La crisi economica accentua l’esigenza di rivedere un impianto di welfare ancora inadeguato per affrontare nuovi bisogni e nuove marginalità.
Il punto di partenza è che la dimensione pubblica del welfare va mantenuta e tutelata, nella consapevolezza che pubblico non significa statale, vuol dire un sistema pubblico di governance che deve definire le priorità, l’accesso alle informazioni e ai servizi, la partecipazione di altri soggetti e la definizione dei criteri fondamentali come i livelli essenziali di assistenza, i livelli sanitari, l’integrazione sociosanitaria ecc.
La soluzione non è quella di partire da progetti dall’alto di costruzione a tavolino della welfare community, ma piuttosto sostenere processi in atto, consolidare le esperienze positive, valorizzare quelle che hanno dimostrato di rendere la sussidiarietà un processo concreto piuttosto che un progetto da disegnare o, peggio ancora, un pretesto per limitare le tutele.
In questi anni il coinvolgimento di una molteplicità di soggetti organizzativi ha facilitato l’affermarsi di una progettazione partecipata, il valore della corresponsabilità, la contaminazione di prospettive e punti di vista differenti.
Diventa quindi importante consolidare il rapporto fra pubblico e privato (includendo anche i soggetti del mondo profit) ma occorre anche introdurre il valore della relazionalità come premessa per intercettare bisogni e domande spesso invisibili.
Il problema è che nei nostri territori rischiamo di smarrire l’importanza della territorialità e di un metodo del lavoro sociale, lo stesso concetto di sussidiarietà rischia di essere limitato dentro a una mera dinamica gestionale, riducendolo a una semplice esternalizzazione e privando i servizi di una dimensione di pensiero, di innovazione e di cittadinanza.
Se prendiamo l’esempio della sanità, certamente il modello lombardo presenta punte elevate di eccellenza, ma la riorganizzazione e i processi di efficientamento hanno pesantemente ridotto i servizi sul territorio e aumentato l’ospedalizzazione.
Non solo, ma pensiamo per esempio alla prossimità, all’importanza strategica dei servizi a bassa soglia perché molto spesso la domanda non bussa alla porta dei servizi, occorre stanarla, incontrarla nei suoi contesti.
Vi sono molteplici esempi di una sofferenza agita, che non è solo prerogativa delle fragilità tradizionali, è una sofferenza che difficilmente si traduce spontaneamente in domanda.
C’è un’affermazione famosa nell’epidemiologia dell’adolescenza che dice “l’adolescente è un individuo che si ammala molto poco, ma muore molto spesso”, tra i giovani ci sono dei muri d’accesso alla domanda di cura, ci sono resistenze interne e poi c’è il timore di essere riconosciuto diverso, malato, stigmatizzato. Da qui per esempio la difficoltà di incidere da parte delle figure istituzionali presenti nelle agenzie educative.
E’ da oltre trent’anni che lo stereotipo delle droghe è mutato e da fonte di piacere e di autocura sono diventate strumenti di miglioramento delle prestazioni, perché oltre ad anestetizzare un dolore morale conseguono anche l’adattamento sociale, ti mantengono o ti introducono dentro alle aspettative altrui (sul luogo di lavoro, nelle relazioni, nel divertimento ecc)
Prendiamo in considerazione la famiglia: “le nuove povertà familiari sono povertà relazionali, che non possono essere realmente comprese se non si possiede una adeguata visione relazionale della vita sociale” (Pierpaolo Donati)
Per migliorare gli interventi e le prestazioni occorre coinvolgere i protagonisti della prossimità, soggetti che sul territorio si occupano di queste cose, che sono in grado di intercettare i bisogni, renderli espliciti, costruire reti informali, connettere il caso con i servizi istituzionali, introdurre politiche pubbliche innovative e più efficaci.
Da qui pertanto emergono alcune priorità:
- l’esigenza di favorire un’integrazione maggiore fra sanitario e assistenziale, perché non è pensabile delegare tutto alle ASL.
- l’importanza dei Piani di Zona e il ruolo fondamentale nella programmazione del privato sociale e del terzo settore.
- l’esigenza di riconoscere spazi preliminari all’atto della cura, spazi relazionali, flessibili. Leopoldo Grosso (vicepresidente del Gruppo Abele) afferma che “se l’ascolto verbale è il primo atto per l’aiuto diretto, esso richiede oggi un lungo lavoro preparatorio: l’osservazione dei comportamenti, il contatto, l’aggancio”, per queste ragioni “interventi di strada, abbassamento delle soglie d’accesso, informalità dei setting, destigmatizzazione del contesto, flessibilità nelle modalità di rapporto” diventano strumenti fondamentali.
- una riorganizzazione complessiva dentro alla macchina pubblica, penso per esempio al prezioso e al duro lavoro degli assistenti sociali che deve essere sempre più proiettato a una funzione di rete (non solo istituzionale), penso al contributo prezioso che il privato sociale può offrire anche all’interno di meri servizi di assistenza come quella domiciliare, sui minori in famiglia,nelle scuole, un contributo non solo operativo in un’ottica di permanente subalternità al pubblico ma un contributo di regia, di corresponsabilità con gli operatori del Comune.
Siamo nell’epoca dei beni comuni, del risveglio di questa consapevolezza, assumono pertanto importanza i processi con i quali le politiche vengono attivate, il coinvolgimento del terzo settore, e i processi di partecipazione di destinatari e cittadini alle scelte che li riguardano.
Si parla molto di libertà di scelta, un principio irrinunciabile che colloca al centro la persona, una finalità che non può essere banalmente correlata alla possibilità di scegliere i soggetti erogatori, con la consapevolezza di asimmetrie informative e di sostanziale subalternità del cittadino, ma deve invece riconoscersi nella possibilità di scelta dei propri percorsi di vita, per le persone in condizioni di fragilità il poter scegliere dei percorsi di vita diversi e alternativi da quelli che sono offerti da una propria condizione di disagio, diventa requisito essenziale di sviluppo, autonomia e benessere.
Questo è evidente nelle aree dei minori, dei disabili e degli anziani, un passaggio che determina la centralità dei requisiti organizzativi in grado di favorire la valorizzazione della capacità dei diretti interessati e dei contesti territoriali e sociali in cui si opera.
La sfida diventa pertanto quella di tenere insieme la cultura dei diritti e della tradizione universalistica del secolo scorso con la cultura dei beni comuni del nuovo millennio, nella piena consapevolezza che beni comuni come la salute, il welfare, l’educazione ecc. richiedono forme moderne di governance che non prevedano più la vecchia concezione statica nella quale rientra la funzione del privato e quella del pubblico.
Andrea Virgilio



