Domenica, 25 agosto 2019 - ore 02.07

Pianeta migranti. Di Maio e i soccorsi in mare delle ong

Se non si soccorrono, affondano. E’ questo che si vuole? Migranti come vuoti a perdere. Da inizio anno sono annegate 878 persone. La politica che alza il dito contro chi soccorre in mare ma non muove la mano per fermare i trafficanti aprendo canali legali, viene meno ai suoi compiti.

| Scritto da Redazione
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Riccardo Gatti, coordinatore dell’ong spagnola Proactiva open arms, dopo una sua audizione in Senato ha dichiarato: “Non avrei mai immaginato di dover spiegare a dei senatori della repubblica del mio paese l’attività di soccorso in mare, attività che svolgiamo seguendo le regole del diritto internazionale e soprattutto l’esempio della guardia costiera italiana che compie salvataggi in mare da vent’anni”. “Ci hanno accusato di favorire il business dell’accoglienza e di farlo per un’ideologia politica. Ma la verità è che se non ci fossero dei morti in mare noi non saremmo lì”.

Secondo Gatti le accuse alle ong servono a negare “che le persone continuano a morire. Se ci spostassimo dalle attuali 12 miglia marittime dalle coste libiche alle 30 miglia marittime lasceremmo senza soccorsi 600 miglia quadrate di mare, un’area vastissima dove le persone continuerebbero a morire”. Riccardo Gatti sostiene che “i trafficanti usano sempre più spesso i gommoni al posto delle barche di legno e di ferro perché con l’operazione Sophia di EunavforMed, lanciata nel 2015, c’è stata una campagna per distruggere le imbarcazioni di ferro e legno, così le organizzazioni criminali sono passate a mezzi di trasporto più economici”.

Marco Bertotto di Medici senza frontiere, all’accusa che la vicinanza delle navi umanitarie a 12 miglia dalle coste libiche invoglia i migranti a fuggire, risponde che l’accusa non si basa su evidenze scientifiche. “I numeri non forniscono nessuna prova che esistano delle connessioni tra la presenza dei mezzi di soccorso e il numero delle partenze dalla Libia. Per esempio, nei mesi successivi alla sospensione dell’operazione Mare Nostrum c’è stato un aumento delle partenze, eppure non c’erano i mezzi pronti al soccorso”. “Sono diversi i fattori che determinano i picchi di arrivi e questo ci porta a dire che sono le ragioni per cui fuggono a spingere queste persone a mettersi in mare e non certo la possibilità – che non è certezza – di essere salvate”. L’accusa che le navi umanitarie in mare siano un fattore che incita la fuga era già stata mossa a Mare Nostrum, il 4 settembre 2014, dall’allora direttore esecutivo di Frontex Gil Arias-Fernandéz davanti a una commissione del parlamento europeo”. A questa accusa contro le ong, il viceministro degli esteri italiano Mario Giro aveva così replicato: “Si dovrebbe fare un’analisi più seria. L’unico vero fattore di spinta è la presenza dell’Europa a poche miglia marine dalla costa africana. Frontex vuole forse spostare l’Europa? In un periodo storico in cui l’Europa rischia di perdere la sua anima tra muri e sovranismo, si cerca di sviare il problema: si pensi piuttosto al fatto che tutti i salvati vengono lasciati all’Italia e che nessun altro paese s’impegna, per ora”. L’accusa alle ong viene smontata anche dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), secondo cui molte delle 25 mila persone si sono messe in viaggio dall’inizio del 2017 sono arrivate a nord di Malta senza essere intercettate dalle navi delle ong davanti alle coste libiche.

“Le morti in mare ci sono perché, in assenza di canali sicuri e regolari, le persone sono costrette a pagare milioni di dollari ai trafficanti e a mettersi in mare in condizioni inaccettabili”, afferma Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere. “L’attività di soccorso in mare non è una risposta - questo lo dicono anche le ong - è solo un palliativo a una situazione che dovrebbe essere affrontata in maniera completamente diversa. Politiche europee disumane costringono le persone a mettersi in mare mettendo a rischio la loro vita”. E la politica sta a guardare.

 

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