Martedì, 02 giugno 2020 - ore 03.15

La semplificazione che non c’è nel decreto Rilancio

In attesa dell’iter parlamentare, in Gazzetta ufficiale pesa 323 pagine, 266 articoli e 98 decreti attuativi. Perpetuando la palude legislativa che di fatto frena l’Italia (e la transizione ecologica)

| Scritto da Redazione
La semplificazione che non c’è nel decreto Rilancio

È stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il cosiddetto decreto Rilancio, ovvero il Dl 19 maggio 2020, che ora si prepara ad affrontare l’iter parlamentare per la conversione in legge. Da qui passa la principale iniziativa finora messa in campo dallo Stato per sostenere l’economia italiana piegata dalla crisi Covid-19, ma la strada si annuncia tutt’altro che spianata.

Già prima delle modifiche parlamentari il decreto Rilancio pesa 323 pagine, 266 articoli – larga parte dei quali del tutto incomprensibili in italiano corrente – e ben 98 decreti attuativi. Non un buon esercizio di democrazia né di efficienza normativa, visto anche l’impatto che il decreto impone in termini di conti pubblici: il cuore del provvedimento sono i 55 miliardi di euro di indebitamento netto (deficit) dello Stato, sebbene si arrivi a 155 miliardi di euro in termini di saldo netto da finanziarie (un ammontare determinato in larga parte dalle garanzie offerte dallo Stato per i prestiti che le banche fanno alle imprese durante la crisi Covid-19).

In termini di contenuti il decreto Rilancio presenta molte lacune ma anche iniziative robuste per sostenere al contempo il tessuto produttivo e la riconversione ecologica del Paese, in primis il superbonus al 110% dedicato alla riqualificazione energetica e antisismica degli edifici, con il quale si inizia a dare finalmente corpo al Green deal italiano. Ma la forma è anche sostanza, e la scrittura del decreto non facilita certo la concreta applicazione dei suoi contenuti.

Un vecchio e terribile vizio della produzione legislativa nazionale, che continua ad andare contro sé stessa. All’articolo 3 della legge 69 approvata dal Parlamento il 18 giugno del 2009, come ricorda oggi Sergio Rizzo su Repubblica impone che «ogni rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative» deve indicare «in forma integrale o in forma sintetica», ma soprattutto «di chiara comprensione » la materia «alla quale le disposizioni fanno riferimento». Una legge mai rispettata, come già accaduto con un analogo tentativo risalente al 1988 che incarica il governo di controllare che le leggi siano scritte in modo semplice e comprensibile.

Una palude legislativa che di fatto frena il Paese, in barba a quanto chiedono indistintamente categorie di produttori, aziende di servizio pubblico, associazioni ambientaliste e semplici cittadini: semplificazione.

«Dobbiamo fare correre l’economia del nostro Paese – ha osservato nel merito il premier Conte, nei approntata la base del decreto Rilancio – Ora ci dedicheremo senza tregua al decreto Semplificazioni. L’obiettivo è chiaro: rendere più rapidi e trasparenti alcuni passaggi amministrativi. Subito dopo inizieremo a programmare interventi di più ampio respiro investendo sull’Italia che vogliamo: più verde, più digitale, più inclusiva». Vedremo con quale quantità e qualità dei testi legislativi: intanto ci sono 266 articoli e 98 decreti attuativi da limare.

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