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AccaddeOggi #31maggio 1996 Moriva Luciano Lama leader della Cgil per anni di Ilaria Romeo

Il 31 maggio 1996 moriva a Roma all’età di 75 anni Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica.

| Scritto da Redazione
AccaddeOggi    #31maggio  1996 Moriva Luciano Lama leader della Cgil per anni  di Ilaria Romeo

AccaddeOggi    #31maggio  1996 Moriva Luciano Lama leader della Cgil per anni  di Ilaria Romeo

Il 31 maggio 1996 moriva a Roma all’età di 75 anni Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica.

In occasione del 22° anniversario ( 31 maggio 2018)  della sua scomparsa, le figlie Rossella e Claudia, con la collaborazione di Silvia Asoli (segretaria organizzativa della Cgil Rieti-Roma Est-Valle dell'Aniene) hanno deciso di versare all’Archivio storico Cgil nazionale la documentazione privata del grande sindacalista, raccolta e custodita negli anni da Lama stesso e da sua moglie Lora, recentemente scomparsa.

Un piccolo tesoro che racconta la vicenda non solo professionale, ma anche umana del segretario più longevo della storia della Cgil, che guida dal 1970 al 1986. Al centro della scena pubblica per più di 50 anni, Lama sa come coniugare le forme più classiche della mobilitazione sindacale con i linguaggi della politica nella società di massa, attraverso una presenza efficace tanto nelle lotte operaie quanto nella comunicazione più tradizionale.

La documentazione appena acquisita dall’Archivio nazionale rappresenta senza dubbio un punto di vista privilegiato attraverso il quale osservare e studiare la figura di quello che Mario Guarino ha definito “il signor Cgil”. “C’è gente come la pesca, tenera di fuori e dura di dentro. C’è gente come la noce, dura di fuori e tenera dentro. Io cerco di essere come la pesca”, dirà di se stesso Lama, ed è proprio questa l’immagine che le carte restituiscono: quella di una persona riservata, ma non schiva, dall’immensa personalità e carica umana. Un uomo, prima che un politico o un sindacalista, circondato da affetto vero, amato da familiari, compagni e lavoratori, stimato dagli avversari come controparte dura, ma comunque leale.

Tante sono le fotografie con la moglie, le figlie, il nipotino che gli album e i raccoglitori contengono; tante le lettere affettuose a lui indirizzate; tanti i ricordi dei viaggi – anche e soprattutto all’estero – e delle iniziative alle quali Lama, attento, partecipa e dalle quali si lascia coinvolgere. Tra le chicche acquisite segnaliamo una vignetta originale di Forattini, le pagelle delle scuole elementari, il certificato di laurea firmato da Calamandrei (1), le foto in cui, sorridente e sereno, duetta con Renzo Arbore e Iva Zanicchi, le immagini dell’inaugurazione, nel 2006, della strada a lui intitolata e adiacente a quella Piazza San Giovanni teatro di tanti suoi comizi (2), l’immagine fotografica di uno dei suoi primi interventi in pubblico, a Forlì, per sostenere le ragioni del voto referendario del 2 giugno 1946.

Ma bellissime sono anche le foto, giovanissimo, con Giuseppe Di Vittorio. Il rapporto tra Lama e Di Vittorio è un rapporto molto speciale, nato nel 1945 quando il giovanissimo Luciano partecipa – in qualità di segretario della Camera del lavoro di Forlì – al congresso nazionale della Cgil a Napoli. “Tra Lama e Di Vittorio si instaura un rapporto particolarissimo – scrive Giancarlo Feliziani –: per Lama, Di Vittorio è un maestro di vita, per certi versi un secondo padre. Ha stima incondizionata e grande tenerezza per quel dirigente straordinario in grado di guidare scioperi, indirizzare congressi, ma anche capace di addormentarsi improvvisamente nel bel mezzo di una riunione”.

 

“Per Di Vittorio – prosegue Feliziani –, uomo appassionato e dalla forte personalità, autonomo nel pensiero e non condizionato da vincoli di appartenenza politica, un uomo schietto che ha dedicato la vita alla causa del lavoro, mai disposto ad accettare ordini, neppure se arrivano dalle Botteghe Oscure o da Togliatti in persona, per Di Vittorio quel giovane con la faccia aperta ai dubbi rappresenta il futuro, la speranza, l’entusiasmo, l’intelligenza politica. Ma quel giovane disinvolto e laureato in Scienze sociali rappresenta anche ciò che lui, bracciante poverissimo, avrebbe voluto, ma non è riuscito a essere. Quei due uomini diventano inseparabili: dove c’è Di Vittorio, un passo indietro, c’è sempre anche Luciano Lama, che giorno dopo giorno va assumendo nel sindacato un ruolo di sempre maggior spicco. La sua ascesa irresistibile è nelle cose, nell’organizzazione quotidiana, nella progettualità della Cgil”.

Lama è al fianco di Di Vittorio – e le foto conservate in Archivio lo testimoniano – ai funerali delle vittime dell’eccidio di Modena del 1950 e compare sempre più spesso al suo fianco nei viaggi ufficiali tanto che, si racconta, a volte veniva scambiato per il figlio. Quando Scelba gli ritira il passaporto nella primavera del 1952, impedendo a Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio economico e sociale dell’Onu come presidente della Federazione sindacale mondiale e i parlamentari della Cgil protestano con il presidente della Camera, è il giovane Lama che tiene i contatti con Di Vittorio. Ed è sempre Lama a pronunciare al comitato direttivo del 3 dicembre 1957 l’orazione funebre a lui dedicata.

“Cosa devo a Di Vittorio? Prima di tutto – dirà nel novembre 1981 in un’intervista all’Espresso – i ferri di un mestiere non facile. Il coraggio di affrontare la realtà, anche quella che non ti piace. Lo sforzo costante di non appagarsi della superficie, ma di vedere quello che c’è sotto le cose. Infine, l’abitudine a pensarci su, a non essere frettoloso nei giudizi, ma poi ad avere il coraggio di esprimerli anche controcorrente”.

Per le testimonianze che contengono, per la documentazione che offrono, per i testi ancora inediti che vedono la luce, i materiali acquisiti costituiscono le nuove tessere di un mosaico che ci consente di disegnare un ritratto a tutto tondo di ciò che Luciano Lama è stato nel corso della sua vita, gettando qualche nuovo fascio di luce su questioni remote di cui è stato protagonista e testimone.

Dall’infanzia alla Resistenza, dalla segreteria del sindacato dei chimici alle lotte operaie dell’Autunno caldo, da Forlì a Roma, da giovane ragazzo a nonno affettuoso, si dipana, in una meravigliosa commistione tra pubblico e privato, il racconto di 50 anni di vita italiana passata tra le fabbriche, la famiglia, le piazze e le scrivanie.

(1) Lama si iscrive alla Cesare Alfieri di Firenze nel 1939 e da disertore, perché ufficiale che non rispose alla chiamata della Repubblica di Salò, discute la tesi di laurea (“Case coloniche della mezzadria classica in Romagna”) nel 1943 con il nome di battaglia Boris Alberti (la laurea gli sarà consegnata anni dopo dal rettore di Firenze Piero Calamandrei)

(2) Dal rapimento di Aldo Moro il 16 marzo 1978 alla manifestazione sulla scala mobile del 24 marzo 1984, Piazza San Giovanni è stata per Lama il luogo dei grandi appuntamenti, delle grandi sfide. Con la cerimonia funebre di fronte alla basilica romana si chiude, nel 1996, una tradizione di comizi e discorsi che ha caratterizzato i 16 anni della sua segreteria in Cgil

Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

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