ed è laggiù, in fondo al baratro.

E noi in questo baratro disumano vogliamo affacciarci per guardarci dentro e provare a raccontare cosa sta succedendo, per provare a bussare a tutte le porte, per far un rumore più forte dei loro passi senza forza, sotto la neve impietosa di gennaio, sotto lo sguardo privo di Umanità di chi l’Umanità la sta distruggendo.

Prof.ssa Rosa Manco

CNDDU

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