Come nella scorsa primavera, di fronte all’invito a non andare a votare al referendum, di nuovo rimango perplesso di fronte alla concezione della democrazia (a sovranità limitata) del presidente Salini.
Egli grida al “vulnus” della democrazia di fronte a un Governo costituzionalmente ineccepibile e con ampio sostegno parlamentare (forse strumentalmente, per accattivarsi le simpatie leghiste?), e nello stesso momento si ostina a ignorare la volontà della maggioranza assoluta dei cittadini, cremonesi e di tutta Italia, che hanno detto a chiare lettere che non vogliono l’ingresso dei privati nella gestione di un bene comune, primario ed essenziale, come l’acqua.
Appartengo forse ad una politica un po’ “agée”, ma mi ostino a ritenere che la volontà popolare espressa coi referendum pochi mesi fa e su quesiti chiari, trasparenti proprio come l’acqua, debba essere la stella polare di ogni politico, legislatore o amministratore che egli sia.
Invece, sono stati spesi fior di quattrini per consulenze disinvoltamente assegnate a un manipolo di soliti noti avvocati milanesi, di quello Studio Sciumé - che vanta la rappresentanza legale in Italia della multinazionale francese Suez per i settori dell’acqua, del gas e dei rifiuti - e il cui conflitto di interessi pesa dunque come un macigno su tutta la questione.
Grazie a questi consigli, la Giunta ha scoperto in quale modo poter cancellare la volontà popolare. Questa scelta ostinata tradisce l’impegno e ribalta l’operato di intere generazioni di amministratori locali di ogni schieramento politico. Ma oggi succede ancora di peggio: l’Assemblea dei sindaci che martedì dovrà deliberare su questo delicato argomento si terrà a porte chiuse: cosa diranno ai loro elettori, se tradiranno il mandato popolare ricevuto? Qualsiasi escamotage è buono affinché i cittadini vengano tenuti all’oscuro, e la loro volontà calpestata nelle più segrete stanze. Domani, dopo aver cancellato sforzi virtuosi di intere generazioni di amministratori che hanno realizzato uno dei migliori sistemi di distribuzione pubblica dell’acqua, i cittadini si accorgeranno di quanto è successo quando si troveranno in bolletta consistenti rincari, com’è avvenuto ovunque i privati siano entrati nella gestione del servizio.
A questa opacità da cospiratori, preferisco l’epoca trasparente dei Consigli comunali e provinciali aperti alla cittadinanza e al contributo di quelle forze sociali - come i Comitati referendari - che si sono battute con straordinaria passione civile per conseguire un risultato di democrazia diretta.
Devo prenderne atto, e riprendere la battaglia da un altro canto: verificando cioè gli estremi per l’indizione di un referendum popolare provinciale che annulli le sciagurate decisioni in materia di privatizzazione del servizio idrico.
Giuseppe Torchio



