Martedì, 15 giugno 2021 - ore 09.23

Il 69% degli italiani crede di sapere cosa fare contro la crisi climatica

Senza promuovere lo sviluppo di una reale consapevolezza, la transizione ecologica è destinata a restare incagliata tra percezioni e realtà

| Scritto da Redazione
Il 69% degli italiani crede di sapere cosa fare contro la crisi climatica

La falsa conoscenza è più pericolosa dell’ignoranza, e la lotta contro la crisi climatica è chiamata a farci rapidamente i conti come mostra l’ultima ricerca della serie “Perils of Perception” condotta da Ipsos in 30 Paesi del mondo, Italia compresa. A maggior ragione in un Paese come il nostro, che si appresta – almeno a parole – a intraprendere un percorso di transizione ecologica finanziato dalle risorse del Pnrr.

Il 69% degli intervistati dall’Ipsos parte infatti dal presupposto di essere “a conoscenza di quale azione intraprendere per svolgere il mio ruolo nell’affrontare il cambiamento climatico”, ma grattando appena sotto la superficie appare evidente che non è (ancora) così.

A livello globale, secondo le percezioni degli intervistati, le tre azioni più efficaci che un individuo potrebbe intraprendere per ridurre le emissioni di gas a effetto serra sono: «Riciclare il più possibile (59%), comprare energia da fonti rinnovabili (49%) e sostituire un’auto tipica con un veicolo elettrico o ibrido (41%). Anche i cittadini italiani – spiegano da Ipsos – hanno la percezione che queste tre azioni siano le più efficaci per ridurre le emissioni di gas a effetto serra», ovvero per ridurre l’impatto personale sul clima che cambia.

È utile sottolineare che in questo caso addirittura la struttura stessa della domanda induce in errore l’intervistato, in quanto non spetta a lui riciclare il più possibile: il riciclo è un’attività industriale che riguarda la re-immissione di materie prime seconde sul mercato a valle di un processo di recupero, mentre il singolo cittadino è chiamato ad agire a monte (tramite una buona raccolta differenziata) e a valle (ri-acquistando i prodotti riciclati) di tale processo.

In generale, il sondaggio rileva comunque che le persone sottovalutano le azioni più efficaci per combattere il cambiamento climatico e tendono a sopravvalutare quelle meno impattanti. Rifacendosi al noto studio del 2017 The climate mitigation gap: education and government recommendations miss the most effective individual actions, Ipsos informa che tra le possibili azioni per ridurre la propria impronta di carbonio «al primo posto si posiziona “avere un figlio in meno”, seguito dal non avere affatto un’automobile ed evitare un volo di lunga distanza», mentre ad esempio «in Italia soltanto il 5% degli intervistati afferma che non avere figli può ridurre le emissioni di gas a effetto serra».

Allargando il sondaggio ad altre possibili alternative – e qui il riferimento scientifico adottato dall’Ipsos è lo studio The most effective individual steps to tackle climate change aren’t being discussed – emerge che le risposte più condivise «sono rappresentate dalla riduzione di imballaggi e packaging (52%) e dall’acquisto di meno articoli o più durevoli (46%). Nella realtà entrambe le misure citate, però, sono al di fuori delle prime 30 (azioni più incisive, ndr) classificate rispettivamente al 38° e 46° posto».

Come mai? Basti pensare che in Italia l’intera filiera di gestione dei rifiuti è responsabile per il 4,3% delle emissioni climalteranti nazionali, e che le frazione degli imballaggi rappresenta appena l’8% di tutti i rifiuti (urbani e speciali) prodotti nel nostro Paese.

Anche sulla dieta da seguire per tutelare il clima i falsi miti abbondano: il 60% degli italiani intervistati «ritiene che mangiare prodotti locali (anche se comprendono carne e latticini), rispetto a seguire una dieta vegetariana (anche se alcuni prodotti sono importati da altri Paesi) sia l’azione ambientale che ridurrebbe in misura maggiore le emissioni di gas serra di un individuo», mentre il «18% crede che passare a una dieta vegetariana – anche se comprende prodotti provenienti da altri Paesi – ridurrebbe di più le emissioni di gas serra di un individuo».

Sotto questo profilo, la risposta più corretta non può che essere sfumata. Secondo gli ultimi dati Ispra disponibili da agricoltura e allevamenti italiani arriva il 7% delle emissioni nazionali di gas serra (e oltre il doppio dell’inquinamento atmosferico da PM2.5, anche se non lo percepiamo), mentre a livello globale si stima che solo gli allevamenti arrivino al 14,5% e che il sistema alimentare globale – che include tutte le emissioni generate lungo l’intera filiera dalla produzione fino al consumo – contribuisca dal 25% al 37% delle emissioni antropogeniche di gas serra. In generale, per tutelare la salute del pianeta e la nostra, è necessario ridurre (anche senza eliminare del tutto) il consumo di carne e accrescere quello di vegetali.

Ma le false conoscenze sulla crisi climatica in corso, come mostra sempre lo studio Ipsos, travalicano i confini delle azioni individuali per abbracciare la globalità del problema.

Ad esempio, in Italia il 38% degli intervistati ritiene che le migrazioni siano dovuti a conflitti (come quelli portati da guerra e crimine) e soltanto il 29% ai cambiamenti climatici, mentre in realtà solo «nei primi 6 mesi del 2020, 9,8 milioni di persone in tutto il mondo sono state sfollate a causa dei cambiamenti climatici rispetto ai 4,8 milioni di persone sfollate a causa dei conflitti».

Ancora: «In merito al riscaldamento globale, tutti gli intervistati hanno sottostimato (22%) o non erano sicuri (73%) di quanti anni, dal 2015, sono stati registrati come i più caldi di sempre. Soltanto una persona su venticinque (4%) ha dato la risposta corretta, ossia che tutti i 6 anni – dal 2015 al 2020 – rientrano tra gli anni più caldi mai registrati».

È evidente dunque che senza robusti investimenti sull’informazione e comunicazione ambientale di qualità, la lotta alla crisi climatica continuerà ad essere condizionata da false credenze e luoghi comuni. Lo stesso accento posto sulle “soluzioni” individuali al problema anziché sulle azioni collettive mina alla radice le possibilità risolutive: i cittadini credono dunque di dover riciclare il più possibile mentre non fanno niente di tutto ciò e anzi auspicano la realizzazione di impianti di riciclo ma almeno a 10 km di distanza dalla propria casa per i più svariati timori. Oppure il 49% è convinto di dove comprare energia da fonti rinnovabili, solo che appena il 6% degli italiani le conosce davvero e sempre più cittadini insorgono contro la realizzazione dei relativi impianti dando vita a sindromi di tipo Nimby e Nimto, che sono tra i principali ostacoli a una reale transizione ecologica.

Ma cosa può fare dunque, concretamente, il singolo cittadino per lottare in modo utile contro la crisi climatica? Oltre ad azioni come quelle sopra riportate, l’imperativo resta il suggerimento offerto nei giorni scorsi dall’eclettico premio Pulitzer Jared Diamond: «È semplice, sostenere e votare per i politici che vogliono mettere mano alla situazione».

 
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