Giovedì, 28 ottobre 2021 - ore 04.04

Morrò pecora nera: il 17 aprile andrò a votare per il ‘NO’ di Vittore Soldo (Pd Cremona)

Da referente per le questioni Ambientali del PD Lombardo, mi inserisco nel dibattito sulle questioni relative al referendum del 17 aprile prossimo, il cosiddetto referendum “Trivelle”.Risparmio ai più annoiati, ai già decisi, ai “partiti presi” e ai già evangelizzati da una parte o dall’altra, la lettura delle mie argomentazioni : al referendum del 17 aprile andrò a votare e segnerò il riquadro del “NO”.

| Scritto da Redazione
Morrò pecora nera: il 17 aprile andrò a votare per il ‘NO’ di Vittore Soldo (Pd Cremona) Morrò pecora nera: il 17 aprile andrò a votare per il ‘NO’ di Vittore Soldo (Pd Cremona)

Esco pubblicamente adesso perché nel frattempo mi sono impegnato perché all’interno della mia comunità politica, il Partito Democratico, si svolgesse il confronto per poi poter arrivare ad una sintesi politica: come referente alle questioni ambientali della segreteria regionale del PD lombardo, insieme ai referenti provinciali e al presidente del Forum Ambiente regionale, dopo aver sollecitato perché si portassero nelle federazioni e nei circoli lombardi le argomentazioni di tutti i posizionamenti in campo, ho e abbiamo chiesto che si raccogliessero le istanze emerse dalla discussione avvenuta nei territori e che si facesse sintesi nell’ambito della direzione regionale del PD Lombardo, in previsione della Direzione Nazionale del 4 aprile. Esco pubblicamente adesso per rispetto dei tempi, dei modi e dei luoghi che ci siamo dati nell’ambito della comunità politica di cui faccio parte e lo faccio a titolo personale.

Dichiaro la mia posizione senza enfasi e con grande rispetto per le associazioni e per chi si è già schierato per il “SI”: riconosco il valore dell’impegno e grande coerenza da parte di chi porta avanti queste tematiche da sempre, che hanno rappresentato punti di vista innovativi e hanno fatto da utile pungolo o da ferma e rigorosa critica ai governanti nazionali e locali e mi riferisco soprattutto a Lega Ambiente, WWF e alle altre associazioni ambientaliste. Anni di confronti e di battaglie condivise, di cui l’ultima contro il consumo di suolo, ancora aperta, non potranno venir superati dal posizionamento in merito a questo referendum, la cui portata, sia ambientale che politica, purtroppo o per fortuna, è molto contenuta.

Sarebbe assurdo lacerarsi e lo sarebbe per tanti motivi, primo fra tutti il fatto che questo referendum non porterà alla banale semplificazione che in alcuni frangenti della campagna referendaria e secondo alcuni approcci, sarà più facile dividere i “buoni” dai “cattivi”, chi vuol salvare questo pianeta da chi lo vuole sfruttare fin che ce n’è, in barba al protocollo di Kyoto o alla più recente COP21. Fortunatamente le “cose” sono molto più articolate di quel che sembrano.

Da sempre sono un forte sostenitore di quella rivoluzione “verde” che questo paese aspetta da troppo tempo e che non sembra iniziare ancora: da amministratore locale ho approntato un PGT a consumo di suolo zero stralciando l’adozione precedente che invece prevedeva un aumento , su base quinquennale, del 45% della popolazione equivalente. Ho introdotto la raccolta differenziata e pur non riuscendoci, ho cercato di favorire l’acquisto di mezzi comunali a corrente elettrica e relativa colonnina di ricarica ad uso pubblico.

Insieme alla mia compagna abbiamo deciso di eliminare una delle due auto di famiglia e mi muovo per almeno il 90% dei miei spostamenti con i mezzi pubblici: vivendo in provincia e dovendomi spostare molto anche per politica, con l’esigenza di gestire due figli, non potevamo rinunciare ad un’automobile di famiglia, purtroppo.

Da ultimo ma non meno importante non lavoro per una multinazionale che fa Energia, fossile o altro.

Per inciso, in un paese normale, non si dovrebbero giustificare le proprie posizioni prima di esprimerle, ma l’Italia non è un paese normale e rilevo la triste e periodica abitudine ad abbassare il livello del confronto banalizzandolo praticamente sempre e facendo in modo che le posizioni in campo si riducano strumentalmente in due: chi ha degli interessi in gioco e chi invece si fa portatore del bene comune di sorta. Buoni o cattivi, Montecchi o Capuleti, Guelfi o Ghibellini.

Anche per questo referendum, siamo ricaduti in questa logica divisiva, lacerante e che sbriciola quotidianamente il dibattito generale in troppi rivoli e asseconda quella tendenza verso la quale si sta scivolando da troppo tempo: il discutere la politica e le politiche di questo paese, per compartimenti stagni, per camere separate, legittimando sempre di più le battaglie del momento, estemporanee, usa e getta, Prêt-à-porter e sminuendo l’elaborazione di una visione organica, senza che una questione specifica possa essere inquadrata nell’ambito di una strategia di medio e/o lungo periodo che comprenda una visione di almeno 20/30 anni. Adesso , con i Big data e con lo sviluppo tecnologico a disposizione, potremmo permettercelo ma evitiamo o non vogliamo fare quello sforzo di elaborazione che invece servirebbe per evitare una conflittualità mai sopita, che riesce sempre meno a trasformarsi in “confronto” che porti ad una visione condivisa. Cosa che ci impedisce di compiere la costruzione di una società forte e inclusiva che è base e non conseguenza di un’economia e di un paese forte.

Lo so…una quota parte di responsabilità in merito è da ascrivere anche alla Politica. Una quota parte però, non tutta, anche perché la Politica è da sempre espressione della comunità da cui viene eletta.

Questa digressione mi è servita per introdurre il merito della questione: il referendum del 17 aprile insiste su decisioni in merito ad una tipologia di energia tra quelle disponibili e che si possono produrre in Italia, quella da fonti fossili, ahimè una tra quelle considerate tra le più impattanti a livello ambientale e su questo non discuto. La questione quindi può essere ridotta al passaggio, che dovrebbe avvenire quanto prima, verso fonti energetiche quanto più possibili rinnovabili.

Mi permetto di sollevare però che al dibattito in corso manca una parte importante e fondamentale, senza la quale considero stupido esprimersi in merito:

I tempi di vita, i meccanismi e l’articolazione della “domanda” di Energia.

Discutendo solo delle forme e delle tipologie dell’ “offerta” di Energia oggi in Italia, sia essa rinnovabile, da fotovoltaico, da geotermico oppure da fonti fossili, da subito, mi sarei schierato a favore del “SI”, ma in questo caso il quesito referendario sarebbe stato: “sareste a favore dell’eliminazione dell’energia prodotta da fonti fossili?”

La domanda del quesito referendario del 17 di aprile p.v., purtroppo però non è questa e non è questa perché anche nel caso in cui vincessero i “SI”, il sistema paese, dalle utenze domestiche alle grandi fabbriche, per non parlare dei trasporti, non passerebbe da un giorno con l’altro, ma nemmeno da un decennio all’altro, ad accendersi con fonti energetiche rinnovabili…purtroppo non è così e anche per questo, rivolgo insieme ai referenti delle politiche Ambientali delle province lombarde, un pungolo al Governo ed in particolar modo al Presidente del Consiglio, nonché segretario del mio partito perché si attui una politica che vada sempre più verso una forte e compiuta sostenibilità delle Politiche energetiche nazionali, in modo deciso, anche e soprattutto a valle di COP21.

Quindi, arriviamo alla domanda che dovrebbe essere formulata a monte rispetto alla domanda del quesito referendario: considerando i grandi volumi di richiesta di energia in gioco non solo dalle utenze domestiche del nostro paese ma considerando le infrastrutture, i trasporti e per una parte della grande industria, la sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili, sul corto periodo è fattibile? E in caso affermativo, quanto tempo viene inteso come “corto periodo”? 10, 20 , 30 anni?

Questa è la domanda, le domande, a cui ho risposto per decidere cosa fare il 17 aprile.

Con buona pace di complottisti, o degli ultras del vivere “total green” che solitamente lo sono anche e soprattutto perché possono permetterselo, una parte della richiesta di energia che contribuisce a mandare avanti questo nostro travagliato paese, arriva e arriverà, qualsiasi sarà l’esito del referendum, da fonti fossili. Inoltre la transizione tra forme di energia fossili a quelle di nuova generazione, compiutamente rinnovabili, non potrà essere realizzabile entro i prossimi 20, 25 anni. Basti pensare che già oggi l’Italia produce in energia elettrica da fotovoltaico è 5 volte tanto quello che si produrrebbe se il gas estratto entro le 12 miglia dalle coste italiane, verrebbe lasciato dov’è: 25 TWh sono stati prodotti dal fotovoltaico nel 2015, contro i 5 TWh che si sarebbero prodotti se avessimo convertito in energia elettrica i 1210 milioni di metri cubi di gas estratto entro le 12 miglia marine, dai giacimenti Italiani off-shore.

Questo ci dice che c’è una tendenza in atto e fortunatamente questa tendenza va verso fonti Sostenibili da ogni punto di vista me è giusto che si sappia che l’energia fotovoltaica prodotta dal nostro paese, seppur già in maggior quantità rispetto alle fonti fossili, ha bisogno di essere stabilizzata prima di essere messa in rete e questo viene fatto grazie a centrali turbogas. Inoltre siamo ancora purtroppo lontani da una tecnologia matura per la conservazione e l’accumulo di energie prodotte da fonti rinnovabili.

Riprendendo l’esempio dell’energia elettrica potenzialmente prodotta dal gas estratto dai giacimenti italiani entro le 12 miglia nel 2015 (5 TWh, il 20% di quanto prodotto nello stesso periodo da fotovoltaico). Se immaginassimo di voler sostituire quei 5TWh con fonti rinnovabili dovremmo provare a capire quanto tempo ci vorrebbe per farlo…si sappia che,ad oggi, in Italia, gli impianti fotovoltaici di diversa pezzatura, sono 648-650 mila. Per sopperire ai 5 TWh unicamente con il fotovoltaico dovremmo arrivare ad avere qualche millione di impianti, dai 10 ai 20 milioni per essere un po’ più precisi e per fare questo ci vorrebbe più di qualche anno e comunque rimarremmo condizionati dal dover stabilizzare l’energia prodotta dal mix di energie rinnovabili solo ed unicamente grazie a fonti fossili da bruciare in centrali di conversione.

Considerando che nell’arco di 10-20 anni assisteremo ad una forte riduzione delle fonti fossili e ad un progressivo aumento delle rinnovabili, qual è il senso di una consultazione referendaria nel momento in cui, arriveremo fisiologicamente, negli stessi anni, al medesimo risultato?

In ultima analisi prenderei in considerazione la tipologia della domanda e le questioni ambientali sottese ad essa: sappiamo che il principale motivo di inquinamento dell’aria e dei conseguenti costi di salute pubblica deriva dallo smog prodotto dal trasporto su gomma e dal traffico di automezzi alimentati da fonti fossili…se non cambiamo questa tendenza e quindi la domanda, potremmo andare avanti ad accapigliarci all’infinito su quali fonti vorremmo utilizzare ma se il mercato continua a chiedere fonti “vecchie”, dichiarandoci e rinunciando ad un’offerta energetia che comprenda le fonti fossilim avremo una coscienza collettiva serena ma continueremmo ad avere dei seri problemi di vivibilità e di qualità della vita, progressivamente peggiori.

Mi permetto di sottolineare inoltre che gli standard, le procedure autorizzative e la grande professionalità imposta e accumulata dagli operatori e dalle compagnie che estraggono fonti fossili dai nostri mari, sono tali da ridurre molto i rischi di un incidente in mare. Si consideri inoltre che la maggior parte delle autorizzazioni, ad oggi, in essere entro le 12 miglia, riguardano per la maggior parte il gas e non il petrolio (17/21), cosa che riduce ulteriormente il rischio ambientale. Infine sono da considerare le entità delle pressioni in gioco: molto basse perché i giacimenti sono da considerarsi superficiali. Questo riduce di molto i rischi collegati a questo tipo di attività estrattive che comunque hanno un loro impatto che non può essere negato.

Si consideri infine che la maggior parte dell’inquinamento dei nostri mari deriva dal trasporto e dalla logistica anche di fonti fossili: la maggior parte del petrolio perso in mare deriva da incidenti di trasporto e non da incidenti in attività estrattive.

Concludo con la conferma del mio “NO” al prossimo referendum, con una proposta che giro al nostro Governo e successivamente una domanda che rivolgo invece ai movimentisti di casa nostra:

1 - Prendere l’occasione per chiedere maggior royalties alle compagnie, per fare cosa?

2 - Impiegare questi proventi per finanziare una ricerca seria e indipendente sulle tecnologie di accumulo e stabilizzazione dell’energia prodotta da rinnovabili, nonché…

3 - Mettere in campo provvedimenti per favorire il passaggio ad auto elettriche e incentivare anche gli enti locali nella diffusione di centraline di ricarica elettrica,

4 - Favorire e incentivare la conversione degli impianti a gas in pompe di calore elettriche…ad oggi è ancora proibitivo.

Ai movimentisti di casa nostra invece chiedo quale debba essere la politica energetica nazionale totalmente rinnovabile in grado di ricoprire il fabbisogno energetico se anche nell’implementazione delle rinnovabili ci siano grandi contrarietà in campo, dal fotovoltaico che deve essere soprattutto o solo domestico, all’eolico, molto impattante dal punto di vista paesaggistico per non parlare dell’idroelettrico o del mini-idro...purtroppo la maggior parte delle persone di questo paese ha bisogno di lavorare, di muoversi e di corrente per vivere e questo comporta l’impiego di “energie”, sia che queste siano tanto o poco impattanti: a quando la sintesi di quale sia la migliore politica energetica nazionale dal punto di vista della sostenibilità, ambientale, sociale ed economica?

La lunghezza dell’intervento era dovuta, scusate il tempo rubato e grazie per l’attenzione.

Vittore Soldo ( Pd Cremona) Segreteria Regionale – Partito Democratico Lombardo  Delega a Sostenibilità, Beni Comuni e Ambiente

 

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