Martedì, 31 gennaio 2023 - ore 11.59

La Mobilità nella scuola Che fare? Di Lucio Garofalo

Appena ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola, c'era chi esultava per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, è ovvio), attribuendo il merito al ministro Giannini.

| Scritto da Redazione
La Mobilità nella scuola Che fare? Di Lucio Garofalo

Ma ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato: un diritto non può essere spacciato come favore elargito arbitrariamente, a discrezione di un "santo", per quanto potente. Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, l'attesa ed agognata stabilità professionale, persino la vicinanza della sede, tale risultato non è ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo servirebbe obiettare che la presunta "stabilità lavorativa" è ormai un miraggio a causa della legge 107/2015, che ha precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati PTOF, i Piani Triennali dell'Offerta Formativa, allo scadere dei quali il preside potrebbe anche non confermarti, o dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora. A quel punto che si prospetterebbe un amaro destino: finire nei famigerati "ambiti territoriali", una sorta di calderoni da cui i DS e gli Uffici Scolastici andranno ad attingere il personale di cui hanno bisogno come avviene al "mercato delle vacche". A ciò si aggiunga l'aspetto della premialità dei docenti "meritevoli" secondo meccanismi o criteri fissati dai "comitati di valutazione", che non tengono in conto il valore dell'insegnamento svolto in classe, nella misura in cui privilegiano ben altri valori o prerogative, più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, di questo si tratta: di politica, soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affarista della scuola, corruttele, malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia o altre baggianate, che sono fiabe per i bimbi. Dunque, che fare? È il quesito che mette in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza a manifestare, allora converrebbe farlo. So che la famigerata "buona scuola" è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste del mondo della scuola. I burattinai hanno verificato che la reazione non sarebbe durata a lungo e fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli mezzi a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza, sfidando le forze dell'ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito. Le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una realtà con cui occorre fare i conti: la "chiamata diretta" è passata sotto spoglie neanche mentite: "chiamata per competenze". Il "merito" è un surrogato con cui si premieranno i leccapiedi. Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito nel corpo docente. Se possibile. E ciò è esattamente il principale elemento di criticità della categoria docente: l'assenza di coesione interna, solidarietà corporativa. Nelle alte sfere lo sanno. Come lo sanno i DS, che insistono su tale debolezza. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.

Lucio Garofalo

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