Giovedì, 21 novembre 2019 - ore 16.55

Fra gli argini di Ennio Serventi

| Scritto da Redazione
Fra gli argini di Ennio Serventi

C’erano degli spazi compresi fra l’argine grande e quello piccolo, non erano nè campi nè palude, l’acqua ne copriva stabilmente soltanto due estesi avvallamenti, divisi fra loro da una stradina di terra che non ho mai percorso fino in fondo. Nulla di voluto dall’uomo cresceva in quelle aree; non l’alta intricata e verde vegetazione ai bordi delle parti umide né tanto meno i paglierini steli verticali, all’apparenza già rinsecchiti nella loro piena inarrestabile crescita, che spuntavano nella parte emersa. L’acqua in quelle bassure non arrivava al ginocchio, sugli sterpi inerpicanti delle rive e sulle penzolanti flessibili frasche dei salici non più intinte aveva lasciato il segno della passata altezza. L’acqua, al finire di quella lunga estate senza pioggia, appariva piana ed immobile, ma l’occhio esperto avrebbe potuto cogliere il leggero superficiale movimento del suo lento defluire. S’infilava in un pertugio che stretto passava sotto alla stradina di terra che univa la lanca alta alla lanca bassa, qui gli indizi del suo scorrere erano visibili all’occhio che sapeva guardare. Immobili corpi di piccoli insetti galleggianti insieme a detriti del bosco venivano trascinati e la percezione del loro movimento amplificata dal confronto con l’ immobilità delle rive.

Radicate nel fondo, le erbe acquatiche s’allungavano distese sulla superficie dell’acqua in cerca di luce. Spinte dalla leggera corrente si muovevano, allungandosi in una unica direzione, sinuose come bisce scure. Scavato nella terra, senza erba sulle sponde, un canale marcava la divisione fra l’insieme delle due lanche e l’ area riarsa. Raccoglieva i colaticci del fondo accompagnandoli oltre il piccolo argine e la strada alzaia, lasciandoli poi liberi di dilagare prima che si riversassero nel fiume. IL canale aveva inizio lontano in un posto di golena, oltre il vecchio, ora declassato, argine maestro, in un luogo che noi di porta Po chiamavamo semplicemente “la lanca”, così senza un nome. Tutte le lanche avevano un nome, tutte tranne questa.

Era come se il canale insieme all’acqua lo avesse portato via , lasciando anonimo quello spazio. Alla “lanca” l’acqua era scomparsa portata via dal canale. Sulla terra emersa, tra un coltivo ed una boscaglia di salici e pioppi cedui, in uno spiazzo duro d’argilla calpestata fattasi quasi rossa per detriti di fornace ed il gran sole, spesso conteso da gruppi di ragazzi in cerca di un luogo per il gioco, noi disputavamo pomeridiane interminabili partite di pallone. Un giorno sarebbe stato così anche qui, alle lanche del Boscone; granoturco e girasole avrebbero distrutto questo posto isolato dove a volte noi ragazzi venivamo a spogliarci, prendere il sole e fare il bagno nell’acqua caldiccia del fosso. Il periodo migliore per il bagno era giugno e qualche giorno di luglio, prima che l’acqua diventasse troppo bassa e troppo calda. In superficie, quella portata della ciclica piena primaverile e tracimata dal più basso argine di golena si era ritirata. Restava quella trattenuta, invisibile e profonda, fluttuante fra i grani e i sassi delle diverse ghiaie sotterranee.

Anche questa, lentamente filtrata ed emunta, sarebbe finita a rimpinguare il canale. In un punto, vicino alla lanche del Boscone, l’irrompere dell’acqua della piena ne aveva approfondito l’alveo, arrotondato ed allargate le sponde, creato un minuscolo cratere d’acqua che lo spezzava in due tronconi. Da un segmento di rotaia per carrelli messo di traverso alla piccola voragine era possibile anche tuffarsi. La profondità della buca ed il livello dell’acqua lo permettevano. La sabbia, rigurgitata sulla sponda dal riversarsi delle acque di piena, costituiva la modesta spiaggia capace di contenere forse una decina di corpi sdraiati. Niente di quel posto era paragonabile alle spiagge del PO, ma certamente aveva un suo nascosto segreto fascino, almeno per noi ragazzi che a volte, non sempre, lo sceglievamo per venirvi ad esporre al sole le nostre nudità pagane. Non che questa ormai persa libera pratica fosse vietata sugli arenili del fiume, ma in quei luoghi era di tutti. L’ampia generale e rumorosa condivisione impediva il soffermarsi, toglieva il gusto del personale intimo gesto, dell’ingenuo peccato, del dispetto fatto all’onnipresente angelo custode. Da quel punto della spiaggia del Po le nudità, visibili fin dalla strada alzaia, immacolatamente esposte, richiamavano ormai, forse, solo l’attenzione delle lunghe file degli allievi del seminario vescovile che, da quelle parti, venivano per la loro passeggiata pomeridiana.

Si annunciavano rumorosamente ed improvvisi quando, alla svolta con la via del Sale, rompevano tutti insieme la regola del silenzio che li aveva tenuti muti fin dalla lontana via per Milano, dove era il loro istituto. IO non so dire quanti fossero, certamente tanti, tantissimi. Avanzavano per la strada alzaia divisi in tre distinti plotoni, intercalati da uno spazio vuoto a rimarcare la diversa età anagrafica degli allievi che li componevano. Camminavano sul lato sinistro della strada, in fregio alla siepe che delimitava l’area delle “colonie padane”, sulla quale fiorivano delle bacche rosse che alcuni di noi mangiavano. Neri nelle loro divise che tutto coprivano, giacca abbottonata al collo con pantaloni lunghi per i più piccoli e tonaca per i grandi, erano quanto di più diverso da noi si potesse immaginare.

Noi, che da porta PO, arrivavamo a quel posto già scalzi e con quasi tutti i vestiti in mano. Non so dire se i seminaristi, passando, per non incorrere almeno in uno dei sette vizi capitali distogliessero lo sguardo e mormorassero preghiere, ma almeno un paio dei loro accompagnatori, tenendosi il lembo della tonaca e con passo affrettato immancabilmente percorrevano il sentiero che discendeva la scarpa dell’argine e s’imboccava con il ponticello di legno. Questo sovrapassava “la mànega”,come noi e quelli di porta PO chiamavamo il tratto d’acqua che separava la strada alzaia dai boschi spontanei e dall’arenile. “ I préet! i préet !” urlavano i primi di noi che li avevano visti ed era una divertita corsa generale verso il bosco dei salici. Questo non succedeva alle lanche del Boscone dove non passava mai nessuno e potevamo starcene tranquillamente nudi sdraiati al sole, come in quel pomeriggio.

Dopo il bagno ci eravamo stesi al sole. Non so dire il tempo che rimasi supino, con gli occhi chiusi per proteggermi dalla gran luce. Quando mi rigirai e potei vedere, i corpi dei ragazzi quasi facevano cerchio. Roberto, seduto, con una mano palpeggiava fra le gambe il ragazzo che gli stava sdraiato vicino. Teneva la testa leggermente reclinata, gli occhi che sembravano sorridere compiaciuti fissi a guardare il lento alternato movimento del suo pugno. Guardai come gli altri incuriosito, al primo stupore subentrò il piacere che pareva volermi adescare ed invitarmi partecipe. Non vinsi la timidezza ne il timore che m’incuteva l’angelo custode, misterioso guardone inseguitore e delatore sempre presente; nessuno mi aiutò. Incuriositi rimanemmo tutti a guardare, scambiandoci occhiate interrogative e tirati sorrisi. Roberto, con le gambe distese in avanti e il braccio sinistro fortemente puntellato nel terreno, si reggeva il tronco per evitare che l’accentuata inclinazione lo facesse cadere all’indietro. Lui traeva piacere da quell’esercizio, lo si capiva dal suo sguardo dolce quando per brevi attimi lo dirigeva verso di noi.

Erano fugaci, consapevoli, rapidissimi stacchi che incrociavano i nostri sguardi, riversandovi un po’ della sua voluttà e, forse, cercandone complice consenso. Distese il corpo appoggiandosi al gomito e avvicinando la faccia al pube dell’amico quasi volesse incontrarlo. Senza fermare il movimento o alterare la stretta della mano, tornò a raccogliersi solamente sull’intimo e sereno andare e venire del suo pugno dal quale ritmicamente emergeva e si rituffava, timida, la parte del corpo dell’amico. Roberto assaporava il piacere di Gigi, se ne impadroniva facendolo anche suo ed il corpo alzava, tesa, la parte più intima. Si mosse con la gamba fino ad incontrare la mano che l’amico teneva stesa lungo il corpo, con la coscia la strinse contro la coscia di lui mandandogli un messaggio. Gigi non capì o non volle capire. Roberto lasciò l’amico, con la mano liberata si tocco e si avvolse il piccolo coso erto sorto fra le sue gambe. Gigi lo rivolle per sé, con atto più d’imperio che di preghiera l’afferrò, lo tirò per il polso che non oppose resistenza e la mano docile di Roberto tornò al suo ritmico movimento. 
Ci distolse, improvvisa, la voce di Leo: “cosa state facendo ?”urlò. Gigi fu rapido nella risposta: “io…niente!”. Ritrasse velocemente le gambe, si rannicchiò, piegò e si abbracciò le ginocchia appoggiandovi il mento spargendo intorno un sorriso furbastro ed ipocrita. Roberto reagì dignitoso. Non si ripiegò su se stesso né assunse atteggiamento di passiva difesa. Si alzò con la rapidità di uno sparo. Nudo in piedi, serio e sereno come un guerriero buono, resse gli sguardi dei ragazzi e gli occhi accusatori di Leo. Vincendo il disagio che gli provocava la leggera balbuzie, disse: “ Che cosa c’è di male?”, ci incalzò ripetendo la domanda: “ditemi che cosa ho fatto di male”!. Attese una nostra risposta che non venne. Mite, sembrò giganteggiare su tutti noi.

La magia di quel pomeriggio era ormai rotta, qualcuno guardò le ombre che i due bastoncini proiettavano sulla rudimentale meridiana disegnata nella sabbia, cominciò a rivestirsi. Scavalcammo in fila indiana la sommità del grande argine oltre il quale il sentiero s’allargava passando fra i rustici della cascina”Boscone”. I cani annusarono da lontano la nostra presenza, il loro abbaiare ci venne incontro accompagnandoci ben oltre il casotto che era stato la polveriera dell’armaiolo Galli. Ed è ancora lì il casotto, dove l’argine piega leggermente verso sinistra e pare sdoppiarsi in un percorso che segue lo scorrere dell’acqua relitta e l’altro che va per campi verso la cascina Boscone. Abbandonata è ancora lì, dall’altra parte del Morbasco, anche quella che al tempo mi sembrava una torre quasi di fortezza. LI collocavo, l’uno e l’altra, all’interno dei racconti di quei giorni che narravano di tedeschi in ritirata e del loro fortunoso attraversamento del PO, contrastati da partigiani del nostro quartiere in luoghi che mi sforzavo di individuare.

Così l’argine, la torre (che altro non era che il modesto alloggiamento degli impianti irrigui del “sollevamento Ghisleri”), il casotto delle polveri dell’armaiuolo, il tracciato dei fossi e le bassure ed i rialti del terreno diventavano nel mio sforzo fantastico i luoghi dei contrasti e degli scontri. Quel pomeriggio di ritorno dalle lanche del Boscone, camminavamo, come era nostra abitudine e per facilitare la comune conversazione, più o meno allineati in un'unica fila occupando tutta la larghezza della strada che era, ed è ancora, anche l’argine del Morbasco. Gigi e Rico, parlando fra loro, accorciarono il passo, rimasero un tantino indietro, continuarono a seguirci. Anche Leo rallentò, poi gli altri due e tutti fecero gruppo con i primi. IO rimasi con Roberto ed insieme affrettammo la marcia aumentando la distanza dagli altri. Passammo la “Cascinetta”, che aveva la concimaia proprio a lato della strada ed il suo odore forte era lo stesso, a me familiare, di Terra Amata.

Passammo il luogo dove sorse la prima fabbrica cremonese del ghiaccio con gli enormi platani superstiti. Non ci fermammo, come era d’abitudine, a rinfrescarci nell’acqua veloce del canale adduttore della turbina dove, dopo il lavoro, con sapone da bucato ed asciugamani, venivano a lavarsi anche gli operai della vicina fornace ( “a tergere il nobile sudor” mi verrebbe da dire). Non parlammo degli eventi di quel pomeriggio, forse non parlammo affatto, fino all’incrocio con via del Giordano dove le nostre strade divergevano. Roberto non si fece più vedere nel nostro angolo di via Bissolati, noi non parlammo più di lui. Erano gli ultimi giorni di settembre, in un’ora insolita per le visite degli amici, dal cortile della casa dove abitavo mi sentii chiamare.

Roberto con il braccio mi fece cenno di scendere. Era venuto a salutarmi. L’onda lunga di quel 25 aprile aveva travolto anche la sua famiglia costringendola a dividersi; il padre, da quel giorno, si era rifugiato da amici in una località del lago di Garda dove durante la republichetta aveva svolto qualche marginale incarico. La madre si era messa con un tale che faceva il calzolaio, si chiamava “Turiddu” e sparì con lui. Loro, Roberto ed il fratello, sarebbero partiti il giorno dopo per Genova ospiti di chissà quali parenti. Non volle avventurarsi a fare un giro nella strada né rivedere l’angolo dove ci si incontrava. Rimanemmo a parlare nel piccolo corridoio fra il cortile e la porta d’ingresso dalla strada. Si ricordò di quel pomeriggio e dei ragazzi, li nominò tutti senza dimenticare Leo, mi lasciò l’incarico di salutarli. “Adesso vado” disse, l’accompagnai fino al marciapiede. MI salutò senza parole dandomi, con il pugno, un leggero confidenziale colpo alla spalla. Sorrise e svelto andò via così, per sempre.

Ennio Serventi

2014-03-02

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