Martedì, 22 settembre 2020 - ore 02.42

GIORNALISTA SENZA GIORNALE, libro di Agostino Spataro

Perché questo titolo? Per spiegarlo ci vorrebbe un lungo discorso che vi risparmio. La carta costa, il tempo è prezioso. Andiamo, dunque, all’essenziale partendo da un episodio sgradevole che segnò il mio pas­saggio dal giornale stampato al digitale.

| Scritto da Redazione
 GIORNALISTA SENZA GIORNALE, libro di Agostino Spataro

 GIORNALISTA SENZA GIORNALE, libro di Agostino Spataro 

Una premessa necessaria

1... Perché questo titolo? Per spiegarlo ci vorrebbe un lungo discorso che vi risparmio. La carta costa, il tempo è prezioso. Andiamo, dunque, all’essenziale partendo da un episodio sgradevole che segnò il mio pas­saggio dal giornale stampato al digitale.

Accadde qualche anno fa, quando un capetto del quotidiano “La Re­pubblica/Palermo”, di cui era collaboratore retribuito, m’ingiunse di non scrivere per un nuovo mensile palermitano.

Una richiesta perentoria, immotivata che considerai irricevi­bile: dopo una vita di lotte per la libertà degli altri, non potevo, certo, rinun­ciare alla mia.

Un episodio in se modesto che però mi allarmò tanto. Ai miei occhi apparve come uno spettro informe che sprizzava arroganza da ogni poro.  Visioni, certo.

Tuttavia, si sa che qualcosa del genere ogni tanto compare nel cielo più basso della “libera” stampa, dove taluni scambiano la dipendenza con­trattuale del giornalista per dipendenza debita, tout-court. Ancor di più se trattasi di “co. co. co.” (che schifezza di qualifica!) com’ero io.

Un vero e proprio aut aut: o con noi o contro di noi. Dovevo scegliere fra due secchi “o”. Scelsi il secondo non perché fossi contro il primo e  mi entusia­smasse il secondo, ma perché in coerenza con i miei principi di libertà. Insomma, scelsi la mia storia politica, il mio bagaglio ideale e morale.

Scrissi l’articolo per il mensile- regolarmente pubblicato- e poi, senza fare polemiche, ampliando il ragionamento ad altri più importanti aspetti della linea del giornale, comunicai ai referenti del quotidiano la mia auto-sospensione dal rapporto collaborativo. [1]

Fu così che, dopo 30 anni d’iscrizione all’Albo nazionale dei giornali­sti (+ più 15 di “praticantato”), mi ritrovai senza giornale; si concluse la mia esperienza di giornalista della carta stampata e iniziò la collabo­razione (gratuita) con diverse testate online.

Svaniva il “sogno” di fare questo “mestiere” a tempo pieno che iniziai  a coltivare da giovane, fin dalla seconda metà degli anni ’60, nel vivo delle po­derose lotte in provincia di Agrigento che, via via,  mi assorbirono portandomi ad assumere diversi incarichi sindacali e politici nel Pci, fino all’elezione alla Camera dei Deputati.

2... Poche parole per tracciare il mio percorso di giornalista pubbli­cista. Esordii a 18 anni, nel 1966, con un articolo pubblicato su “La Scopa”, il foglio satirico agrigentino degli avvocati Grillo e Malogiog­lio. Dal 1967 iniziai a collaborare con “l’Ora” di Palermo e con gli organi di partito "l'Unità" e “Vie Nuove”. Ricordo che uno dei miei primi articoli apparve, nel gennaio 1969, sul settimanale “Vie Nuove”, diretto da Davide Lajolo, e trattava del sequestro di una nave carica di “bionde” (che non erano ragazze nordiche in vacanza, ma sigarette di contrabbando) effettuato dalla Guardia di finanza sulla spiaggia di borgo Bonsignore di Ribera.

 Mi recai sul posto, chiesi notizie a un vecchio pescatore il quale disse e non disse. Rispose alla maniera classica siciliana: con gli occhi e, so­prattutto, con un movimento ondivago della testa che più volte diresse verso il Nord, come per indicare Palermo. Infatti, quella era la destina­zione delle “bionde”, la direzione d’indagine…

Una lezione di mimica facciale assai eloquente, sostitutiva della parola, che mi fece capire le difficoltà degli inquirenti e il dramma della paura dei testimoni da molti scam­biata per omertà.

Era quello il tempo delle lotte di solidarietà con le popolazioni del Be­lice colpite da un tremendo terremoto e di quelle dei movimenti degli operai, dei braccianti, degli studenti che in provincia di Agrigento riu­scimmo ad armonizzare sotto una piattaforma condivisa.

A queste lotte partecipai nella doppia veste di militante e di corrispon­dente provinciale de “L’Unità”. La questura ignorò tali mie credenziali e mi denunciò (con altri 5 compagni) all’autorità giudiziaria per l’occu-pazione del liceo Empedocle. Fu questa la mia prima “medaglia” acquisita sul campo che ebbe come sgradito risvolto il rifiuto del rin­novo del passaporto (“per pendenza penale”) che m’impedì di recarmi in Ungheria a trovare la bella Ilona.

3… Tuttavia, quel che più conta non è il fatto personale quanto il problema, at­tualissimo e drammatico, che solleva ossia quello del libe-ro e responsabile esercizio di una fra le più importanti libertà democ-ratiche costituzionali.

Viviamo, infatti, una fase di preoccupante involuzione indotta dai mutamenti tecnologici, dai gusti del pubblico e, soprattutto, dalle prop­rietà editoriali- in gran parte nelle mani di gruppi economici e finan­ziari- che pretendono dal dipendente /giornalista una fidelizzazione totale. Colpa anche nostra che, forse, ci siamo illusi che la libertà è per sempre.

Fin dalle prime esperienze cominciai a rendermi conto dell’intreccio perverso fra informazione e potere il quale per reggersi e/o espandersi ha necessità di selezionare, alterare, controllare il flusso delle informa­zioni. Comanda chi possiede e sa gestire le informazioni giuste, specie se riservate, e riesce a diffonderle a più vasto raggio.

Qui si entra in un mondo oscuro fatto di ricatti e d’intrecci scandalosi con interessi. Apparentemente o realmente, contrapposti che, più volte è stato illumi­nato nei suoi aspetti più inquietanti.

Da ciò deriva anche il ruolo ammaliante, possente dell’informazione (stampata, digitale e audiovisiva, ecc) che condiziona la nostra vita e quella d' importanti settori pubblici e privati.

Concentrati nelle mani di pochi - come oggi accade- il “quarto” e il “quinto” potere ( stampa e  tv) , cui bisogna aggiungere quello ancora semilibero della rete internet, dei social, hanno soppiantato la politica e rivoluzionato la gerarchia dei poteri tradizionali, costituzionali.

Il ruolo, l’influenza dell’informazione sono cresciuti a dismisura, ben oltre il peso del legislativo e perfino dell’esecutivo, collocandosi im­mediatamente dopo la finanza e l’economia. Stavo aggiungendo la “cocaina”…

Una triade formidabile che dispone di un potere quasi illimitato di con­dizionamento e di orientamento politico, culturale, e commerciale che non ha precedenti nella storia

4… Gran parte dell’informazione è manipolata, usata come arma ipnotica di distrazione di massa. La verità? Sembra che non interessi a nessuno. Da tempi immemorabili la sua ricerca è il chiodo fisso di teo-logi e di filosofi. I primi sono convinti d’averla trovata e vogliono imporla a tutti con mezzi impropri; i secondi continuano a cercarla con il lanter­nino. C’è anche chi nega l’esistenza della verità oggettiva, assiomatica, inconte­stabile e, addirittura, ne sconsiglia l’uso perché ritenuta dannosa per la convivenza pacifica dell’umanità.

Un pensiero a dir poco singolare che stimola alla riflessione, come suggerisce il filosofo austriaco Heinz von Foerster:“il discorso sulla verità ha conseguenze catastrofiche e distrugge l’unità dell’umanità. Il concetto significa guerra- si pensi soltanto alle crociate, alle infinite guerre di religione e alle terribili procedure dell’Inquisizione. Ci si de-ve ricordare di quanti milioni di persone sono stati mutilati, torturarti e bruciati per imporre con la violenza la propria idea di verità.”

(in “La verità è l’invenzione di un bugiardo- Colloqui per scettici”- Meltemi Editori, Roma, 2001)

Condivisibile o meno, la tesi trova riscontri nella degenerazione del giornalismo contemporaneo sempre più caratterizzato da una informa­zione (specie televisiva) corsara, sguaiata, alterata e mirata a deviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi esistenti e, soprattutto, dagli affari inconfessabili dei gruppi dominanti proprietari dei giornali e dei canali.

5… La questione è ri- esplosa con il dilagare sui media, sui “social” della piaga delle falsità delle notizie che molti, per nobilitarle, chiamano “fakes”.

A proposito, perché l’abuso di termini stranieri nei media italiani? Esi­bizionismo provinciale o espediente per escludere dall’accesso all’in-formazione una fetta consistente del pubblico che sconosce l’inglese?

In Italia c’è anche bisogno di recuperare la sovranità linguistica. Le lingue straniere dovranno essere usate per migliorare i rapporti con l’estero e non per peggiorare quelli con l’interno.

Nell’attesa del nuovo “verbo”, ciascuno confeziona una propria verità e la propina al lettore sempre più confuso, incapace di scegliere fra tante “verità”. Un impasto male assortito che alimenta un clima rissoso, di odio e di violenza, verbale o scritta, d‘intolleranza e di mala educazione che contraddistinguono certi ope­ratori dell’informazione (specie televisiva) impegnati a svolgere, diligen­temente, il compitino loro assegnato e ben retribuito.

Anche a causa di tale degenerazione la nostra civiltà politica è in declino. E’ finito il tempo del libero e ci­vile confronto delle idee, delle opinioni, del rispetto reciproco.

Viviamo nell’epoca della supremazia della finanza globalizzata preva-ri­catrice perfino dei poteri istituzionali degli Stati sovrani, oltre che dei diritti fondamentali dei lavoratori, dei cittadini.

Da qui nasce l’antipolitica che ha soppiantato la politica, mediante “campagne” mediatiche condotte da una casta dei giornalisti d’elite e di conduttori tv contro la casta dei politici. Mai una campagna contro la casta dominante dei (loro) padroni editori.

L’obiettivo ormai é palese: fiaccare, demolire quel che resta del si­stema democratico, partecipativo, cambiare la Costituzione repubbli­cana, sperimentare nuove forme di governo. Quali?

Domanda: perché si lascia fare tutto ciò? La risposta non è facile. Tut­tavia, sappiamo che nulla avviene per caso e per così lungo tempo!

 6…Tutti invocano l’opinione pubblica anche se nessuno la rispetta. In realtà, non si vuole un' opinione pubblica critica e reattiva, ma solo una sterminata platea di consumatori, d’individui isolati, esasperati e  ricettivi di ogni castroneria prodotta dalla distilleria del “pensiero unico” (o politicamente corretto!) delle oligarchie neoliberiste globa­lizzate.

Ovviamente, non tutta la categoria dei giornalisti pratica questo modo di fare informazione. Molti ancora resistono, combattono contro tali metodi; tanti li subiscono passivamente.

In particolare, in questo esercizio si segnala una categoria di zelanti e vocianti arrivisti che si spingono oltre il dovuto, fino a indossare le vesti di “servitori volontari” come quelli descritti da Etienne de la Boetie. 

(in “La servitù volontaria, 1571”)                                                                           

Spiace ma questa è, in sintesi, la realtà prevalente nell’informazione italiana e straniera cui fa da pendant un giornalismo minoritario ed eroico formato da una schiera di giornalisti che in diversi Paesi (Italia compresa) continuano a essere minacciati, imprigionati, mutilati, uc­cisi.  E a ogni morte un “coccodrillo” improvvisato, un discorso di cir­costanza, talvolta una lapide.

Il ciclo riprenderà a funzionare più di prima poiché - si sa- l’assassinio di un giornalista é un monito per chi, eventualmente, pensa di seguire le orme della vittima.

Un po’ diversamente andavano le cose quando non dominava il “pen­siero unico” e in campo c’era un’editoria vera, professionale e anche una stampa progressista, di sinistra che produceva una sana controin­formazione mirata a innalzare il livello del confronto e la capacità cri­tica, reattiva dei lettori e di ampi settori del popolo italiano.

Acqua passata, purtroppo. Il crollo delle forze della sinistra storica ha travolto quasi tutte le testate della sua gloriosa tradizione.

Morte e sepolte sotto montagne di trasformismo codino e/o d’illusioni neoliberiste.

Emblematico, ma anche un po’ pietoso (pietà sincera la nostra) appare il caso de “l’Unità” , uno dei primi quotidiani per diffusione e sicura­mente per numero di lettori, che continua a essere “festeggiato” come se fosse in vita. Insomma, una festa con il morto. Una bizzarria.

7… Dopo quell’increscioso episodio, passai senza indugi dalla carta stampata ai giornali online che mi consentirono di riacquistare il pia­cere della piena libertà di scrivere.                                                       

Mi addentrai in questo nuovo mondo e scoprii che la gran parte del pubblico, specie giovanile, s’informa, interagisce sui social e sulle te­state online. Fine dell’informazione stampata?

Forse. Anche a causa della cupidigia concentrazionaria di ristretti gruppi di potere econo­mico che- di fatto- la stanno accompagnando al cimitero.

Da qui lo scadimento qualitativo dell’offerta giornalistica, la crisi generale dell’editoria italiana, confermata anche dagli osservatori internazionali: nel 2016 l’Italia è stata collocata al 77° posto (su 180) della graduatoria mondiale per indice di libertà di stampa. (fonte: Reporter senza frontiere)

Un dato allarmante che evidenzia un enorme problema politico, che deturpa l’immagine democratica e culturale dell’Italia, che in definitiva mortifica il diritto all’informazione di ciascuno.

Agostino Spataro

Maggio 2020

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