Lunedì, 25 ottobre 2021 - ore 06.05

Capitalismo, quando si trasforma in rendite aumenta le disuguaglianze

La trasformazione dei capitali in rendite è una delle maggiori cause dell’aumento delle disuguaglianze ed è il fenomeno che più contraddice la logica capitalistica.

| Scritto da Redazione
Capitalismo, quando si trasforma in rendite aumenta le disuguaglianze

Tra gli aspetti più rilevanti contenuti in Is Capitalism Still Progressive?, C. Perrotta evidenzia la centralità dello Stato nel promuovere, sostenere e organizzare lo sviluppo capitalistico. Questa ruolo non ha riguardato solo le fasi iniziali dell’industrializzazione, come spesso si ritiene, ma è sempre stato presente in tutti i paesi e continua a essere svolto. Ciò ha garantito la crescita, favorendo imprenditorialità e innovazione, e consentito anche la diffusione di ricchezza e benessere, pure dopo periodi di gravi crisi mondiali (New Deal, Welfare State).

Contestualmente, però, gli Stati europei hanno anche promosso e guidato le politiche coloniali e neo-coloniali. Facendosi principali interpreti dell’idea che gli altri popoli fossero incapaci di auto-gestirsi per raggiungere la “civilizzazione”, essi hanno effettuato politiche di sfruttamento, rapina, violenze e genocidi. La meticolosa ricostruzione storica e i dati accuratamente riportati respingono l’idea che l’espansione del capitalismo derivasse dalla pacifica estensione del mercato a livello mondiale. Così pure è smentita la legge dei vantaggi comparati di D. Ricardo, secondo cui, se ogni paese si specializza solo nella produzione dei beni che gli costano meno, ognuno ha un reciproco vantaggio nello scambio con gli altri. In realtà, élite capitaliste e monopoli, con il sostegno dei governi, hanno mantenuto la divisione internazionale del lavoro creata dal colonialismo, costringendo i paesi poveri a esportare soprattutto materie prime.

Anche in seguito all’emancipazione, la dominazione occidentale è proseguita con il neo-colonialismo, con il controllo di commerci e finanza, e alleanze con regimi locali corrotti e spesso illiberali. Continua così tuttora lo sfruttamento di risorse naturali e la distruzione della vecchia economia di sussistenza, anche mediante il dumping sui prodotti agricoli da parte delle aziende occidentali, che esportano sottocosto i loro prodotti. Effetti negativi ha comportato anche la “globalizzazione”, con l’abbassamento dei dazi doganali a sfavore dei paesi più deboli. Parallelamente è stata imposta la monocoltura, sovente accompagnata da carestie, inquinamento, epidemie e la conseguente espulsione di masse di poveri verso città cresciute caoticamente a dismisura.

Le stesse politiche della Banca Mondiale e del FMI non aiutano a superare queste condizioni di sottosviluppo, anzi le aggravano. I loro prestiti sono condizionati al risanamento dei bilanci che finisce con l’intaccare la spesa sociale e non le rendite. E’ evidente come un tale squilibrio inneschi flussi migratori incontrollati, con esiti spesso drammatici.

Da questo quadro appare chiaro come il capitalismo abbia tradito le sue promesse di benessere diffuso, democrazia e contenimento delle disuguaglianze, per dirla con F. Hirsch (I limiti sociali allo sviluppo, 1976), opportunamente ricordato dall’autore, con l’amara constatazione che anche nei paesi a capitalismo avanzato sono in aumento disoccupazione, inoccupazione, precarietà, malessere, arbitrii, prepotenze, povertà, disuguaglianze, inquinamento e perfino sottosviluppo e semi-schiavitù.

Certo non aiuta a uscire da questa crisi sistemica il ribaltamento dei rapporti tra economia e democrazia, con la seconda sempre più subordinata alla prima. Nel libro, a proposito di questo rapporto, vengono illustrati tre modelli: quello europeo, che “almeno a parole” si ispira agli ideali democratici dell’Illuminismo; quello paternalistico (come in Cina) senza democrazia, ma che permette il perseguimento del self-interest, sotto il rigido controllo statale; e quello neo-liberista/populista, che è democratico solo sul piano formale, ma di fatto pratica un regime antidemocratico.

Lo strisciante, ma purtroppo progressivo, scivolamento di un numero crescente di paesi dal primo al terzo modello non invita all’ottimismo, perché non può far altro che acuire disparità e squilibri, in entrambe le realtà: sottosviluppate e avanzate.

Solo smettendo di essere culturalmente subalterni al neoliberismo (e contenendo le derive populiste), gli Stati e gli organismi sovranazionali possono invertire la tendenza e innescare processi virtuosi di politiche di crescita capitalistica, di risanamento dell’ambiente e mettere in atto un grande piano di sostegno per i paesi poveri, da cui necessariamente passa la ripresa dello sviluppo dei paesi occidentali. Questo programma dovrebbe seguire la logica del “Piano Marshall”, che, concepito per la ripresa in Europa dopo la seconda guerra mondiale, comportò grandi benefici anche per gli USA. Dovrebbe attivare soprattutto i giovani occidentali e quelli dei paesi sottosviluppati con investimenti in capitale umano per lo sviluppo di nuova agricoltura, creazione di moderne infrastrutture, riciclo dei rifiuti, realizzazione di spazi urbani adeguati, presidi sanitari evoluti, potenziamento delle strutture amministrative e lotta alla corruzione. Il costo complessivo per attuare un piano di questo tipo sarebbe ben inferiore a quello di non realizzarlo, considerati i disastri economici, politici e ambientali in corso, che intaccano direttamente il benessere e la nostra civiltà.

Sta per uscire la versione italiana del libro qui commentato: Cosimo Perrotta, Il capitalismo è ancora progressivo?, Firenze University Press.

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