Sabato, 26 novembre 2022 - ore 20.08

LE RIFORME DELLA GIUSTIZIA: IMPARIAMO A CONOSCERLE MEGLIO

| Scritto da Redazione
LE RIFORME DELLA GIUSTIZIA: IMPARIAMO A CONOSCERLE MEGLIO

Sulla Giustizia in questi mesi abbiamo lavorato bene con la Ministra Cartabia, così come avevamo lavorato bene con il Ministro precedente, su alcune questioni che hanno portato a realizzare riforme importanti e necessarie per il Paese.

La riforma del processo civile e la riforma del processo penale erano due delle condizioni che erano state poste dall’Europa per elargire i fondi previsti dal PNRR.

Queste due riforme, infatti, sono assolutamente necessarie se vogliamo mettere il nostro Paese non solo all’altezza dei bisogni e delle necessità dei cittadini ma anche rendere il nostro Paese attrattivo.

È evidente, infatti, che difficilmente un investitore viene volentieri in un Paese in cui la giustizia civile e la giustizia penale hanno tempi lunghissimi, perché poi rischia di dover stare fermo per molto tempo a causa di queste eccessive lentezze.

Inoltre, dobbiamo riuscire a garantire ai cittadini una giustizia capace di dare giudizi rapidi e corretti, in cui siano salvaguardati gli interessi di chi si ritiene vittima di reati o di abusi e anche delle persone accusate.

Le due riforme - del processo civile e penale - sono già state approvate in entrambi i rami del Parlamento e stanno cominciando a funzionare.

Un’altra riforma fatta riguarda la presunzione di innocenza, che ha ridotto di molto gli spazi per una comunicazione che mette alla berlina le persone indagate in un processo, come troppo spesso succede. È stata fatta anche la riforma delle intercettazioni e altre piccole riforme come quella riguardante il diritto di famiglia.



Complessivamente, realizziamo queste riforme con l’obiettivo di accelerare i processi, in particolare per quanto riguarda la giustizia civile, e lo si fa con alcuni strumenti.

Il primo è uno strumento generale (valido anche per il processo penale) ed è finanziato con il PNRR e cioè si assumono 18mila persone per rafforzare e creare in tutte le sedi giudiziarie gli uffici del processo, per mettere i giudici monocratici nelle condizioni di poter concentrare il proprio lavoro sulle sentenze.

Gli uffici del processo, infatti, devono svolgere tutte le funzioni che possono essere di sostegno al magistrato, dalla raccolta dei documenti, alle testimonianze, fino a contribuire alla scrittura delle sentenze.

A mio avviso, si tratta di una cosa importante e sono già state assunte 13mila persone con questa funzione e questo può aiutare innanzitutto ad esaurire gli arretrati, che in molti tribunali sono ancora molto consistenti ma può consentire anche di ridurre di molto i tempi dei processi.

Questo lo si fa grazie al PNRR e anche rafforzando il lavoro sulla digitalizzazione.

L’esperienza della pandemia ci ha portato a capire come tutta una serie di pratiche burocratiche, trasmissioni di dati o altro che venivano fatte manualmente possono essere fatte utilizzando la rete e in via digitale. Questo significa che occorre dotare le nostre sedi giudiziarie degli strumenti e di una rete efficiente e protetta e per questo c’è un altro consistente investimento del PNRR.

Vengono assunte 5.000 persone, tra ingegneri, esperti di digitalizzazione e altre figure in grado di lavorare all’organizzazione delle sedi di giustizia, sia per far funzionare il digitale che per riorganizzare gli uffici e rendere complessivamente più efficiente l’organizzazione degli uffici giudiziari.

Questa parte riguarda sia la giustizia civile che penale e consente di dire che abbiamo fatto un passo importante per ridurre i tempi dei processi e migliorare il funzionamento della giustizia.



Inoltre, c’è un tema che riguarda più propriamente la riforma del processo.

Sul processo civile abbiamo fatto una riforma che sostanzialmente rende più efficiente ed elimina i tempi morti della discussione processuale. Tradizionalmente, ad esempio, la prima seduta di un processo civile si limita all’acquisizione degli atti e non produce alcun tipo di dibattimento mentre con la riforma si dice che già nella prima seduta deve iniziare il dibattimento e, quindi, si velocizzano i tempi.

La cosa più importante su cui abbiamo investito è l’idea di ridurre il numero di contenziosi che vanno a processo e, quindi, vanno a ingrossare la mole di lavoro che devono fare i giudici. Questo si fa incentivando (anche fiscalmente) il ricorso ai riti alternativi come la mediazione, che non aprono il processo e consentono una soluzione diversa delle cause.

È stato scelto di aumentare le possibilità di riti alternativi al processo e abbiamo anche previsto un incentivo economico a chi sceglie di risolvere il contenzioso utilizzando strumenti non processuali.



Sul processo penale la questione è molto complicata.

Il primo problema che abbiamo dovuto affrontare riguardava la prescrizione, che era stata eliminata dal Governo giallo-verde a partire dal secondo grado di giudizio. Questo avrebbe rischiato di portare a processi infiniti con problemi seri rispetto alle garanzie sia per la vittima che per l’imputato.

Si è, quindi, arrivati ad un compromesso per lasciare la prescrizione in primo grado e per il secondo grado si sono previsti tempi certi per lo svolgimento del processo, stabilendo che, se in quei tempi non si arriva alla conclusione, il processo si estingue.

Per evitare che per reati gravi e processi complessi si rischiasse di non arrivare a conclusione, si è deciso che per i reati di mafia, traffico di droga, terrorismo, reati sessuali i giudici possano chiedere anche più volte ulteriore tempo (motivando la richiesta).

Inoltre, si interviene sul processo penale anche per quanto riguarda i tempi delle indagini, riducendo la possibilità di prorogare le indagini e fissando tempi certi.



Nella riforma del processo penale, inoltre, abbiamo introdotto in maniera molto determinata il principio per cui il carcere non è l’unico strumento di pena.

Questa è una cosa su cui abbiamo lavorato molto e a cui teniamo di più.

Alcuni reati possono prevedere pene pecuniarie, altri reati bagatellari possono essere depenalizzati e ci sono pene alternative che possono essere svolte fuori dal carcere e prevedere la messa alla prova, che è uno strumento già in atto e che si sta incrementando.

La Ministra, nella sua relazione sulla giustizia, ha detto che è molto aumentato il numero di detenuti messi alla prova, cioè si dà credito ai detenuti e si consente loro di lavorare fuori, verificando la loro credibilità e disponibilità al cambiamento.

Questo è un modo per evitare quello che in carcere è un problema molto serio: il carcere è un generatore di violenza e di recidività mentre i trattamenti esterni, soprattutto se prevedono il lavoro e altre attività, hanno dei livelli di recidività molto più bassi.

Inoltre, si è introdotta la giustizia riparativa come uno degli strumenti per fare in modo che il carcere non sia l’unico strumento di punizione, riportando il sistema delle pene nell’alveo della Costituzione perché le pene devono servire a rieducare e reinserire le persone in società, non a creare sofferenza e privazione, come invece succede spesso nelle nostre carceri.

Questa è una battaglia che abbiamo fatto; avremmo voluto ottenere un po’ di più ma la Ministra è molto sensibile sul tema del carcere e delle misure alternative e su questo si sta lavorando.



Tutto questo è un lavoro che abbiamo fatto in un anno ma che era stato preparato già da prima sia sul civile che sul penale, per cui c’erano già delle proposte depositate in Parlamento e su cui avevamo lavorato già quando c’era il Governo giallo-rosso. La Ministra Cartabia ha dato un impulso molto significativo.



Accanto a questo c’è il tema del diritto di famiglia.

È stata approvata una Legge Delega che dà mandato al Governo per rivedere il diritto di famiglia e istituire i tribunali della famiglia, che si occupino, quindi, di tutti i problemi che riguardano la famiglia, evitando la differenziazione tra tribunale dei minori, tribunale civile e penale.



Ora stiamo affrontando il tema dell’ergastolo ostativo, che ci ha imposto la Corte Costituzionale.

La Corte Costituzionale ha detto che non è più possibile pensare che una persona condannata all’ergastolo non possa godere di benefici a meno che non collabori, come prevede la legge attuale.

La legge non va bene e va cambiata. Non si può pretendere che una persona collabori per accedere ai benefici, quindi, occorre rifare una norma che raccolga il senso della sentenza della Corte Costituzionale ma faccia anche in modo che questo non si trasformi in opportunità, soprattutto per chi è condannato per reati di mafia o di terrorismo.



Infine, c’è la questione della riforma del CSM, che è molto difficile da affrontare e ci sono in campo temi diversi.

Occorre decidere, in particolare, sulle cosiddette porte girevoli, cioè sulla possibilità di un magistrato di entrare in politica e poi rientrare in magistratura e a quali condizioni.

C’è poi tutta la questione del disciplinare.

Noi abbiamo proposto che si costituisca un’Alta Corte per risolvere le questioni disciplinari, altrimenti tutto viene fatto all’interno dello stesso soggetto.

C’è anche il tema dell’elezione del plenum del CSM, la rappresentanza dei magistrati, sapendo che le correnti hanno un ruolo e bisogna capire come limitare il loro potere di determinare tutte le scelte. Questa è l’altra grande questione che abbiamo di fronte e che vogliamo affrontare nelle prossime settimane.



Sullo sfondo c’è da una parte la credibilità della magistratura e della giustizia, segnate dalle vicende Palamara e altre; dall’altra parte c’è la consapevolezza che i grandi problemi della giustizia vanno affrontati soprattutto ora che siamo in un Governo sostenuto da una maggioranza larga, cercando di dare risposte concrete.

La giustizia, infatti, deve smettere di essere un campo di battaglia ideologico con la testa rivolta all’indietro come è stato in questi anni.

Lo scontro politica - magistratura, per come è stato costruito e che continua a essere ideologico, fa male e non aiuta la giustizia.

Anche i referendum che sono stati messi in campo dai radicali e sostenuti dalla Lega con questo spirito, cioè contro i giudici, al di là dei singoli quesiti, complessivamente non aiutano a costruire le risposte di cui i cittadini e la giustizia in Italia hanno bisogno.

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