Caro direttore, sono (……..) a chiedere la (…) disponibilità perché, attraverso le pagine del giornale (…) , mi sia dato modo di evidenziare quanto sta accadendo alla nostra agricoltura cremonese.La mia è una azienda specializzata nella produzione di latte che viene conferito a Latteria Soresina e la superficie che si lavora è di circa 120 ettari. Quanto viene prodotto dal terreno, foraggio, mais e frumento, si utilizza per l’alimen tazione del bestiame, circa 210 vacche, e l’eccedenza venduta. Per rimanere nella zootecnia da latte, tolte le dimensioni, medio-grandi, credo che la mia sia rappresentativa delle aziende da lette cremonesi, con una aggiunta finale relativa al titolo in base al quale il terreno viene condotto: 30% in proprietà, 70% in affitto od assimilato. Da qualche tempo i conti faticano a tornare, non c’è più equilibrio fra entrate ed uscite (e dire che Latteria Soresina come le altre cooperative cremonesi del settore, ha sino ad ora remunerato il latte abbastanza bene), le quotazioni attuali dei nostri prodotti sono avvilenti. Aggiungo, ad abudantiam, il lievitare continuo di quasi tutti i costi e le prospettive non tranquillizzanti legate alla presenza di fosforo nelle deiezioni animali che moltiplicheranno i problemi delle aziende zootecniche di ogni tipo. Questa è la faccia negativa della medaglia che, come tutte tutte le medaglie ha un retro, un’altra faccia, positiva a mio parere, sia pure di poco, ma positiva. Mi riferisco al fatto che sul territorio sono presenti realtà produttive e commercialicooperative, governatedaiproduttori, chegestiscono in forma diretta una buona parte di quanto prodotto dalla nostra terra. Se aggiungiamo, per quanto riguarda il latte, che tutto il cremonese rientra nella zona del Grana Padano, una delle Dop di maggiore pregio in tutto il mondo, ben si comprende come la negatività rappresentata da quanto ho elencato possa essere riequilibrata dalle potenzialità connaturate a questi fattori positivi. Fatte queste affermazioni che possono essere condivise o meno, vorrei concludere con alcune considerazioni per offrire a coloro che ne sanno più di me, a coloro che governano le realtà produttive e commercialicui accennavoin precedenza,ai responsabili locali delle organizzazioni professionali la possibilità di valutare le cose che ho scritto, di fare le riflessioni del caso, di discutere fra di loro per arrivare, me lo auguro di tutto cuore, a decisioni operative condivise e sinergiche, soprattutto incampocommerciale.Che sensoha,michiedo,trovandoci ad operare in un mercato, quello agro-alimentare italiano saturo per un verso e poco incline a spendere condizionato com’è dalla crisi delle famiglie, scannarci fra di noi anziché rivolgerci a mercati esterni più ricettivi? Ed ancora: perché, ammesso di volerlo fare, andiamo in ordine sparso anziché immaginare (e costruire, se già non ci sono) strumenti comuni in grado di offrire a soggetti esterni strutturati e capienti, non un monoprodotto, ma una gamma di prodotti di cui è ricco il nostro territorio? Credo però che sia giunto il tempo di immaginare qualche risposta: io potrei ancora farne a meno, ma i miei nipoti le pretendono.
Sandro Bertoni (Pieve d’Olmi Cremona)



