Venerdì, 19 giugno 2026 - ore 19.36

Il terzo polo

L’ipotesi del terzo polo presentata da Carlo Calenda

| Scritto da Redazione
Il terzo polo

L’ipotesi del terzo polo presentata da Carlo Calenda ricalca il liberalismo descritto con grande autorevolezza  da Benedetto Croce, che suggerì una impostazione politica che prevedeva   un Centro-pilota in grado di coinvolgere sia la Destra moderata e riformista, sia la sinistra dialettica e social-democratica. Il pensiero crociano trovò attuazione  nell’immediato dopo-guerra, dando inizio a quel “miracolo economico” che risollevò l’Italia  dal disastro della seconda guerra mondiale.

Fu Benedetto Croce  il massimo interprete dell’esigenza di libertà che appartiene all’uomo, anche quando essa si ritrova in rotta di collisione con ideologie consacrate da interessi di parte. L’idea portante di Croce partiva  da una interpretazione di base che identificava la “libertà intellettuale”, e non fu casuale che l’elaborazione di tale concetto avvenisse   proprio quando la “libertà” si era ritrovata negata dall’ideologia fascista, che tendeva a strumentalizzare le coscienze e ad eliminare le teste pensanti.

Croce ebbe la sua rivalsa e la sua consacrazione nel momento del crollo del regime fascista, quando venne riconquistata l’identità nazionale; fu così che Croce riuscì ad orientare la politica verso un’ adesione alla tradizione culturale.

Fin dal 1952 Croce, pur in una dimensione lacerata da nuovi antagonismi, si adoperò per la costruzione di una Italia liberale, democratica e socialdemocratica, imperniata attorno ad un Centro moderato e aperto al confronto,  con la geniale intuizione della Storia come “Storia della libertà”, perché “non esiste nella storia un ideale che possa sostituire quello della libertà”. In tal modo Croce descrive l’esigenza di dilatazione del concetto liberale sia verso una destra conservatrice  e democratica,  che verso una sinistra progressista e socialdemocratica.

Si esalta, così, la differenziazione tra liberalismo e democrazia, se non sostenute reciprocamente dal pensiero liberale a destra e dalla prassi socialdemocratica a sinistra; infatti liberalismo e democrazia “differiscono in questo, che la democrazia ha della libertà un concetto astratto, naturalistico e intellettualistico, e il liberalismo un concetto storico e concreto”.

 Accade, inoltre, che la democrazia, dentro cui si sviluppa il capitalismo, “finisce con l’avviarsi verso forme autoritarie in grado di controllare e neutralizzare i moti di contestazione, favorendo interessi individuali delle classi più opulente”. La democrazia assoluta, a causa del suo radicalismo, tende a sostituire la qualità con la quantità, sotto la spinta del capitalismo, spingendo a ricorrere ad un sistema autoritario per evitare derive populiste.

La libertà è principio e fine dell’individuo e più che “libertà di” la libertà liberale è “libertà da”; la differenza è abissale, perché  la “libertà di” di stampo liberista opera anche  verso la eliminazione di ostacoli che attengono all’interesse individuale, come “libertà di evadere il fisco”, “libertà di falsificare i bilanci aziendali”, “libertà di nascondere capitali all’estero” per non pagare il dovuto allo Stato. La “libertà da” ha come sua meta, indicata come desiderabile, la libertà “dal bisogno”, “dalla fame”, “dalle malattie”, “dall’ignoranza”, restituendo all’uomo la dignità di essere uomo all’interno di una società che del welfare fa il centro della propria azione politica.

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