Sabato, 27 novembre 2021 - ore 00.42

Il raddoppio della centrale nucleare slovena che è a un soffio dall’Italia

Il raddoppio della centrale nucleare slovena che è a un soffio dall’Italia

| Scritto da Redazione
Il raddoppio della centrale nucleare slovena che è a un soffio dall’Italia

Il governo di Lubiana ha deciso per il raddoppio della centrale nucleare di Krško. Una decisione che desta più di una preoccupazione, presa nonostante i rischi che ne derivano siano ormai conclamati. Specie per l’Italia. L’impianto, infatti, sorge su un’area a rischio sismico a soli 130 chilometri da Trieste ed è privo di un deposito per smaltirne i rifiuti. In tutto questo – denuncia Altreconomia – Roma però tace. Il provvedimento è stato approvato lo scorso luglio dal parlamento sloveno con 49 voti a favore e 17 contrari. La struttura, unica centrale nucleare dell’ex Juogoslavia, avrebbe dovuto chiudere battenti nel 2023, ma il governo già nel 2016 optò per prorogarne la chiusura di vent’anni, al 2043.

L’impianto di Krško, da solo, soddisfa il 40% dell’intero fabbisogno energetico nazionale sloveno. Motivo per cui la nazione ne è tanto affezionata. Tuttavia, se qualcosa dovesse andar storto, nulla giustificherebbe la sconsideratezza nel tenerlo aperto. Quando fu costruito, ormai quarant’anni fa, non si disponevano di informazioni sulla sismicità del sito. Ora, però, ne siamo a conoscenza: la struttura ricade in un’area a rischio sismico medio-alto. L’unica in tutta Europa a essere collocata in una zona con tale grado di pericolosità. E non si tratta solo di deduzioni avanzate da studi geologici. Di conferme, infatti, ce ne sono fin troppe. Basti pensare allo scorso dicembre, quando la cittadina croata di Petrinja è stata gravemente colpita da un terremoto di magnitudo 6.4, a circa 80 chilometri di distanza dalla centrale nucleare Krško. Oppure a marzo 2020, quando a tremare è stata Zagabria, a 50 chilometri dall’impianto, o peggio, al 2015, quando un sisma di magnitudo 4.5 si è verificato a soli 12 chilometri dalla struttura.

Negli ultimi 140 anni, la zona è stata interessata da almeno sei terremoti con una potenza compresa tra 5 e 6. Tuttavia – spiega il sismologo Livio Sirovich, consulente del primo governo sloveno – «gli impianti erano stati calcolati per resistere a terremoti troppo piccoli. Si capì che un evento sismico, lì, poteva generare accelerazioni massime del suolo addirittura doppie rispetto a quelle considerate dal progetto. Solo che, ormai, era troppo tardi per modificare le strutture. In ballo c’erano già troppi interessi economici per fare marcia indietro». E la cosa peggiore è un’altra. La Slovenia sarebbe infatti fortemente intenzionata a realizzare una nuova centrale, col triplo della potenza, adiacente a questa.  Nonostante, anni fa, anche il Servizio nazionale francese di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare (Irsn) scrisse alla società energetica Gen Energija, proprietaria dell’impianto, che «la scoperta di una nuova faglia attiva non permette di concludere in modo favorevole sull’adeguatezza dei due siti per la costruzione di una nuova centrale nucleare».

(Simone Valeri, via L’Indipendente cc by nc)

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