LA NAVE DEI FOLLI | VINCENZO ANDRAOUS (PV)
E’ proprio così, il carcere italico è stato ridotto a un container di carne umana, dove si dimenano innocenti e colpevoli, giusti e ingiusti che si scambiano di posto all’occorrenza.
C’è chi si ostina ancora a chiamarlo carcere, Istituzione, luogo di pena e di rieducazione, mentre occorrerebbe un pò più di onestà intellettuale e chiamarlo con il suo vero nome: la nave dei folli vivi e quelli morti.
Una giovane donna si è tolta la vita nei giorni scorsi in un sovraffollato carcere del nord, altri giovani detenuti e meno giovani, si sono ammazzati a più riprese in più carceri del sud, ognuno e ciascuno lasciati morire nell’indifferenza eretta a sistema, a potere di controllo, nella ricerca folle di una risoluzione dei problemi endemici dell’Amministrazione Penitenziaria.
Quest’anno siamo già a 30 morti ammazzati, a 30 evasi con i piedi in avanti, a 30 buchi neri sullo scafo di questa nave di folli irresponsabili. Negli anni scorsi, anno dopo anno, abbiamo contato con una postura falsamente contrita i cadaveri scomposti lasciati qua e là, sbirciando con malavoglia malcelata i documenti stropicciati di ognuno depositati sulle casse accatastate. Anche quest’anno ne conteremo le carcasse, sbrigativamente, senza trovare il tempo di conoscerne la storia personale di quei volti in preda alla disperazione, alla solitudine imposta, in quella ultima torsione del tutto innaturale dettata dall’asfissia della corda stretta al collo.
Anche quest’anno autorevoli dispensatori di garanzie e tutele alla vita, al rispetto della dignità di chi deve scontare giustamente la propria pena, si eleveranno più alte ancora nel camposanto creato a misura del carcere se ancora vogliamo definirlo tale, affinchè la legge sia davvero uguale per tutti, i diritti siano veramente riconosciuti per chi sbaglia e tenta disperatamente di scontare la propria pena con dignità.
Questa galera ridotta ad essere un non luogo ove uomini e donne privati della libertà hanno la possibilità di ricostruire dalle macerie un cammino condiviso, nella fatica e nell’impegno ri-accendere il valore della relazione, del rispetto per se stessi e per gli altri, perché senza ciò la vita stessa permane un inutile corpo morto.
Questa sorta di nave dei folli serve soltanto a sfornare statistiche, chi entra e chi esce, chi muore e chi sopravvive, quanti trattamenti inumani e degradanti fanno la differenza, e quante volte ancora ascoltare come note stonate che il sistema carcerario italiano è dunque e semplicemente al capolinea di ogni più inaccettabile giustificazione di comodo.



