Giovedì, 23 maggio 2024 - ore 01.00

Pianeta migranti. Reportage dai campi profughi sul fronte di guerra in Sud Sudan.

Nella contea di Maban, in Sud Sudan, 150.000 profughi in fuga dalla guerra che il governo sudanese ha scatenato nella regione del Blue Nile si trova sotto il tiro incrociato di due fuochi.

| Scritto da Redazione
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Inaspettatamente, del tutto fuori stagione, una pioggia pesante e insistente si abbatte sui campi profughi della contea di Maban, in Sud Sudan, a ridosso del confine con il Sudan, trasformando la terra polverosa  in fango colloso, che si ammassa sotto la suola delle scarpe e rende difficile ogni spostamento.

Nei quattro campi che, nello spazio di venti chilometri, raccolgono almeno 150.000 rifugiati sudanesi in fuga dalla guerra nella regione del Blue Nile, che, dal 2011, contrappone ancora una volta il governo centrale di Khartoum e il movimento di opposizione armata, SPLM-N, ai disagi di sempre si aggiungono anche quelli dell’acqua che penetra nei precari rifugi fatti di erba secca, fango e teli ricavati dai sacchi degli aiuti alimentari.

Ma la vita continua, le donne si scaldano attorno al fuoco con i bambini al seno, e l’aria rinfrescata invita a chiacchierare. Bashir, l’anziano capo della famiglia che mi ospita, si dice molto preoccupato.  La situazione sta peggiorando. La razione di cibo distribuita dal World Food Programme, l’agenzia dell’Onu competente in materia, da mesi è ridotta al 70% del minimo stabilito per garantire le calorie necessarie ad evitare la malnutrizione. E poi le distribuzioni sono sempre più in ritardo. Ora il termine è scaduto da tre settimane, il cibo è finito da un pezzo e ancora non si sa quando si riceverà il prossimo. L’agenzia dell’Onu per i rifugiati non è riuscita a raggiungere un accordo con la comunità ospitante di Maban per l’assegnazione di pezzi di terra da coltivare, così, dice Bashir esasperato, “siamo costretti a non far niente, e a dipendere dagli aiuti mentre la terra attorno a noi potrebbe produrre tutto il cibo che ci serve”. E poi ora è diventato difficile spostarsi da un campo all’altro, per piccoli commerci o per andare a trovare altri membri della famiglia. Il territorio è diventato insicuro e i rifugiati sono un facile bersaglio. Molti sono stati uccisi in agguati lungo la strada, per rapinarli del niente che portavano con sé, o forse solo per terrorizzare gli altri.

Ultimamente i delinquenti, o meglio le milizie locali ormai non più controllate dal governo sud sudanese, impegnato nella difficile risoluzione di una guerra civile scoppiata nel dicembre del 2013, hanno alzato la posta. La scorsa settimana un centinaio di persone ha razziato il mercato di uno dei campi, facendo anche qualche vittima. E pure durante il temporale si sono sentiti chiaramente numerosi spari. La notizia corre veloce per il campo: si è trattato di un altro tentativo di razzia. Questa volta, assicurano i bene informati, i ladri avevano cercato di penetrare nel magazzino dei cereali  del World Food Programme, dove si sta raccogliendo il cibo per la prossima distribuzione.

Insomma i rifugiati di Maban si trovano in una ben difficile e precaria situazione: tra la guerra che il governo del Sudan ha scatenato nella loro regione, il Blue Nile, e l’instabilità, sempre più preoccupante, prodotta dalla guerra civile in Sud Sudan, il paese che li ospita. “Tutto può succedere in ogni momento”, conclude Bashir, “e solo la pace nel nostro paese potrebbe finalmente farci sentire di nuovo al sicuro”.

Ma i loro problemi non raggiungono nemmeno le ultime pagine dei giornali locali, sommersi come sono da altri che, apparentemente, sono ben maggiori, per i numeri o per le implicazioni regionali e internazionali. Eppure è il proliferare di questi conflitti locali non affrontati adeguatamente e non risolti in modo tempestivo che impoverisce ed esaspera intere popolazioni, preparando l’innesco per problemi ancora maggiori, come il diffondersi dell’instabilità e dei conflitti, l’esodo verso i nostri paesi, la radicalizzazione. In questi campi profughi sono decine di migliaia i giovani che non vedono davanti a sé una prospettiva di futuro. Negli innumerevoli campi profughi che costellano ormai il nostro mondo milioni di giovani si trovano nelle stesse condizioni. Come potranno diventare cittadini responsabili e come potranno resistere alle lusinghe degli apprendisti stregoni del nostro tempo?

Bianca Saini

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