Martedì, 27 ottobre 2020 - ore 13.25

Trent’anni fa la riunificazione della Germania

| Scritto da Redazione
Trent’anni fa la riunificazione della Germania

Il trentennale della riunificazione tedesca fornirà l’occasione a molti commentatori per tracciare un bilancio dell’integrazione dei nuovi Länder nella Repubblica federale di Germania, sottolineandone le carenze e le conseguenti frustrazioni e incomprensioni. Perlopiù dando per scontato che la rapida fusione dei due Stati fosse l’inevitabile e indiscusso corollario della fine della Guerra Fredda, e lasciando nell’ombra il ruolo determinante avuto da due protagonisti – Helmut Kohl e George W. H. Bush – che scelsero quell’opzione massimalista, travolgendo le resistenze dei principali alleati europei della Germania, e persino i distinguo dei propri ministri degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher e James Baker.

All’indomani della caduta del Muro la riunificazione era solo un’ipotesi proiettata nel medio-lungo periodo. Infatti, alcune settimane dopo tutti furono colti di sorpresa dall’annuncio dei dieci punti di Kohl perché evocavano quella prospettiva, sia pure come ultima tappa di un lungo processo, preceduta da una “comunità contrattuale” (Vertragsgemeinschaft) e in seguito una confederazione fra i due Stati, e nel contesto di una dissoluzione delle alleanze con la creazione di una architettura europea di sicurezza collettiva.

L’accelerazione di Kohl

Era solo l’inizio di una sensazionale accelerazione. Di fronte alle preoccupazioni espresse da Mikhail Gorbaciov, e dai propri alleati che temevano la destituzione  dell’artefice della Perestrojka (fra cui il presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti), il Cancelliere dava assicurazioni rivelatesi poi poco genuine: non era sua intenzione agire precipitosamente, destabilizzare il nuovo regime riformista della Repubblica democratica tedesca (Ddr) guidato dal moderato Hans Modrow, il quale sperava di poter preservare nell’ambito della “comunità contrattuale” uno Stato con una propria identità ed una impronta socialista-democratica.

In realtà, sin dall’inizio del 1990 Kohl aveva deciso di sfruttare appieno l’estrema debolezza del governo tedesco-orientale per scavalcare la fase della Vertragsgemeinschaft e puntare al dissolvimento della Ddr – verrebbe da dire: “Modrow, stai sereno”. Se in dicembre pensava a un processo di 4-5 anni (contro i 10-15 ritenuti ragionevoli dagli alleati europei), in febbraio si dava come traguardo il 1991. Poi ci sarebbero voluti solo sette mesi.

L’esodo inarrestabile favoriva il suo disegno. Nella speranza di arginarlo, Berlino-Est accettava di anticipare a marzo le elezioni inizialmente previste per maggio. Kohl si lanciava nella campagna elettorale dei suoi vicini, bypassando i riformisti – Modrow e quelli della Tavola Rotonda – e convogliando masse di voti verso la Cdu orientale. Sin da allora faceva balenare il miraggio di un’unione monetaria, che sarebbe poi stata attuata il 1° luglio, al tasso di cambio del tutto irrealistico di 1:1. Una mossa politica audace, economicamente temeraria – e infatti avversata dal presidente della Bundesbank -, destinata ad affondare definitivamente l’opzione gradualista di Modrow. Dall’indomani delle elezioni del 18 marzo le trattative inter-tedesche per l’unificazione si sarebbero svolte con un partito vassallo, la Cdu di Lothar de Maizière.

Un’ulteriore forzatura fu la scelta della modalità costituzionale: invece dell’articolo 146, inserito nel Grundgesetz (Legge fondamentale, cioè Costituzione provvisoria del 1949) proprio in vista di una eventuale fusione fra i due Stati tedeschi, Kohl optò per l’articolo 23, pensato ai fini della reincorporazione del piccolo territorio della Saar: non dunque un connubio paritario con la creazione di un nuovo soggetto internazionale e l’adozione di una nuova Costituzione, come ritenuto logico e auspicato dall’Spd e dalle varie capitali europee, ma un semplice Anschluss dei cinque Länder orientali.

Il nodo della Nato

La corazzata Kohl avanzava con la protezione della supercorazzata Bush, che anzi raccomandava di stringere i tempi per non rischiare di essere fermati dal possibile rovesciamento di Gorbaciov (che fu poi in effetti tentato nell’agosto 1991 dai conservatori). A Washington premeva soltanto che Bonn non facesse concessioni sulla appartenenza della Germania unita alla Nato e sulla presenza di truppe americane, in cambio della riunificazione.

Il Cancelliere, pur deciso a sfruttare a fondo la sua forza negoziale, considerava ragionevole escludere il territorio ex-Ddr dalla organizzazione militare Nato e dallo stazionamento di truppe della Alleanza. Lo stesso Segretario di Stato americano, in colloqui a Mosca in febbraio, prometteva “no extension of current NATO jurisdiction eastwards“. In seno al National Security Council si prendeva in considerazione la smilitarizzazione del territorio tedesco-orientale, il ritiro delle forze Usa da tutta la Germania, la sua uscita dalla organizzazione militare della Nato (status alla francese), la sua denuclearizzazione. Il presidente Bush mise bruscamente il veto a tutte queste concessioni.

Gli sconfitti Genscher e Gorbaciov

Ancora in marzo Genscher propugnava una graduale dissoluzione di entrambi i blocchi militari nell’ambito di “strutture cooperative di sicurezza”. Di fronte alla dura reazione di Kohl finiva per allinearsi. Ma quell’idea continuava ad essere coltivata da Mitterrand.

Gorbaciov viveva amaramente la sua Caporetto, con continui arretramenti e nessuna linea del Piave in vista a causa del disperato bisogno di aiuti economici occidentali. Se in dicembre sosteneva che la divisione della Germania era stata decisa definitivamente “dalla Storia”, in febbraio si era ormai rassegnato all’unificazione, ed era addirittura possibilista sulla permanenza della Rfg nella Nato, purché senza forze dell’Alleanza nella zona orientale.

La trattativa

Della questione, come dell’utopistico sistema di sicurezza collettiva, ottenne che si negoziasse in sede quadripartita, parallelamente alla trattativa (ineguale) fra i due Stati tedeschi sugli aspetti interni (formula 2+4). Contava sulla solidarietà di inglesi e francesi, preoccupati dalle accelerazioni tedesco-americane e dalla prospettiva di una Germania egemone in Europa.

Ma Bush fece in modo che i colloqui a quattro non iniziassero prima di maggio, e che rimanessero un binario secondario. Il vero negoziato, nell’estate del 1990, si svolse essenzialmente a due, fra Bonn e Mosca. Mentre Washington si occupava di convincere Mitterrand ad accantonare le sue riserve e di mitigare la contrarietà di Margaret Thatcher.

Il negoziato finale, dopo un estremo tentativo britannico di farlo deragliare, si concluse il 12 settembre. Per Gorbaciov fu in sostanza una resa, per Bush la conferma che il nuovo ordine internazionale era ormai a guida americana.

Questa umiliazione, aggravata poi dalla violazione della promessa di non espandere la Nato verso Est, è all’origine dello spirito di rivalsa che ha animato negli ultimi due decenni la politica di Vladimir Putin verso l’Occidente.

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