Pianeta Migranti. Li costringiamo a scappare ma li blocchiamo per strada
La storia dei sudanesi in fuga è anche quella di altri popoli africani
Un tragico paradosso
Nel 2025 il 59% dell’export di armi italiano è finito in Medio Oriente, anche a Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono militarmente la guerra in Sudan che ha prodotto
-secondo l’ONU- “la più grande crisi umanitaria al mondo”.
Dopo tre anni di guerra, si contano più di 150 mila morti, 15 milioni di sfollati, 33 milioni di persone affamate (oltre metà della popolazione) e tra loro 17 milioni di bambini, di cui oltre 800 mila in condizioni di fame acuta e grave.
A tutto ciò si aggiungono crimini di guerra, massacri, stupri di massa e l’impunità dei responsabili di queste atrocità. È una delle tante guerre dimenticate dai media e dalla politica: un silenzio che spesso copre responsabilità e complicità.
L’odissea di chi fugge dal Sudan
Tra i 15 milioni di profughi sudanesi, molti tentano di arrivare in Europa passando per l’Egitto, ma qui vengono perseguitati, deportati e respinti perchè il Paese riceve fondi europei per fermare i migranti.
Quanti, invece, scelgono la rotta libica, vengono bloccati già nel Nord Sudan dai janjaweed: milizie definite “tagliagola” per la loro brutalità. Ciò avviene in base ad un accordo stipulato a Roma nel 2014 con Khartum, che ha ricevuto finanziamenti dall’Europa ed ha affidato il compito ai janjaweed addestrati proprio dall'Italia di bloccare i profughi.
Coloro che sopravvivono agli attacchi dei janjaweed devono poi pagare i trafficanti per attraversare il deserto del Sahara, e il viaggio è a prova di estorsioni, fame, sete e morte. Nessuno sa quanti restano sepolti sotto la sabbia!
I più fortunati che arrivano in Libia, vengono rinchiusi in centri di detenzione finanziati dall'Europa e dove l’ONU ha documentato torture orribili e violazioni sistematiche.
Se riescono a pagare i carcerieri e i trafficanti e salire su un barcone per attraversare il Mediterraneo, rischiano di essere intercettati dalla Guardia costiera libica – finanziata dall’Europa e addestrata dall’Italia – e vengono riportati nei lager libici.
In mare, c’è pure il rischio del naufragio: la salvezza arriva solo se si incontra la nave di qualche ONG. Navi che poi il Viminale obbliga a sbarcare non nel porto più vicino, come prevede il diritto internazionale ma in porti lontani, nonostante a bordo ci siano persone in condizioni fisiche e psichiche gravi.
E quando, finalmente, riescono a sbarcare a Lampedusa, pur avendo diritto alla protezione internazionale in quanto profughi di guerra, vengono spesso rinchiusi nei CPR per un tempo indefinito, in attesa di rimpatrio.
Conclusione amara
Di fronte a questa catena di contraddizioni – armi che partono, persone che scappano, frontiere che si chiudono – non possiamo fingere che non ci riguardi. Ogni numero, ogni rotta, ogni abuso non è un fenomeno lontano: è il risultato di scelte politiche, economiche e diplomatiche che ci coinvolgono direttamente.
Contribuiamo a rendere invivibili interi territori e poi perseguiamo chi da quei territori tenta di salvarsi. Trasformiamo la fuga in colpa, la sopravvivenza in reato, la disperazione in un problema di ordine pubblico.
E dietro ogni corpo respinto, ogni barcone, ogni CPR, resta una domanda che non possiamo più eludere: abbiamo ancora un po’di umanità?



