Sabato, 14 dicembre 2019 - ore 06.12

La buona sanità fa bene all'economia

| Scritto da Redazione
La buona sanità fa bene all'economia

La buona sanità fa bene all'economia
Oltre a influenzare la salute dei cittadini, il sistema contribuisce alla crescita economica generando valore aggiunto e punti di Pil. L’allarme sulla spesa pubblica troppo alta è infondato, il problema vero è nelle differenze tra Nord e Sud
di Stefano Cecconi
La sanità in Italia costa poco, se confrontata con gli altri paesi. Il nostro paese ha il finanziamento e la spesa sanitaria, sia pubblica che complessiva, più bassi della media Ue (al di sotto di quella di Francia, Germania, Belgio, Portogallo, Austria, Danimarca, Olanda, Svezia e Grecia) e dei paesi Ocse. L’allarme spesa sanitaria è dunque totalmente infondato. Non c’è stato, del resto, alcun boom della spesa sanitaria, che si è mantenuta relativamente costante in rapporto al Pil e che anzi è diminuita nel 2006, 2007 e 2008. Assistiamo a una lieve crescita nel 2009, ma per effetto del crollo del Pil durante la crisi. Anche il disavanzo sanitario è in calo: l’anno scorso è stato pari a 3,260 miliardi, lo 0,23% del Pil, ed è il più basso registrato negli ultimi cinque anni. Le stesse previsioni per il futuro, del resto, parlano di spesa sanitaria “dominabile” investendo nella riconversione dei sistemi socio-sanitari: più prevenzione, più integrazione tra sociale e sanitario, cure primarie e servizi alternativi al ricovero ospedaliero.
Il problema vero della sanità del nostro paese è il divario tra le Regioni. Il disavanzo infatti continua a essere concentrato nel Centro-Sud, cui si sono aggiunte nel 2009 Veneto, Liguria, Trentino e Valle d’Aosta. Una parte delle Regioni riesce a coprire il disavanzo, relativamente contenuto, con risorse proprie o manovre straordinarie (addizionali fiscali, ticket ecc). Alcune invece, per l’entità del disavanzo, sono state costrette a ricorrere ai “piani di rientro”. E se il valore della spesa sanitaria pubblica nazionale è, nel 2008, pari al 6,78% del Pil, la spesa delle regioni sul Pil oscilla da un 5,17 % della Lombardia a un 10,23 % della Sicilia.Nel Centro-Nord l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil resta sotto la soglia del 7%, nel Sud è oltre il 9%. Questa situazione impone, nell’odierna fase di attuazione del federalismo fiscale, una straordinaria attenzione a garantire una reale perequazione, che compensi le diverse capacità fiscali delle singole Regioni, dovute alle diversa ricchezza disponibile, per garantire la fruizione del diritto alla salute e alle cure in tutto il territorio nazionale, come sancisce la Costituzione. Per questo bisogna insistere perché i decreti attuativi il federalismo fiscale assicurino effettivamente il finanziamento integrale dei livelli di assistenza e la perequazione verticale (cioè statale) per compensare le minori capacità fiscali.
Tornando ai critici della sanità pubblica, vorrei sottolineare che essi dimenticano di dire due cose. Primo, che quella che sta aumentando fuori controllo è la spesa sanitaria privata, di cui più dell’80 per cento è rappresentato da quella che in gergo si chiama spesa out of pocket, quella pagata cioè direttamente dai cittadini e non mediata da fondi o assicurazioni. Secondo (ed è l’aspetto che più ci interessa sottolineare qui), è che la produzione di beni e servizi sanitari influenza direttamente la condizione di salute dei cittadini e per questa via contribuisce a riprodurre e ad accrescere “capitale sociale”, che da tempo è riconosciuto come un fattore di vantaggio competitivo (vedi il Documento conclusivo del Consiglio Ue di Lisbona del 2000). Ma non solo: la sanità contribuisce alla crescita economica anche generando valore aggiunto. Il sistema sanitario italiano, secondo recenti stime (Cerm 2010) contribuisce infatti a generare un valore aggiunto diretto pari al 5,75% del Pil (a prezzi base). Considerando anche le attività economiche indotte, tramite i consumi intermedi, la sanità raggiunge un valore aggiunto esteso dell’8% sul Pil.

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