La Società Filodrammatica Cremonese, nell’ambito della rassegna Filo Benefico, propone per lunedì 15 febbraio, alle 21:00, al Teatro Filo di Cremona (Piazza dei Filodrammatici, 4) lo spettacolo della compagnia Officina Poetica dal titolo Mio angelo di cenere, tratto da Notizie dall’esilio e Labambina di Mariella Mehr: sul palco, Fabio Turchetti (musiche, fisarmoniche e chitarre), Daniela Coelli (voce), Luca Garlaschelli (contrabbasso e tromba), Gian Andrea Guerra (violino) e la partecipazione coreutica dei ragazzi di VarieAzioni.
Mariella Mehr, nata a Zurigo nel dopoguerra da madre zingara di ceppo Jenisch, vittima dell’operazione Kinder der Landstrasse (bambini di strada), ha fatto della denuncia della persecuzione del suo popolo il centro della propria scrittura. Gli Jenisch, una etnia nomade diffusa in particolar modo in Germania e in Svizzera negli anni Quaranta, erano già stati vittime di una cruenta persecuzione nazista, in nome della famigerata politica razziale, nei campi di sterminio di mezza Europa.
Già nella primissima infanzia, Mariella fu strappata alla madre per essere consegnata a famiglie affidatarie, orfanatrofi, istituti psichiatrici, in quanto la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare era ritenuta condizione indispensabile per l’estirpazione del fenomeno zingaro. È da questa esperienza di sradicamento, segregazione e colpevolizzazione che nascono tutte le opere della Mehr, in particolare i romanzi della “trilogia della violenza”, di cui Labambina fa parte, e la raccolta di poesie Notizie dall’esilio, alcune delle quali musicate da Fabio Turchetti. In questa occasione lo spettacolo si avvale della partecipazione di Gian Andrea Guerra al violino e di interventi dei ragazzi del laboratorio teatrale di VarieAzioni, tratti dal saggio Seppellitemi in piedi, di Isabel Fonseca.
Le musiche giocano sul contrasto festa-tragedia, tipico del mondo zingaro, dove si battono le mani, si balla vestiti di colori sgargianti,mentre si sta cantando la disperazione di un popolo. I testi scelti dalle opere della Mehr costituiscono la narrazione poetica in immagini di destini segnati dalla persecuzione del “popolo errante”, che qui viene evocata non tanto nella concretezza dei fatti, quanto nelle cicatrici emotive e in un visionario esilio in cui ricomporre ataviche memorie, con un linguaggio che usa la lama del paradosso.



