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#25aprile2018 Quando Liberazione faceva rima con giustizia sociale di Ilaria Romeo (Cgil)

Il punto di arrivo del lungo e travagliato processo resistenziale e il successivo ingresso delle masse popolari nel regime della democrazia e delle libertà. Il 25 aprile attraverso i documenti dell’Archivio storico della Cgil

| Scritto da Redazione
#25aprile2018 Quando Liberazione faceva rima con giustizia sociale di Ilaria Romeo (Cgil)

#25aprile2018 Quando Liberazione faceva rima con giustizia sociale di Ilaria Romeo (Cgil)

Il punto di arrivo del lungo e travagliato processo resistenziale e il successivo ingresso delle masse popolari nel regime della democrazia e delle libertà. Il 25 aprile attraverso i documenti dell’Archivio storico della Cgil

Il 25 aprile 1945, il Comitato di liberazione nazionale alta Italia proclama l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. È il punto di arrivo di quel lungo e travagliato processo resistenziale che poco meno di due anni prima, nel novembre del 1943, aveva fatto dire a un giovanissimo Bruno Trentin: “L’Italia finalmente si risveglia! Su tutta la superficie della penisola occupata dagli invasori tedeschi e dai loro degni sicari fascisti, il popolo italiano, quello del 1848, quello di Garibaldi e di Manin è in piedi e lotta [...]. Dopo aver dormito vent’anni, questo popolo martire fa sentire all’immondo aguzzino in camicia nera tutte le terribili conseguenze del suo risveglio. È in piedi oramai. Lo si era creduto morto, servitore, vile e codardo, e invece è là!”.

Un processo, quello che aveva portato alla Liberazione, che 33 anni dopo, nell’aprile 1978, veniva ricordato da Luciano Lama con queste parole: “Perché abbiamo combattuto contro i fascisti e i tedeschi? Perché abbiamo rischiato la vita, perduto, nelle montagne e nei crocevia delle nostre campagne, nelle piazze delle nostre città migliaia dei nostri compagni e fratelli, i migliori? Perché siamo insorti, con le armi, quando il nemico era più forte di noi? Abbiamo lottato allora per la giustizia e per la democrazia, per cambiare l’Italia, per renderla libera […]”.

“Dobbiamo sconfiggere nella coscienza dei lavoratori e del popolo ogni tentazione al disimpegno – proseguiva l’allora segretario generale della Cgil – da qualunque parte essa venga. […] Oggi, in un momento drammatico della nostra storia, guardiamo con grande preoccupazione al presente e ricordiamo con giusta fierezza, anche se senza trionfalismo, la lotta si trent’anni fa. […] I giovani devono crescere con questi valori, e sapere che la nostra generazione, pur con tutti i suoi limiti ed errori, ha creduto in qualche cosa e continua a crederci ed è capace di sacrificarsi e continua a sacrificarsi per questi valori. La nostra gioventù, così incerta e senza prospettive anche per nostre manchevolezze, deve ricevere da noi in questo momento una lezione, deve trovare in noi un esempio che come nel ’43-’44 non è fatto di parole, ma di scelte dolorose, di sacrificio anche grande perché c’è qualcosa che vale di più di ciascuno di noi, conquiste faticate nella storia degli uomini, che ci trascendono e si chiamano democrazia, libertà, uguaglianza”

Decisamente più improntate all’ottimismo le parole di Giuseppe Di Vittorio, in occasione del primo anniversario della Liberazione, riportate da Il Lavoro, giornale rotocalco della confederazione: “Il popolo italiano ha celebrato il primo anniversario della conclusione vittoriosa dell’insurrezione nazionale del 25 aprile 1945, che costituisce una delle pagine più significative e gloriose della storia d’Italia. L’aspetto più saliente e nuovo della vittoria italiana del 25 aprile non è tanto nel fatto in sé della liberazione del nostro Paese dal feroce invasore tedesco e dai suoi tristi complici italiani, quanto nel fatto che questa memorabile vittoria è stata conseguita dagli stessi italiani, dalle masse profonde del nostro popolo. Perciò il 25 aprile 1945 ha chiuso definitivamente una fase della storia d’Italia e ne ha aperta una nuova, della quale le masse popolari italiane sono l’autentico protagonista. Al potere delle vecchie classi dominanti, composte di limitati gruppi di plutocrati, di grandi latifondisti e di altri ristretti ceti retrivi e parassitari, estranei alle masse popolari – ch’essi guardavano con sospetto e con timore, per cui crearono il fascismo e gettarono l’Italia nell’abisso – succede il potere del popolo. Il regime della democrazia e della libertà, che dovrà essere fondato sulle solide basi d’una maggiore giustizia sociale”.

L’Archivio storico Cgil nazionale conserva, a partire dal 1945, un numero consistente di documenti relativi alla ricorrenza del 25 aprile. Solo per citarne alcuni, segnaliamo l’atto di resa del generale tedesco Gunther Meinhold e dei suoi soldati sottoscritto a Genova dall’operaio Remo Scappini (presidente del Comitato di liberazione nazionale della Liguria) il 25 aprile 1945 e donato alla Cgil nazionale nel 1949, e il racconto di quelle giornate (24-25-26 aprile) redatto in forma di verbale da un giovanissimo Bruno Trentin, “incaricato il 24 aprile del 1945 dal Comando Formazioni Giustizia e Libertà di assumere il comando della Brigata Rosselli” a Milano.

Ma non solo. Il fascicolo 154 della serie Atti e corrispondenza della segreteria confederale per l’anno 1948 custodisce le proteste delle commissioni interne della Montecatini (La Spezia), della Ansaldo (Genova), della Oto (La Spezia) e della commissione esecutiva della Camera del lavoro de La Spezia contro la decisione del Consiglio dei ministri di dichiarare il 25 aprile solennità civile invece che festa nazionale, mentre nella serie Circolari è conservato il testo che nel 1955 – in occasione del decennale della Resistenza – la segreteria nazionale invia alle sue strutture a firma Fernando Santi, con il quale, comunicando le iniziative previste in collaborazione con l’Anpi per le celebrazioni, si specifica che “la nostra celebrazione e il nostro contributo debbono avere una loro particolarità: sottolineeremo cioè nei nostri discorsi e nelle nostre pubblicazioni la tradizione democratica e antifascista del movimento sindacale in Italia, la sua lotta attiva contro la tirannide, il contributo della Cgil alla Resistenza, l’azione decisiva condotta dagli operai, specie nei grandi centri industriali del Nord, per la difesa delle industrie contro i fascisti e i tedeschi invasori” (LEGGI).

L’Archivio conserva inoltre gli appunti manoscritti utilizzati da Bruno Trentin nel suo comizio del 25 aprile 1975, documenti a stampa e appunti custoditi nel fondo personale del partigiano sindacalista Piero Boni, assieme ai diari personali del segretario confederale Manfredo Marconi e di Romildo Sandri, internato militare (1) (esempi entrambi della cosiddetta “altra Resistenza”) e a foto soprattutto relative al 25 aprile 1945 e successivi anniversari (Genova 1955, Milano 1955, Milano 1974, Milano-Arese, 1980).

Da Matteotti a Lina Fibbi, da Bruno Buozzi a Nella Marcellino, da Giuseppe Di Vittorio a Teresa Noce, da Luciano Lama a Bruno Trentin, i testi che segnaliamo a seguire offrono al lettore un’immagine della lotta di Liberazione a tutto tondo: una storia fatta di combattimenti, rappresaglie, repressioni, silenzi e grandi eroismi, che ogni anno ricordiamo in occasione del 25 aprile, data istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale il 27 maggio 1949, con la legge 260.

(1) Secondo l’Anpi i caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), sono stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10.260 furono i militari della sola Divisione Acqui, caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40 mila Imi (internati militari italiani) morirono nei lager nazisti. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna: 4.653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero nel dopoguerra decorate di medaglia d’oro al valor militare. Durante la Resistenza le vittime civili di rappresaglie nazifasciste furono oltre 10.000. Altrettanti gli ebrei italiani deportati

Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

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