Pianeta Migranti. A 19 anni non si interrompe una vita
Tagliare il sostegno ai giovani migranti significa creare nuove fragilità.
L’emendamento al decreto Giustizia e Migrazione vuole abbassare da 21 a 19 anni il limite entro cui i giovani migranti soli possono ricevere accompagnamento educativo, sociale e relazionale. Una modifica che sembra tecnica, ma che rischia di essere devastante: spezza percorsi di inclusione già avviati e apre la strada a nuove vulnerabilità.
Un governo che ha fatto della “sicurezza” il proprio mantra, dovrebbe garantire stabilità a questi ragazzi, non spingerli in una precarietà che può trasformarsi in disagio, isolamento e marginalità. Perché l’insicurezza non nasce dai giovani migranti: nasce dall’abbandono.
Il governo punta a ridurre i costi dell’accoglienza, velocizzare i rimpatri e rafforzare la narrativa della sicurezza. La misura viene presentata come un modo per “snellire” il sistema, evitare tutele prolungate e allineare il trattamento dei giovani migranti a quello dei coetanei italiani. In pratica, l’obiettivo è limitare la permanenza nei percorsi di sostegno e rendere più rapida la gestione amministrativa dei casi.
Una fase decisiva della vita
Save The children lo dice chiaramente: tra i 18 e i 21 anni ci si gioca il futuro. Per chi non ha una famiglia alle spalle, la continuità del sostegno è ciò che permette di finire la scuola, completare una formazione, trovare un lavoro. Interrompere tutto a 19 anni significa lasciare giovani già fragili senza protezioni proprio mentre stanno costruendo autonomia e identità.
La riduzione del sostegno creerebbe anche una disparità di trattamento: i minori non accompagnati verrebbero penalizzati rispetto ai coetanei affidati a comunità o famiglie. E lo spostamento della competenza sul rimpatrio assistito dal Tribunale per i minorenni all’autorità amministrativa indebolirebbe ulteriormente le garanzie sul superiore interesse del minore.
Il Terzo settore: “Una norma discriminatoria”
Il Cnca, Coordinamento nazionale Comunità accoglienti non usa mezzi termini: sarebbe una norma discriminatoria. Colpire proprio chi ha vissuto traumi, abusi, solitudini e non può contare su una rete familiare significa vanificare il lavoro quotidiano di enti locali, servizi sociali, scuole e Terzo settore.
E c’è un paradosso evidente: chi invoca più sicurezza finisce per minare i percorsi di integrazione che la sicurezza la costruiscono davvero. Interrompere questi percorsi aumenta marginalità, insicurezza sociale e l’attrattività dei circuiti criminali per chi vede chiuso il proprio progetto di vita. Quando un giovane perde la comunità educativa, l’adulto di riferimento, il percorso formativo o lavorativo, diventa terreno fertile per chi offre soluzioni facili e pericolose.
Togliere sostegno non riduce il rischio: lo sposta sulle strade.
Una scelta che incide sulla coesione sociale
L’Italia è uno dei principali Paesi di primo ingresso dei minori stranieri non accompagnati. Per questo le organizzazioni chiedono di mantenere la possibilità di valutare caso per caso fino ai 21 anni, tutelare il diritto all’ascolto, garantire protezione sin dall’arrivo e preservare il ruolo del Tribunale per i minorenni nelle decisioni più delicate.
Ridurre il sostegno non è una questione amministrativa: è una scelta politica che riguarda tutti noi, perché la coesione sociale non si costruisce escludendo, ma includendo.



