Sabato, 31 ottobre 2020 - ore 20.00

Omaggio a Giorgio Bassani Gli occhiali d’oro di Massimo Negri – Casalmaggiore (CR)

Cari amici di Welfare Cremona, nel quadro di un Omaggio a Giorgio Bassani, nel centenario della nascita, il programma Ad alta voce di Rai Radio Tre ha dedicato il mese di marzo alle sue storie ferraresi: quattro voci per quattro racconti.

| Scritto da Redazione
Omaggio a Giorgio Bassani Gli occhiali d’oro  di Massimo Negri – Casalmaggiore (CR)

Io ho ascoltato l’attore Sandro Lombardo che ha letto Gli occhiali d’oro, libro edito nel  1958 da Einaudi.

Siamo a Ferrara, negli anni del fascismo. Davide, primo di tre figli di una agiata famiglia italiana di ceppo ebraico, è uno studente della Facoltà di Lettere (forse Bassani stesso) ed è la voce narrante del libro. Racconta in prima persona, da testimone, la storia del dottor Athos Fadigati, medico a Ferrara, noto per la sua abilità professionale, esercitata alla mattina presso l’Ospedale Sant’Anna e al pomeriggio presso il suo assai frequentato ambulatorio privato. Il dottor Fadigati è un uomo colto, riservato, che ascolta Wagner e legge il Corriere della Sera e che, dopo il lavoro e la cena, ama recarsi al cinema dove, nell’oscurità della platea, luccicano i suoi occhiali d’oro.  Alcuni anni dopo il suo arrivo a Ferrara (era, infatti, di origine veneziana), un paio di volte alla settimana, volendo prendere la libera docenza, sale sul treno mattutino per Bologna dove conosce Davide e i suoi amici. Nei vagoni, tra i ragazzi universitari, s’imbatte anche in Eraldo, biondo, affascinante, con la passione della boxe, che non esita ad ammaliare poco a poco il medico prendendosi gioco di lui. Fadigati diventa succube del ragazzo al punto da comprare una Alfa Romeo 1750 a due posti, rossa, tipo Mille Miglia per passare con lui una vacanza estiva sulla riviera romagnola. Ma Eraldo, opportunista, fedigrafo, lo fa soffrire e una sera non ritorna all’hotel scappando in Francia con l’auto e i soldi. Il dottor Fadigati, amareggiato, ha perso tutto, pagando la sua debolezza con il graduale isolamento dalla Ferrara benestante su cui spira, peraltro, un’aria politica e culturale via via più plumbea. Esonerato dall’ospedale, con un pretesto qualsiasi, pure al suo ambulatorio vengono sempre meno pazienti. Segni, evidenti, di ostracismo sociale. Davide, il narratore, sensibile e intelligente, mosso da un sentimento di umana solidarietà, e consapevole dell’avverso destino che incombe sugli ebrei e sugli omosessuali, inizia a frequentarlo in sincera e corrisposta amicizia finché un giorno, preoccupato dal suo ormai prolungato silenzio, apprende dalla cronaca locale del Corriere che “un noto professionista ferrarese è annegato nelle acque del Po presso Lagoscuro”. Come si usava dire a quei tempi, il dottor Athos Fadigati era caduto in disgrazia.

Dopo aver ricordato che, nel 1987, il regista Giuliano Montaldo ha compiuto una bella traduzione cinematografica del romanzo con, tra gli altri, Rupert Everett nella parte di Davide e Philippe Noiret in quella del dottor Fadigati, osservo che, nel tempo, le lotte e i sacrifici per i diritti di uguaglianza degli ebrei e degli omosessuali hanno spostato in avanti la frontiera della tolleranza verso le diversità. Essa però non è un dato di natura ma un prodotto della storia e compete a ognuno di noi proteggerla.

Mi sia permesso, in calce alla lettera, riportare una pagina del libro, per rendervi partecipi della raffinatezza di Giorgio Bassani, del suo stato d’animo alla vigilia del varo delle leggi razziali, durante uno dei consueti giri in bicicletta nella sua amata città.

Cordiali saluti

Massimo Negri – Casalmaggiore (CR)

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Ferrara, 1937. Finii verso sera sulle Mura degli Angeli, dove avevo passato tanti pomeriggi dell’infanzia e dell’adolescenza; e in breve, pedalando lungo il sentiero in cima al bastione fui all’altezza del cimitero israelitico. Scesi allora dalla bicicletta e mi addossai al tronco di un albero. Guardavo al campo sottostante, in cui erano sepolti i nostri morti. Fra le rari lapidi, piccoli per la distanza, vedevo aggirarsi un uomo e una donna di mezza età: probabilmente due forestieri fermatesi fra un treno e l’altro per visitare il cimitero. Ed ecco, guardando a loro e al vasto paesaggio urbano che mi si mostrava da lassù in tutta la sua estensione, ad un tratto mi sentii penetrare da una gran dolcezza, da una pace e da una gratitudine tenerissime. Il sole al tramonto, forando una scura coltre di nuvole, basse sull’orizzonte, illuminava vivamente ogni cosa: il cimitero ebraico ai miei piedi, l’abside e il campanile della chiesa di San Cristoforo poco più in là e, sullo sfondo, alte sopra la bruna distesa dell’abitato, le lontane moli del Castello Estense e del duomo. Mi era bastato ritrovare immutato il volto materno della mia città, riaverlo ancora una volta tutto per me, perché quell’atroce senso di esclusione che mi aveva tormentato nei giorni scorsi cadesse di colpo. Il futuro di persecuzioni e di massacri che forse ci attendeva (ne avevo continuamente udito parlare, fin da bambino, come di un’eventualità per noi ebrei sempre possibile) non mi faceva più paura. Ma poi chissà? - mi ripetevo, tornando verso casa. Chi poteva leggere nel futuro? L’illusione tuttavia durò poco, almeno per me.

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