Lunedì, 16 maggio 2022 - ore 11.27

L’Eco Il Referendum a Cremona 2 giugno 70° della Repubblica e della Costituente/ II

Come già anticipato nell’edizione di ieri che ne ha dato dettagliato conto, l’ANPI cremonese ha celebrato, con un incontro pubblico sabato 28 maggio in sala Zanoni, il 70° della votazione con cui il popolo italiano ha scelto la Repubblica ed eletto l’Assemblea costituente. In apertura il presidente Giancarlo Corada ha ricordato il partigiano e dirigente dell’ANPI, Libero Scala, scomparso di recente

| Scritto da Redazione
L’Eco Il Referendum a Cremona 2 giugno  70° della Repubblica e della Costituente/ II L’Eco Il Referendum a Cremona 2 giugno  70° della Repubblica e della Costituente/ II L’Eco Il Referendum a Cremona 2 giugno  70° della Repubblica e della Costituente/ II L’Eco Il Referendum a Cremona 2 giugno  70° della Repubblica e della Costituente/ II

Hanno poi parlato la segretaria cittadina, Valentina Corbani (con particolare riferimento alla storia per il diritto di voto alle donne finalmente attuato con la Liberazione), lo stesso prof. Corada e Giuseppe Azzoni con riferimento a quella storica campagna elettorale. Come essa ebbe luogo a Cremona e quali gli eletti cremonesi nella Costituente. Di seguito un ampio resoconto  delle relazioni.

Alla Repubblica ed alla Costituente dettero specifici apporti la storia e la cultura delle “cento città” del Paese. Cremona, assai al di là della modestia della dimensione territoriale e demografica, era ancora sede di una peculiare storia ed elaborazione politica, con l’originalità particolare della vicenda cattolica, con le radici profonde del socialismo, con l’eredità di personalità primarie del mondo laico liberale e repubblicano.

Nel referendum del 2 giugno 1946 quella di Cremona risultò una delle terre più repubblicane. Fortissima l’affluenza: il 94% degli aventi diritto, cioè tutti gli uomini e per la prima volta (dopo le amministrative delle settimane precedenti) le donne. La Repubblica ebbe 144.808 voti (65,2% mentre il dato nazionale fu del 54), la Monarchia  77.192 (34,8%, dato nazionale 46). Cremona città dette alla Repubblica il 70%, fu il capoluogo più repubblicano tra quelli lombardi, tra le prime città in Italia. Crema votò Repubblica al 67%, a differenza della sua area nella quale la monarchia ebbe notevoli consensi.

La campagna elettorale vide una amplissima ed appassionata partecipazione, a partire dal primo grande comizio che ebbe luogo in piazza Marconi il 26 marzo, oratore Palmiro Togliatti. Ad una folla enorme, affluita anche dalla provincia con ogni mezzo, carretti, bici, treno…, delineò una Repubblica espressione di una partecipazione effettiva delle classi lavoratrici alla direzione dello Stato. Egli, che aveva già come ministro del governo Bonomi, presentato la proposta per il voto alle donne, sottolineò fortemente anche questo aspetto. Tra gli altri grandi comizi ci furono quello del 25 aprile, con Giancarlo Pajetta (candidato eletto alla Costituente nel  collegio Cremona Mantova); il 1 maggio unitario con Ernesto Caporali, socialista, Angelo Formis democristiano, Dante Bernamonti comunista che si pronunciarono insieme per una “repubblica dei lavoratori”. Importanti nei giorni successivi i discorsi di Giuseppe Cappi per la DC e quello di Ivanoe Bonomi per il bissolatiano Partito Democratico del Lavoro. Grandissima la partecipazione di popolo al comizio di Pietro Nenni, a pochi giorni dal voto, il 29 maggio. Nenni argomentò contro gli argomenti della paura usati dai conservatori: “la Repubblica non è un salto nel buio!” fu la monarchia a portare l’Italia nel baratro. “La Repubblica non è rossa ma di tutto il popolo italiano affratellato”.

In diversi modi, sulla stampa particolarmente, in quei due mesi si confrontarono le diverse posizioni culturali, ideali e politiche sia sulla forma istituzionale che sui contenuti della futura Costituzione.

I socialisti, col loro antico ed assai diffuso Eco del popolo, denunciano i nefasti della monarchia, dalla consegna del potere a Mussolini alla fuga dell’otto settembre. Sostengono al cento per cento la Repubblica. Sottolineano per le scelte politiche future: alcune nazionalizzazioni in settori decisivi dell’economia; la riforma agraria; un drastico superamento delle scorie, dei metodi, della burocrazia del regime fascista; forti poteri alle autonomie locali ed alcune forme di “democrazia diretta”.  Assai importante il fronte della laicità: i socialisti criticano ambiguità democristiane, l’uso strumentale della religione a fini partitici ed i residui oscurantisti di una parte del clero. Il PSIUP incita i suoi a non trascurare il confronto e la discussione con le donne, contrastando la particolare pressione esercitata dal clero per influenzarne il voto.

Nella Democrazia Cristiana convivono idee diverse sul referendum, è noto che questo partito tenne, per decidere in proposito, un referendum con voto segreto tra gli iscritti al quale parteciparono ben 840.000 tesserati. Risultò netta la prevalenza per la repubblica (60 contro 17 per cento, con un 23% di schede bianche). La DC cremonese, nel suo congresso a fine 1945 (precedente a quel referendum), aveva già indicato decisamente la preferenza alla repubblica. Cappi, motivandola e sostenendola, aveva anche aggiunto che una monarchia costituzionale sarebbe stata preferibile solo se la repubblica avesse messo in pericolo le libertà e i diritti, compreso quello della proprietà privata e relativa successione ereditaria. La DC riprese poi filoni che erano stati del PP di don Sturzo, come l’accentuazione sull’autogoverno dei Comuni e delle Regioni, il sistema elettorale proporzionale, il Parlamento bicamerale con competenze differenziate. Il pensiero sociale della Chiesa doveva tenere insieme tutti i democristiani. Man mano ci si allontana dai giorni della Liberazione la DC tende “a smarcarsi” dallo spirito del CLN ed il confronto tra DC e sinistre non è ancora quello del ’48 ma non è tenero. La DC sostiene risolutamente il diritto di voto alle donne. Cappi esorta tuttavia:  “l’attività politica della donna non la strappi a quei compiti e funzioni familiari che le sono proprie”. La commissione femminile provinciale DC convoca le donne al Cittanova per sostenere la Repubblica.

Il PCI, nel sostenere appieno la Repubblica la caratterizza per contenuti sociali ed antifascismo. La critica per le responsabilità del ventennio non è solo alla monarchia ma coinvolge quel padronato che fu coi fascisti per un dominio senza freni sulle classi lavoratrici. Tra i contenuti programmatici per la Costituente, la stampa comunista cremonese sottolinea l’urgenza di una totale liquidazione dei residui politici del regime, forti riforme nell’agricoltura e nell’economia che portino alla prevalenza dell’interesse collettivo ed all’uso delle risorse per la ricostruzione e per dare lavoro, colpendo gli interessi speculativi. Non statalizzazioni, rispetto per la proprietà, specie quella contadina, ma anche partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese ed affermazione dei loro diritti in una “Repubblica democratica dei lavoratori”. Altre riforme prospettate riguardano scuola, sanità, autonomie locali (eleggibilità dei prefetti), esercito… Al fondo l’importanza del permanere dell’unità ereditata dalla Resistenza. Cosa non facile con l’iniziare già in quei mesi di uno scontro sociale sempre più duro nelle nostre campagne che vedeva la DC da una parte e le sinistre dall’altra. Al voto alle donne il PCI lega la parità dei diritti, a partire da paga eguale a lavoro eguale.

I liberali cremonesi ebbero al loro interno un’ala importante (Gianfranco Groppali, Taglietti, Masone, Salvalaggio, Giano Destri…) che si espresse in senso repubblicano ma venne smentita dalla scelta del PLI nazionale per il re: alcuni di loro uscirono dal partito. Nel PLI convivevano una corrente repubblicana, una monarchica ed una “agnostica”. A complicare ancora di più le cose ci fu, per la elezione della Costituente, l’accoppiamento in unica lista – la lista UDN - tra il PLI e il Partito Democratico del Lavoro di Ivanoe Bonomi. Quest’ultimoo era di un riformismo bissolatiano e repubblicano. Dunque il PLI era per la monarchia, il PDL era per la repubblica: così l’UDN lasciò “libertà di scelta”.

Ovviamente nettissima la scelta per la Repubblica del PRI così come per il Partito d’Azione, forte la loro caratterizzazione in senso laico e della valorizzazione partigiana specie dagli azionisti.

Il clero anche a Cremona intervenne direttamente nella campagna elettorale, sia dai pulpiti che tramite “Vita Cattolica”. Sostegno ma non identificazione con la DC. Duro contrasto alle sinistre di ispirazione marxista (portano a “scristianizzare l’Italia ed a cancellare Dio dalle coscienze”). I temi centrali della campagna diocesana sono la difesa del Concordato, il catechismo nelle scuole, la famiglia. Quella tra Monarchia o Repubblica è una scelta sulla quale i cattolici si regoleranno liberamente. Per la Chiesa ci sono rampogne per i Savoia ma anche simpatie per una monarchia che pare più affidabile nella difesa dei valori tradizionali: le simpatie non sono tali però dal portare a dare esplicita indicazione per quella scelta. Netta invece, per la Costituente, la incompatibilità dichiarata per il voto alle sinistre socialiste e comuniste ed ai laicisti. Il si va  ad un voto “cristiano”.  Le donne vengono esortate ad andare alle urne, a non ascoltare il marito se volesse imporre un voto “contrario agli obblighi della religione”, quindi a “difendere Dio e la Chiesa” col voto ad “uomini saggi onesti e cristiani”.

Per quanto riguarda l’Assemblea costituente è naturalmente identica la percentuale, 94%, dei votanti. Tre i partiti del cremonese che vi elessero rappresentanti locali. La DC, con 80.395 voti designò Giuseppe Cappi (28.474 le sue preferenze) e Ludovico Benvenuti (12.671). Il Partito Socialista con 67.646 voti elesse Ernesto Caporali (10.558 preferenze) e Pietro Pressinotti (9.725). Per i comunisti, che ebbero in provincia 50.164 voti, fu eletto Dante Bernamonti (11.902 preferenze).

Per ciascuno dei cinque ecco essenziali note sulla biografia politica ed alcune righe scelte da verbali della Costituente o che li riguardano in quanto tali.

Giuseppe Cappi era il più anziano dei cinque, quando fu eletto aveva  62 anni essendo nato il 14.8.1883 a Castelverde. Avvocato, vicino alle idee del vescovo Bonomelli, braccio destro di Guido Miglioli nel movimento delle Leghe Bianche (pur se su un versante più moderato), partecipò alla nascita del Partito Popolare di don Sturzo. Combattè al fronte e venne ferito nella prima guerra mondiale. Fu avverso al fascismo e denunciò le responsabilità del re in proposito. Durante il ventennio si ritirò a vita privata. Nella Costituente fu tra i protagonisti e fece parte della commissione dei 75 che redigeva il testo per l’Assemblea. Venne rieletto nel 1948 alla Camera   dove fu presidente del gruppo parlamentare dc. Fu membro del Consiglio d’Europa, segretario nazionale della DC (per breve periodo, quasi come moderatore dei contrasti interni) nel 1949. Dello stesso anno, nel pieno delle durissime lotte sociali nelle nostre campagne, fece un discorso al Supercinema che lo contrappose duramente alla Camera del Lavoro ed alle sinistre. Nel 1955 fu eletto nella Corte Costituzionale e ne sarà poi Presidente. Morì nel 1963.

Si caratterizzò nel dibattito alla Costituente per la competenza e per l’acume giuridico su diverse tematiche ed anche per l’insistenza per la perfezione formale che i testi costituzionali dovevano avere, a partire dalla chiarezza e stringatezza. In tema di religione ecco un brano del suo intervento del 12.4.1947. Non accetta il testo del comunista Laconi laddove dice “tutte le confessioni religiose sono uguali davanti alla legge”. Ciò perché allo Stato non compete entrare in questo merito, valutare circa l’uguaglianza di una fede con un’altra. Allo Stato compete “che sia libero l’esercizio della confessione religiosa e che sia libero con parità, tanto per quella religione che raccoglie la quasi totalità dei cittadini, quanto per quelle confessioni religiose che raccolgono una infima minoranza. Questa è l’esigenza della libertà religiosa, che qualunque confessione abbia la possibilità di esercitare liberamente su un piede di uguaglianza con le altre la propria religione”.

Ludovico Sforza Benvenuti, discendente da nobile famiglia cremasca, era nato a Verona nel 1899. Fu eletto quindi a 47 anni. Risiedeva a Crema ed era avvocato. Anch’egli partecipò alla “grande guerra” e poi entrò nel PP. Antifascista, nel 1944 era nel comitato clandestino che costituì la DC a Crema, già dal 1943 in contatto con ambienti e persone – Teresio Olivelli in particolare – che daranno vita alla Resistenza. Quindi fu nel CLN di Crema e regionale. Alla Costituente anch’egli collaborò alle istanze redigenti. Lavorò in particolare sugli articoli riguardanti i diritti dell’uomo e del cittadino e sulla politica estera e problema della guerra. Ricoprì poi incarichi di rilievo, parlamentari e governativi, sino a quello di Segretario generale del Consiglio d’Europa. Morì nel 1966 per un tragico incidente stradale. Così si espresse sull’art. 6 del progetto costituzionale il 17.3.1947. “… abbiamo acquistato coscienza di nuovi diritti della persona umana, cioè di quelli che oggi chiamiamo diritti sociali. (…) il problema della redenzione delle classi proletarie: Redemptio proletariorum, espressione di un grande Pontefice. (…) la propietà è garantita ma essa assomiglia ormai più che ad un istituto di diritto privato, ad una cellula fondamentale d’una società solidaristica. (…) i diritti fondamentali dell’uomo (libertà della persona, di coscienza, di espressione, di associazione, di partecipazione alla vita politica) venivano proclamati come diritti originari della persona umana, non conferiti dallo Stato ma indipendenti dal diritto dello Stato, indipendenti dallo Stato come fonte di diritto. Ecco perché furono chiamati diritti naturali”. Ed è quanto Benvenuti vuole nella Costituzione repubblicana.

 

Ernesto Caporali è eletto costituente a 55 anni, era nato a Duemiglia nel 1891, da famiglia operaia. Lui era maestro elementare. Socialista ed anti-interventista, combattè nella prima guerra mondiale.  Fu militante e dirigente sia del PSI, ne fu segretario provinciale ai primi del 900, che della Camera del Lavoro che capeggiò fino al 1922. Subito dopo la marcia su Roma Farinacci lo mise al bando, dovette riparare in Francia, fu esule a Parigi fino alla Liberazione. Qui rappresentò i lavoratori italiani emigrati in Francia come segretario dell’ufficio italiano della CGT. Dopo la Liberazione rimise in attività la Camera del Lavoro di Cremona insieme al democristiano Formis ed al comunista Bernamonti. Eletto consigliere comunale, nel 1947 uscì dal PSI per aderire alla scissione di Saragat ma non tolse l’appoggio alla Giunta di sinistra del sindaco Rossini. Morì settantenne, nel 1961, al “Soldi”, povero come sempre era stato. Alla Costituente intervenne sul diritto di voto degli italiani emigrati all’estero e, con grande anticipo sui tempi in cui questo tema diventò attuale, sul diritto alla obiezione di coscienza. “Obiettare vuol dire compiere un atto meritorio, condannando quello che la guerra ha di più crudele e di più orribile; vuol dire soprattutto negare la guerra. (…) gli obiettori di cosienza non devono confondersi con i disertori: essi chiedono di servire la Patria in umiltà, rivendicando il diritto di non tradire i principi spirituali ai quali sono legati dalle loro convinzioni umane. Tu non ucciderai: questo meraviglioso imperativo del Vangelo cristiano è stato troppo dimenticato perché non debba essere ripreso oggi da tutti coloro i quali, al di là di ogni credenza, ne facciano un simbolo di pace e di solidarietà umana.” Così Caporali nella seduta del 20 maggio 1947.

Pietro Pressinotti era il più giovane dei nostri cinque eletti essendo nato nel 1906, a Cremona. Si diplomò ragioniere. Fu tra coloro che misero in piedi, nel 1943, l’organizzazione del partito socialista e della Resistenza nel cremonese. Nel 1944 sfuggì all’arresto ed andò a dirigere l’organizzazione socialista di Como. Poi fu ispettore, per incarico del centro del partito, nell’area Piacena – Parma – Reggio. Con la Liberazione diventa segretario della Federazione di Cremona. Dopo la Costituente fu dirigente nel movimento cooperativo, consigliere comunale ed assessore. Morì nel 1967. Nell’Assemblea costituente intervenne sui fatti di Cremona (contestazioni del congresso dell’Uomo Qualunque e relativi pesanti disordini) del giugno ’46, in contradditorio con Scelba. Sulla Costituente ebbe a scrivere: “Epurazione è il grido delle masse lavoratrici dell’Alta Italia in questi mesi. (…) Si chiede l’applicazione di una severa giustizia nei confronti di tutti coloro che concorsero a creare il fascismo e l’abolizione di tutte le strutture erette da un cervello malato di mania imperialistica. Ricostruzione è la necessità urgente espressa da queste masse animate da un profondo sentimento di solidarietà nazionale. Dalla Costituente (…) sorgerà il governo dei lavoratori (…) uno Stato nuovo creazione autonoma dell’autogoverno delle masse.”

Dante Bernamonti nacque a Cremona il 10 marzo 1898. A 17 anni è segretario provinciale dei giovani socialisti, fa propaganda contro la guerra e per questo nel 1917 verrà condannato con Pozzoli ed altri giovani socialisti e subirà duro carcere fino a dopo la fine della guerra. Maestro elementare, nel 1920 è eletto in Provincia ed in Comune (dove sarà assessore alla Scuola col sindaco Tarquinio Pozzoli). Fu tra i fondatori del PCI cremonese ed appartenne alla corrente gramsciana. Venne duramente bastonato dai fascisti subendo fratture e commozione cerebrale, messo al bando da Farinacci riparò a Milano sotto falso nome. Scoperto ed arrestato nel ’33, subì 5 anni di confino a Ventotene. Partecipò alla Resistenza nel milanese e con collegamenti con Cremona. Nel dopoguerra fu assessore comunale all’istruzione e consigliere provinciale e comunale negli anni ’50. Fu segretario della Camera del Lavoro e poi dirigente del movimento cooperativo. Morì nel 1953, alla folla imponente lo commemorò Umberto Terracini, che ne parlò in questi termini: “Io lo ricordo sui banchi dell’Assemblea costituente quando nel fervore delle discussioni si alzava e con la sua voce pacata, calma, serena (…) interveniva a porgere il consiglio, a suggerire la soluzione, modesto nel suo atteggiamento ma prezioso nella sua capacità d’opera e di azione. Egli stette con noi due anni e furono due anni di fervida collaborazione che gli procurarono il più profondo affetto dei suoi compagni di partito ma anche la stima, l’amicizia, il rispetto di coloro che pur militavano in altre fila.”

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Nelle edizioni previste a ridosso del 2 giugno L’Eco del Popolo dedicherà ulteriori approfondimenti al Dossier Repubblica

In allegato la scheda elettorale del Collegio Cremona-Mantova e del donne elette nella costituente

1° foto: scheda elettorale collegio Cremona-mantova

2° foto: emiciclo Assemblea Costituente

3° foto: I relatori Azzoni Corada Corbani

4° foto : le code ai seggi il 2 giugno 1946

 

 

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