Nell’archivio on line de “La Provincia”, il 21 settembre 1962 è pubblicato un articolo a nove colonne: “Cremona avrà l’aeroporto - Iniziati i lavori di livellamento - La Provincia ha stanziato i fondi per la pista ma non per i servizi e gli uffici”. Si tratta quindi di un’idea che sta per compiere 50 anni, o almeno 45 se ci si rapporta all’apertura al traffico avvenuta l’8 gennaio del 1966. Il 20 luglio dello stesso anno, la Provincia titola: “Se la pista fosse più lunga”, riferito all’arrivo del primario prof. Mariani, ferito in un incidente stradale occorsogli in Francia e rimpatriato a bordo di un DC119. Se si fa un’analisi delle posizioni assunte dal quotidiano di Cremona, fin dal 29 agosto 1961 si insiste per “porto, aeroporto e zona industriale”, asserendo che il Migliaro avrebbe dovuto comprendere anche un eliporto, per non parlare dell’articolo di fondo intitolato “Una carta da giocare”, che dimostra grande apertura al nuovo. Nella sequenza delle cronache di quegli anni si dà notizia di un finanziamento dapprima di 40, poi di altri 80 milioni di lire per la realizzazione dell’infrastruttura a carico dell’Amministrazione provinciale.
La questione dell’allungamento della pista è dunque vecchia almeno di mezzo secolo, e non è stata da me suscitata per un atteggiamento acrimonioso nei confronti del signor Piergiorgio Gobbi, che ho sempre incontrato nel corso del mandato e col quale intrattengo un buon rapporto anche a livello personale; non si può tuttavia dimenticare che egli risulta avere acquisito la proprietà in area confinante con l’aeroporto in data 14 luglio 1975 (atto Notaio Ponti), quindi quasi dieci anni dopo la costruzione e l’apertura dell’impianto. Dai valori indicati nell’atto di compravendita, si può desumere un prezzo inferiore alla media, forse anche per la penalizzazione dovuta alla presenza dell’aeroporto. Ora ci si chiede se il signor Gobbi abbia fatto un “incauto acquisto”, imitando i proprietari di villette costruite successivamente a confinanti allevamenti bovini o suini, che a seguito di reiterate proteste hanno talvolta ottenuto il risultato della chiusura delle porcilaie o delle stalle. Prima di pensare alla Corte dei Conti, o alle altre considerazioni formulate, bisognerebbe quindi ritornare al rischio sostenuto dal costruttore o dall’acquirente di un bene posto al confine di una esistente infrastruttura, quasi come chi va con la schiena verso i pugni.
Le considerazioni storiche evidenziano come l’aeroporto venga molto prima dell’abitazione “incautamente” acquistata da Gobbi, contro la cui proprietà non ci siamo mai sognati di svolgere alcuna azione amministrativa. Ma la questione di fondo è un’altra: cosa si vuol fare dell’aeroporto? Esso si deve adattare a funzioni all’altezza dei tempi (soccorso sanitario, protezione civile, meteorologia, collegamento ad infrastrutture militari, utilizzo da parte di imprenditori e manager già in possesso di aerei e brevetti, eliporto); se queste opportunità non possono essere garantite, occorre spostarlo da un’altra parte. A quanto mi è dato sapere, non vi sarebbero contrarietà dei proprietari confinanti verso un ampliamento della pista. Alla stessa maniera c’era la disponibilità dei privati anche ad un trasferimento tout court dell’infrastruttura in altra zona. Questa seconda ipotesi va accompagnata, a mio avviso, da una variante urbanistica che eviti all’attuale impianto la trasformazione in zona agricola, bensì ne consenta la valorizzazione, onde ricavare le risorse per realizzare il nuovo investimento.
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Giuseppe Torchio



