Mercoledì, 25 maggio 2022 - ore 14.12

Il referendum sulle trivelle spiegato da chi l’ha scritto

L’intenzione dei promotori del referendum del prossimo 17 aprile è chiara: fermare le trivellazioni e mettere fine alla ricerca e all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani.

| Scritto da Redazione
Il referendum sulle trivelle spiegato da chi l’ha scritto

L’intenzione dei promotori del referendum del prossimo 17 aprile è chiara: fermare le trivellazioni e mettere fine alla ricerca e all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani, almeno entro il limite di 12 miglia nautiche che definisce le acque territoriali. L’intenzione è esplicita, e rimanda a questioni di fondo: la politica energetica del paese, gli impegni assunti dall’Italia per limitare le emissioni di gas di serra che alterano il clima, la sua politica industriale. Se puntare sui pochi giacimenti di gas e di petrolio italiani, o piuttosto su altre risorse – turismo, agricoltura, beni culturali, protezione ambientale.

Ma un referendum non può proporre scelte così articolate: può solo abrogare delle norme esistenti. Certo potrebbe dare un segnale politico, esprimere un volere dei cittadini.

Allora vediamo: chi propone di fermare le trivelle, e perché. E soprattutto, che effetto avrebbe un sì.

Il testo di un referendum è sempre complicato: “Volete voi che sia abrogato” l’articolo tale, comma tale, terzo periodo, della legge tale, limitatamente alla tale frase. La frase da abrogare in questo caso è “per la durata di vita utile del giacimento”. Riguarda la durata delle concessioni (i “titoli”) per estrarre idrocarburi. I titoli di norma sono concessi per trent’anni; la compagnia concessionaria può chiedere una prima proroga di dieci anni e altre due di cinque ciascuna. La legge di stabilità 2016, però, parla di “vita utile” del giacimento, che significa allungare una concessione in modo indefinito.

Il ricordo dell’acqua pubblica

“Se vince il sì, quella frase sarà cancellata”, spiega Enzo di Salvatore, professore di diritto costituzionale all’università di Teramo: è stato lui a scrivere il quesito. “In quel caso le piattaforme oggi attive continueranno a lavorare fino alla normale scadenza della concessione, o dell’eventuale proroga già ottenuta, ma poi nessuna nuova proroga, andranno smantellate”.

Ma non succederà come con il referendum sull’acqua? Tre anni fa 27 milioni di italiani hanno votato a favore dell’acqua pubblica, contro la privatizzazione dei servizi idrici. Il messaggio era chiaro, però poi non è cambiato molto: Napoli è l’unica città che ha deciso di attuarlo, trasformando l’azienda idrica in un’azienda di diritto pubblico; altrove è rimasto tutto come prima.

“In questo caso il risultato sarà concreto e immediato”, insiste Di Salvatore: non c’è ambiguità possibile, votare sì significa che “la vita delle piattaforme non si potrà allungare all’infinito”, le attività petrolifere andranno a scadenza.

Che questo basti a fermare le trivelle è un altro discorso. Il referendum è stato promosso nel settembre 2015 da dieci regioni italiane (rimaste nove quando l’Abruzzo si è defilato), che hanno accolto gli appelli di un coordinamento No triv e di un gran numero di associazioni, tra cui le storiche organizzazioni ambientaliste nazionali e molte locali.

In realtà i promotori un risultato l’hanno già ottenuto. In origine infatti i quesiti erano sei, tutti dichiarati ammissibili dalla corte costituzionale. Avremmo votato per esempio anche per cancellare tre norme introdotte dalla legge sblocca Italia del governo di Matteo Renzi: quella che definisce “strategica” l’attività petrolifera, una norma sugli espropri e una sulle competenze delle regioni.

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