Mercoledì, 15 luglio 2020 - ore 19.55

La crisi della Seconda Repubblica

| Scritto da Redazione
La crisi della Seconda Repubblica

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della "sinistra radicale"
Il giorno in cui cadrà la Seconda Repubblica saranno in pochi a
rimpiangerla. Con ogni probabilità è stato il periodo più buio ed infausto
della storia repubblicana, non solo perché ha coinciso con il lungo e
vergognoso ciclo berlusconiano, bensì perché ha rappresentato una iattura
per la partecipazione delle masse popolari alla vita politica nazionale e
una maledizione per la stessa democrazia rappresentativa borghese.

In questo senso la Seconda Repubblica è stata devastante, nella misura in
cui ha eroso i diritti e gli interessi delle classi subalterne, sempre più
estranee e distanti dai teatrini del Palazzo, e minato le basi, incompiute e
vulnerabili, dello stato sociale italiano.

Inoltre, i vantaggi promessi, cioè la stabilità di governo, non hanno avuto
alcun effetto e il Palazzo si è rivelato più ingovernabile di prima. La
corruzione della politica è persino più dilagante rispetto al regime
precedente. Per non parlare del trasformismo, un male atavico e
irriducibile. Basti pensare all'ignobile mercato delle vacche (senza offesa
per le vacche) a cui si è assistito in occasione del voto di fiducia del 14
dicembre scorso.

Ma torniamo al tema della libertà politica. Il sistema elettorale vigente,
basato sulla legge denominata "Porcellum" riunisce i peggiori difetti del
sistema maggioritario e di quello proporzionale. Oltretutto è stato
annientato ciò che un tempo il regime proporzionale garantiva in termini di
libertà di scelta e di rappresentatività politica ed elettorale, vale a dire
il "piacere" di frequentare i propri simili o chi si preferiva, eleggendo
chi ci rappresentava realmente, ovvero i referenti politici più attendibili.

Il sistema proporzionale puro, malgrado i limiti e i difetti, consentiva a
tutti (o quasi) di essere rappresentati politicamente, mentre oggi la
maggioranza reale della popolazione non è e non si sente rappresentata
all'interno delle istituzioni. Non a caso è in netta crescita il tasso di
astensionismo elettorale consapevole. E ciò è senza dubbio un bene.

A dirla tutta, questo fenomeno non dipende tanto dalla legge elettorale,
quanto dal fatto che in un regime capitalistico come quello attuale, le
libertà democratiche sono oggettivamente ridotte e mortificate
dall'ingerenza delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie sovranazionali,
vale a dire dai centri di controllo della finanza globalizzata.

La politica ufficiale ha perso la sua credibilità in quanto la gente si
rende conto di non riuscire ad incidere in alcun modo sul proprio destino, a
meno che non si organizza autonomamente in un movimento di massa. Sta
crescendo la consapevolezza che l'intervento nella vita istituzionale non
paga come pagano le mobilitazioni di massa.

Lo scollamento tra società e palazzo è un dato fin troppo evidente e
scaturisce da molteplici ragioni, soprattutto dalla chiusura
autoreferenziale delle istituzioni rappresentative borghesi, che non devono
dar conto al popolo che le "elegge", ma alle oligarchie tecnocratiche che
sovrastano il livello degli organismi parlamentari e liberali.

La separazione tra politica e "società civile" ha investito anche e
soprattutto la sinistra. Infatti, il divorzio tra le masse popolari,
storicamente collocate a sinistra, e i partiti tradizionali della sinistra,
o i loro eredi ufficiali, è un discorso più vasto e complesso. Tale frattura
ha avuto origine in una serie di eventi che risalgono agli anni '80 e
successivamente gli anni '90, quando i partiti di massa che rappresentavano
la sinistra, a cominciare dal PCI, si sono progressivamente imborghesiti,
estraniandosi sempre più dall'immaginario collettivo e dal sentimento
popolare che animano le classi subalterne.

Il vuoto che si è creato, in parte è stato occupato e riempito dal
"populismo" della Lega Nord, ma in gran parte si esprime attraverso
posizioni di protesta e di astensionismo elettorale, che di fatto
rappresentano un fenomeno sempre più cosciente e di massa.

Nel panorama politico odierno si presenta senza veli chi tenta di colmare, o
quantomeno ridurre, la distanza che separa il "popolo" dalle formazioni
politiche di sinistra. Si pensi al caso di Nichi Vendola, il quale dichiara
esplicitamente di voler stabilire una "connessione sentimentale" con il suo
"popolo". Per scopi palesemente elettoralistici.

A parte i settori che nel Partito Democratico sono conniventi con gli
interessi del capitalismo bancario e confindustriale, si pensi alla
ambiguità che fanno capo alla cosiddetta "sinistra radicale", in particolare
la Federazione della Sinistra, i cui dirigenti nazionali si attestano su
posizioni incerte e poco trasparenti, adiacenti al governismo, che suscitano
l'imbarazzo di numerosi elettori e militanti della base. Sorge il fondato
sospetto di un appiattimento su una linea priva di una coerente identità
classista, distante rispetto ad una scelta di campo apertamente proletaria
ed anticapitalista.

Mi riferisco esplicitamente ai quadri dirigenti del PRC, o come diamine si
chiama il nuovo soggetto politico nato a sinistra, a quanti hanno
abbandonato alla deriva (ideologica e politica) migliaia di compagni e
militanti che affollavano i circoli territoriali di base, che non hanno più
un'identità culturale precisa, non sanno più come definirsi e non hanno più
valori di riferimento teorici e  pratici ai quali aggrapparsi.

L'interrogativo cruciale da porsi è il seguente: cos'è questa Federazione
della Sinistra? Un'organizzazione di stampo comunista, o aristo-comunista,
un movimento radical-chic e democratico borghese? Un partito riformista? O
semplicemente un cartello elettorale?

E' evidente che si tratta solo di una forzatura dettata dall'attuale
contingenza politica, cioè da una ristrutturazione dello scenario
parlamentare allo scopo di eliminare i partiti minori. Partitini che alla
prova dei fatti si sono rivelati assolutamente deboli, subalterni e
impotenti rispetto ai condizionamenti esercitati dai poteri forti: il
capitalismo bancario e finanziario, l'establishment militare nordamericano,
il Vaticano e via dicendo.

E' evidente che un rinnovamento effettivo è impossibile se viene concepito
come sostituzione dei vertici della nomenclatura, mentre occorre rimediare a
problemi più seri, come sconfiggere il "male" dell'opportunismo e del
carrierismo che assale burocrati e funzionari di partito, eliminare le
contraddizioni insite in una forza politica corrotta dall'ideologia
borghese. Non serve rinnovare il personale dirigente se poi i metodi di
gestione, di organizzazione e conduzione sono praticamente gli stessi del
passato.

Lucio Garofalo

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