Lunedì, 16 dicembre 2019 - ore 13.51

Il racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti

Ogni tanto qualche soddisfazione. Il racconto di mia nonna Barbara Canesi (nata nel 1897 a Pontevico) sulla giornata del 2 giugno 1946- che ho pubblicato sul sito-è stato citato nel libro Storia di Cremona ‘ Il Novecento’ a pagina 122. Nulla di che. Una semplice testimonianza di una donna straordinaria, socialista, antifascista e poi comunista felice di votare per la prima volta che ha tenuto alta la bandiera della democrazia e che ci ha aiutato a crescere. Un caloroso ringraziamento agli autori

| Scritto da Redazione
Il  racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti Il  racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti Il  racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti Il  racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti

Il  racconto di Nonna Barbara sul 2 giugno 1946 nel libro ‘900 della storia di Cremona di Gian Carlo Storti

Ogni tanto qualche soddisfazione. Il racconto di mia nonna Barbara Canesi ( nata nel 1897 a Pontevico) sulla giornata del 2 giugno 1946- che ho pubblicato sul sito-è stato citato nel libro Storia di Cremona ‘ Il Novecento’ a pagina 122. Nulla di che. Una semplice testimonianza di una donna straordinaria, socialista, antifascista e poi comunista  felice di votare per la prima volta che ha tenuto alta la bandiera della democrazia e che ci ha aiutato a crescere. Un caloroso ringraziamento agli autori

Ecco la testimonianza che ho raccolto da Nonna Barbara

2 giugno '46 la seconda liberazione nei racconti di nonna Barbera e di altre testimonianze del tempo.Il primo voto libero dopo la guerra.

Nonna Barbara, nel '46, aveva 51 anni essendo nata infatti nel 1897. In quel mezzo secolo aveva visto di tutto. Nascere il movimento socialista, di cui suo padre era attivista. Vide partire il suo " bel promesso sposo" per la guerra del '15 , fortuna volle che tornò nel '18 ma era cambiato , molto cambiato. La felicità del matrimonio e della nascita delle tre figlie durò poco perchè vide morire il suo vecchio padre a causa delle botte di quei violenti che si chiamavano fascisti. Suo marito Annibale partecipò poi alla fondazione del partito comunista d'Italia nel '21 e con lui condivise tutto il periodo della dittatura vantandosi di non aver mai lavato e stirato una camicia nera. Raccolse viveri per i partigiani, li ospitò nella legnaia della cascina, vide partire gli ultimi tedeschi con il viso triste verso la Germania, salutò gli americani con una bandiera rossa e partecipò alle grandi manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio a Cremona ed il 2 giugno 1946 partecipò per la prima volta a libere elezioni. Per anni continuò a ripetere che quello fu il suo più bel giorno di tutta la vita, ancor di più del matrimonio. Era consapevole che votare, per una donna , era un fatto storico che non poteva dimenticare facilmente.

Alla fine di maggio del 1946 erano ancora ben visibili i segni dei bombardamenti americani: gente ammucchiata in precari alloggi di coabitazione ricavati nelle ex caserme , famiglie in attesa degli ultimi militari prigionieri, il ponte di barche sul Po ecc. I fascisti, quelli che non erano scappati , prudentemente, stavano in ombra e in silenzio, i partigiani avevano preso il potere e comandavano in comune e negli altri posti prima occupati dai fascisti. Era stata una guerra dura che per la prima volta aveva coinvolto i civili quanto gli eserciti.

Sempre la nonna Barbera mi raccontava di quando i partigiani, a Cremona, fecero sfilare , per le vie del centro le " donne collaborazioniste" del regime e dei fascisti, pelate e svergognate. Non tutte erano puttane. Alcune solo delle cameriere che avevano " servito" il loro padrone fascista o tedesco fino alla fine. Però diceva " l'odio accumulato era tanto e non si facevano molte differenze".

Lei andava anche in chiesa e si ricordava che le parrocchie erano ingombre di derrate alimentari e vestiti smessi arrivati dagli Stati Uniti e distribuiti con oculatezza ai poveri, " quelli però che si confessavano" , aggiungeva. Il marito invece frequentava una sezione del PCI e ogni domenica di quel mese di maggio tornava a casa sempre con delle " carte" da distribuire ai suoi compagni della cascina.

Le prime elezioni libere e la campagna elettorale

La campagna elettorale - che abbinava il voto per l'assemblea costituente al referendum monarchia/repubblica - si faceva nelle strade, nelle piazze, nei mercati, nelle case chiedendo consiglio ai più anziani che avevano vissuto nell'Italia pre-fascista . I simboli e gli slogan attaccati ai muri, i comizi - tutti gremiti - erano l'aspetto più vistoso e nuovo ma la propaganda vera era quella di centinaia di attivisti che giravano casa per casa e creavano momenti di discussione al mercato, in piazza, nei bar. Nonna Barbara mi raccontava anche di un gruppo di compagni di città ( forse del quartiere di San Bassano) che andavano nelle cascine ad organizzare vere e proprie sceneggiate con pro e contro, spesso così realistiche da far rischiare le botte al compagno che si prestava al ruolo di monarchico.

Mi parlava di forti discussioni nei bar anche con qualche monarchico . Infatti la guerra di liberazione aveva visto combattere insieme i comunisti delle brigate Garibaldi, gli azionisti di giustizia e libertà, i socialisti, i cattolici , il fronte militare di fede monarchica, tutti rappresentati nel Cln e in contatto con gli alleati e con il governo Badoglio; la democrazia cristiana aveva deciso di lasciare "libertà di coscienza" ai suoi elettori.

La parola ai giovani

Ma i principali protagonisti della campagna elettorale furono i giovani, con la presenza più visibile nelle manifestazioni di cartelli fatti a mano, scritte fantasiose, bandiere, canzoni.

Erano loro ad affiggere dappertutto i manifesti con la colla casalinga, acqua e farina cucinate da madri compiacenti, a fare le scritte di vernice rossa o con la calce bianca . Spesso la scritta " Viva la Repubblica " era sbagliata ( mancava una " b") ma si capiva lo stesso. Erano loro a distribuire volantini, animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c'erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell'orientamento politico, quello dell'esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota».

Mi raccontava di antifascisti riottosi che insistevano per firmare la scheda «perché io non ho paura di nessuno», repubblicani decisi a cancellare con una croce il simbolo degli odiati Savoia e soprattutto uomini e donne che temevano di sbagliare, di confondersi, di farsi vincere dall'emozione e chiedevano di portarsi nella cabina un congiunto o un compagno più preparato.

Per molti vi era l' amarezza di non poter votare. Ragazzi di 19-20 anni appena scesi dalle montagne dove avevano combattuto, comandato formazioni partigiane, subito carcere e tortura, ragazze che avevano rischiato la vita ogni giorno portando armi, viveri e ordini nelle borse della spesa, arrancando in bicicletta fra un posto di blocco tedesco e un ponte crollato, non accettavano facilmente di non essere considerati idonei ad una operazione semplice e non rischiosa come il voto, di non essere chiamati a decidere sulla sorte del paese che avevano liberato. Ma si votava a 21 anni compiuti, bisognava rassegnarsi a insegnare agli altri a votare ed aspettare il turno successivo..

Alla fine la Repubblica vinse.

Arrivò così il 2 giugno e gli entusiasmi si smorzarono in diffuso timore: come avrebbero votato i vecchi? Come avrebbero votato i cattolici? E le donne ritenute dal diffuso maschilismo dell'epoca succubi di scrupoli religiosi o pietistici? Come avrebbe votato Roma ? E i carabinieri? Il nonno presidiò il seggio, con altri, tutta la notte per paura dei brogli dai quali qualcuno aveva messo in guardia.

I risultati tardavano alimentando i peggiori sospetti. Una voce maschile , dalla stessa radio da dove si ascoltava " radio Londra" finalmente lesse il comunicato liberatore: la repubblica aveva vinto con poco piu’ di due milioni di voti.

Fu come una seconda liberazione e nella cascina Incrociatello ( dove oggi si erge un moderno quartiere) si festeggiò tagliando un salame e brindando con del vino bianco che qualcuno aveva acquistato sul piacentino.

2 giugno 2006.

Gian Carlo Storti

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