LA CULTURA DELLO SCARTO VINCENZO ANDRAOUS (PAVIA)
Un paese di numeri che di fronte alla morte di una detenuta, di un detenuto, di una persona azzerata senza la benchè minima giustificazione, tenta di cavarsela con una sorta di fastidio nel dover ammettere che con quella assenza tutto il sistema ha fallito. C’è un grande dispendio di superlativi assoluti per dare colore al sudiciume divenuto catena che non si spezza, Tutto il male possibile e impossibile non dipende da chissà che cosa, ogni sottrazione di bene, di speranza, di rispetto, di dignità, sono effetti collaterali, risultanze provenienti da una sorta di induzione a regredire a nome sovraffollamento. Questo inferno creato a misura non ha responsabilità di alcuno, ogni piaga, malattia, follia, rimangono discordanze sull’ondata eccezionale di caldo. Non esistono fragilità a detta di qualcuno, invece il carcere è una sorta di terra di nessuno dove ogni spazio è occupato dalla disperazione, e chi è disperato non sconta la propria pena, non la vede né la sente la propria colpa. A dire di tanti addetti ai lavori ci sarebbe una cronica carenza di organici, soprattutto quello specializzato, ruolo più che mai richiesto alla luce delle condizioni da doppia diagnosi conclamata in tanti e troppi detenuti. Eppure con questa assenza di servizi inaccettabile, il mantenimento in carcere di ogni detenuto costa allo Stato 150 euro al giorno. Sarebbe opportuno sapere come vengono investiti questi dobloni, certamente per la sìcurezza, certamente per realizzare gli obiettivi umani che la detenzione si propone per abbattere una recidiva intollerabile che sta a significare un vero e proprio fallimento della funzione della pena, la dimensione carceraria deumanizzata, la finalita’ rieducativa della pena ridotta a una concessione assai poco edificante. In questo balilamme verticistico privo di ascolto e accompagnamento ci sono le linee guida per la prevenzione dei suicidi, eppure ragazzi sempre più giovani e fragili non ce la fanno a resistere a tanta indifferenza, la corda e il laccio diventano ultimi compagni di un viaggio non contemplato in alcun ordinamento penitenziario. Le carceri continuano a generare morte, violenza e sofferenza, anche di coloro che operano e vivono nelle galere. Forse c’è da domandarsi con una certa onestà intellettuale perchè le condizioni di sopravvivenza nelle prigioni sono ulteriormente peggiorate. Forse è arrivato quel momento. Forse.



