Venerdì, 30 luglio 2021 - ore 02.59

Giudizio universale anche per l’Italia

Al via la prima causa per inazione climatica contro lo Stato italiano

| Scritto da Redazione
Giudizio universale anche per l’Italia

Per la prima volta la società civile fa causa allo Stato affinché si assuma le sue responsabilità di fronte all’emergenza climatica. La causa è stata avviata di fronte al Tribunale Civile di Roma nei confronti dello Stato, rappresentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dei 203 ricorrenti della causa, 24 sono associazioni, 17 minori – rappresentati in giudizio dai genitori e 162 adulti.

Un’azione legale promossa nell’ambito della campagna “Giudizio Universale” che sottolinear la portata globale della sfida climatica e l’urgenza di mettere in campo azioni di contrasto.

Primo ricorrente è l’Associazione A Sud  e la sua portavoce, Marica Di Pierri, curatrice del libro La causa del secolo, spiega: «Oggi scriviamo la pagina italiana della storia del movimento globale per la giustizia climatica. Dopo decenni di dichiarazioni pubbliche che non hanno dato seguito ad alcuna azione all’altezza delle sfida imposte dall’emergenza climatica, la via legale è uno strumento formidabile per fare pressione sullo Stato affinché moltiplichi i suoi sforzi nella lotta al cambiamento climatico. Come società civile abbiamo il compito di fare tutto il possibile per scongiurare la catastrofe alle porte, per questo abbiamo deciso di promuovere la prima causa climatica italiana».

I ricorrenti sono stati assistiti da un team legale composto da avvocati e docenti universitari, fondatori della rete di giuristi Legalità per il clima. A patrocinare la causa sono Michele Carducci, dell’università del Salento, esperto di Diritto climatico, e gli avvocati Luca Saltalamacchia, esperto di tutela dei diritti umani e ambientali, e Raffaele Cesari, esperto di Diritto civile dell’ambiente, che hanno dichiarato: «Questo giudizio si inserisce nel solco dei contenziosi climatici contro gli Stati che si stanno celebrando in tutto il mondo. Nasce dalla incontrovertibile contraddizione che esiste tra le misure di contenimento delle emissioni che lo Stato italiano dovrebbe adottare per contrastare efficacemente il riscaldamento globale e le inadeguate iniziative concretamente poste in essere. Non chiederemo al Giudice alcun risarcimento, ma piuttosto di ordinare allo Stato di abbattere le emissioni di gas serra per portarle ad un livello compatibile con il raggiungimento dei target fissati dall’Accordo di Parigi al fine di tutelare e proteggere i diritti fondamentali dell’uomo».

Infatti, l’obiettivo dichiarato dell’iniziativa legale è quello di «Chiedere al Tribunale di dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica e che l’impegno messo in campo è insufficiente a centrare gli obiettivi di contenimento della temperatura definiti dall’Accordo di Parigi.

Un’insufficienza che ha come effetto la violazione di numerosi diritti fondamentali. Tra le argomentazioni della causa legale spicca, infatti, la relazione tra diritti umani e cambiamenti climatici e la necessità di riconoscere un diritto umano al clima stabile e sicuro».

Le richieste specifiche avanzate dai ricorrenti al giudice sono: dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica; condannare lo Stato a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 92% entro il 2030 rispetto ai livello 1990, applicando il principio di equità e il principio di responsabilità comuni ma differenziate (Fair Share), ossia tenendo conto delle responsabilità storiche dell’Italia nelle emissioni di gas serra e delle sue attuali capacità tecnologiche e finanziarie attuali.

La percentuale di riduzione delle emissioni è stata calcolata da Climate Analytics che ha realizzato per A Sud il rapporto “Impatti sul clima in Italia” nel quale si legge: «Seguendo quanto si legge nel rapporto “seguendo l’attuale scenario delle politiche italiane, ci si attende che le emissioni al 2030 siano del 26% inferiori rispetto ai livelli del 1990. Stando a queste proiezioni del governo, però, l’Italia non riuscirà a raggiungere il suo modesto obiettivo di ottenere una riduzione del 36% entro il 2030 come stimato dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC). […] Tra i paesi europei che pianificano il passaggio dal carbone al gas, l’Italia ha il più alto consumo di gas pianificato per gli anni 2020. Sebbene l’Italia stia puntando a una quota del 30% di energia rinnovabile nel consumo finale lordo di energia entro il 2030, non ha attualmente le politiche in atto per raggiungere questo obiettivo». E aggiunge: «Ad oggi, l’attuale obiettivo dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale senza precedenti di oltre 3°C entro la fine del secolo».

Uno dei ri9correnti. Luca Mercalli della Società Meteorologica Italiana, ha ricordato che «Da decenni lo Stato italiano promette di ridurre il proprio impatto sul clima, di mitigare i rischi, di costruire resilienza verso le conseguenze del riscaldamento globale. Ma alle parole non corrispondono i fatti, sempre insufficienti e sottodimensionati rispetto all’urgenza. E soprattutto, mentre con una mano promette transizioni verdi con l’altra continua a sostenere le pratiche più perniciose per l’ambiente. Per questo faccio causa al mio Stato».

Per un altro ricorrengte, Filippo Sotgiu, portavoce di Fridays for Future Italia. «Dopo due anni di proteste, con la politica che continua a rifiutarsi di agire in modo adeguato contro la crisi climatica, siamo certi che sia necessario agire su tutti i livelli – compreso quello giudiziario – per mettere il governo italiano di fronte alle proprie responsabilità. Se la politica si rifiuta di proteggere il nostro diritto a un futuro vivibile, sarà la legge, attraverso la causa di Giudizio Universale, a obbligarla finalmente ad agire».

Dennis van Berkel, avvocato Fondazione Urgenda e direttore del Climate Litigation Network, è convinto che «Questa causa ha il potenziale di cambiare le politiche climatiche dell’Italia per i prossimi decenni. Questa causa ci dà la speranza che non dovremo subire le conseguenze dell’emergenza climatica, ma che azioni concrete possono essere effettivamente intraprese».

Agostino Di Ciaula, presidente Comitato scientifico ISDE Italia, ha evidenziato che «Le conseguenze sanitarie delle variazioni climatiche hanno aspetti differenti in diverse aree geografiche ma coinvolgono tutti, indipendentemente dalla collocazione e dal livello economico o socio-culturale. Risultato finale è un progressivo incremento della vulnerabilità individuale e una progressiva riduzione delle capacità di resilienza, con le fasce più fragili della popolazione che pagano prima e più di altri costi elevatissimi. Per questo siamo tra i promotori della prima causa legale contro lo Stato italiano. La salute, come abbiamo più volte ripetuto durante la pandemia da Covid-19, deve essere la priorità politica per chi ci governa».

Una ricorrente, l’educatrice ambientale Silvia Ferrante, ha concluso: «Come genitore di un bambino di 11 anni che ha paura di un temporale per gli effetti disastrosi che può avere, lo sosteniamo nel fare causa allo Stato, perché è tempo di agire e di affrontare seriamente la situazione. Basta perdere tempo in parole e intenti ogni volta traditi! È tempo di prendere decisioni coraggiose e con un unico obiettivo: il rispetto di ogni singola parte del nostro pianeta: aria, acqua, suolo, piante e animali, compreso l’essere umano. Per il futuro dei nostri figli e per preservare la vita su questo mondo».

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