Venerdì, 27 novembre 2020 - ore 21.22

Immuni diventa obbligatoria per le ASL, ma i grossi problemi rimangono

Il nuovo DPCM obbliga le ASL ad utilizzare l’app Immuni, ma il vero problema legato alla scarsa adozione dell’app risiede altrove.

| Scritto da Redazione
Immuni diventa obbligatoria per le ASL, ma i grossi problemi rimangono

Immuni, l’applicazione ufficiale per il contact tracing in Italia rilasciata lo scorso giugno a poche settimane dall’allentamento delle misure di lockdown, è stata accompagnata fin dalla sua nascita da una serie di polemiche, alcune meno fondate di altre, e mentre il governo e tutti i canali istituzionali non fanno che suggerire da mesi ai cittadini di scaricare l’app Immuni e di attivarla, nelle ultime settimane si è scoperto che in diverse Regioni sono le stesse autorità sanitarie ad ignorare questo strumento, rendendo di fatto inutile il suo funzionamento.

Dopo quanto emerso in Veneto e in Liguria, ma anche in Calabria, il governo ha deciso di correre ai ripari e nel nuovo DPCM firmato ieri sera ed entrato in vigore poche ore dopo ha inserito una modifica che obbliga le aziende sanitarie locali ad accedere al sistema centrale dell’app Immuni e caricare i codici chiave degli utenti positivi, così da rendere efficace – per quanto possibile di fronte ad un non massiccio utilizzo dell’app da parte dei cittadini – il sistema di tracciamento digitale dei contatti.

Il nuovo DPCM va a modificare quello del 13 ottobre scorso ed introduce l’obbligatorietà all’utilizzo di Immuni per le ASL:

Al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività.

La nuova norma, quindi, obbliga le ASL a condividere col sistema centrale di Immuni tutti i codici univoci degli utenti che risultano positivi al tampone per il COVID-19 e questo sicuramente metterà in moto – o rimetterà in modo in quelle Regioni che si sono perse per strada il sistema e saranno costrette a riprendere le comunicazioni – il sistema di notifiche per gli utenti, che a questo punto potranno ricevere le notifiche sui propri smartphone nel caso in cui stiano stati in contatto con una persona positiva al COVID-19.

Questa novità costituisce senza dubbio un passo in avanti nell’utilizzo e la diffusione del sistema di tracciamento dei contatti, ma non va a risolvere alcuni dei problemi più grandi, non collegati direttamente all’app Immuni. Il numero dei tamponi analizzati ogni giorno è in aumento, ma la capacità di test in Italia è ancora piuttosto carente rispetto al numero dei cittadini che dovrebbero essere testati ogni giorno.

Le immagini delle lunghissime code ai drive-in arrivano da una parte all’altra del Paese. C’è chi è costretto a rimanere in fila per intere giornate, chi chiede di poter essere sottoposto al tampone per giorni senza ricevere risposte certe e chi, di fronte ad un caos del genere, decide in modo autonomo di restare chiuso in caso per il tempo necessario o addirittura, specie se in assenza di sintomi, continua a condurre la propria vita nella speranza di non essere veicolo di contagio.

Gli utilizzatori di Immuni che ricevono una notifica che segnala un potenziale contatto con una persona positiva al COVID-19 non hanno di fatto una corsia preferenziale per i test. Gli utenti sono invitati a contattare il proprio medico di base e a praticare l’auto-isolamento, di fatto senza alcun controllo da parte delle autorità sanitarie.

Immuni è uno strumento caldamente consigliato ai cittadini, ma non obbligatorio (e questo aspetto probabilmente non verrà modificato per una serie di validi motivi, a cominciare dal fatto che il funzionamento di Immuni è garantito soltanto su smartphone più recenti). Oltre a venir a conoscenza di un potenziale contatto con un positivo al COVID-19, di fatto, gli utilizzatori di Immuni non hanno alcun vantaggio pratico: di fronte alla ricezione della notifica sono invitati ad entrare in un caotico sistema di test che rischia di far perdere decine di ore nel migliore dei casi o a chiudersi in casa nella speranza di non aver contratto l’infezione.

Garantire, invece, una corsia preferenziale nei test assicurerebbe un’adozione sicuramente più massiccia dell’applicazione e renderebbe efficace quel sistema di tracciamento dei contatti che, nella fase attuale di emergenza, in molte Regioni è ormai collassato e viene pressoché ignorato.

Di fronte a questi problemi viene naturale chiedersi se, giunti a questo punto, non sia ormai troppo tardi per correre ai ripari. La risposta è probabilmente positiva, almeno in molte Regioni italiane in cui la richiesta di tamponi è altissima e il sistema di test non riesce a stare al passo.

Fissare una corsia preferenziale per gli utilizzatori di Immuni, permettendo a chi riceve la notifica di prenotare un tampone in tempi rapidi e ricevere risposte altrettanto rapide così da sapere nell’arco di un paio di giorni al massimo se si è costretti all’isolamento o meno, è un aspetto che andava affrontato con chiarezza fin dal principio, quando la curva dell’epidemia era in calo il sistema dei test non era così sovraccarico come è adesso. Intervenire in questa fase di caos totale non farebbe che aggiungere ulteriori problemi che ora non ci si possono permettere.

C’è poi un altro problema da non sottovalutare legato alla scarsa adozione dell’app Immuni (i numeri che vengono propagandisticamente annunciati dai canali istituzionali ci sono quante volte l’app è stata scaricata, non quante volte è stata attivata e continua ad essere attiva): gli smartphone meno recenti e non dotati della tecnologia Bluetooth Low Energy non permettono di utilizzare Immuni, anche se di fatto il suo scaricamento viene permesso.

In piena crisi economica e in un Paese in cui il divario digitale è altissimo, quante persone non dotate di uno smartphone compatibile avranno la possibilità di procurarsi un nuovo dispositivo, anche se economico, col solo obiettivo di far funzionare un’app che, di fatto, non dà alcun vantaggio ai cittadini se non quello di suggerire l’eventuale venuta in contatto con un positivo difficile da accertare perchè il sistema di test è già saturo?

Una possibile soluzione al problema poteva essere quel bonus PC e internet da 500 euro in partenza in queste ore proprio con l’obiettivo di dare una svolta alla digitalizzazione del nostro Paese, ma il governo e i canali istituzionali, visti i problemi in corso nel sistema di tracciamento, non hanno mai collegato i due aspetti e forse a questo punto è davvero troppo tardi per correre ai ripari.

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