Venerdì, 22 gennaio 2021 - ore 10.56

Quali sono le migliori università in Italia, grandi e piccole

| Scritto da Redazione
Quali sono le migliori università in Italia, grandi e piccole

Da quasi vent’anni l’istituto di ricerca socio-economico Censis stila una classifica delle migliori università italiane. Quest’anno a conquistare il primo posto, tra gli atenei con oltre 40mila iscritti, è stata l’Università di Bologna, seguita da quelle di Padova, Firenze e da La Sapienza a Roma. Un risultato ottenuto prendendo in considerazione vari come il livello delle strutture disponibili, la qualità dei servizi erogati, compresi quelli informatici, l’internazionalizzazione e il tasso di occupazione dei laureati. Gli stessi criteri vengono applicati anche a strutture più piccole facendo una distinzione tra atenei grandi, medi e piccoli. Nei primi, con un numero di studenti che oscilla tra 20 e 40mila, a distinguersi è l’Università di Perugia. Nei secondi dove gli iscritti arrivano massimo a 20mila, la migliore è Trento e, infine, per gli ultimi, a vincere sulle concorrenti è l’Università di Camerino. Discorso a parte per i Politecnici che vengono valutati in una categoria unica che, quest’anno, ha premiato quello di Milano.

Il sistema di valutazione dei vari atenei italiani è abbastanza articolato. Si parte da una distinzione tra università statali e non statali, poi all’interno di queste macro aree si distinguono le strutture in base al numero di iscritti. Ovviamente, per le private il criterio della quota totale di studenti è portato al ribasso: viene considerato grande un ateneo con oltre 10mila studenti. Tra questi, per esempio, la migliore è l’Università Bocconi seguita subito dopo dalla Cattolica di Milano.

Un’ulteriore differenziazione è fatta tra corsi di laurea triennali, magistrali e a ciclo unico. Lo scopo del Censis è fornire agli studenti un prospetto completo delle università in Italia così da agevolarli nella scelta del proprio percorso di studi. I criteri che poi portano alla valutazione dell’ateneo, in un punteggio espresso in centesimi, prendono in considerazione i servizi erogati (come mense e borse di studio), strutture disponibili, comunicazione e servizi digitali e la possibilità per gli studenti di svolgere programmi di studio all’estero o la spendibilità del proprio programma e titolo al di fuori del contesto nazionale.

Quest’anno, però, sono state introdotte alcune nuove categorie: il livello di occupazione dei laureati delle università statali, il grado di soddisfazione per i servizi come aule, biblioteche, postazioni informatiche di chi è già studente e la possibilità di disporre della cosiddetta “carriera alias”, uno strumento burocratico che assegna un’identità provvisoria alle persone che stanno intraprendendo un percorso di transizione di genere.

Il report dedica una sezione anche alla gestione della pandemia da parte delle varie università. I dati evidenziano che su 61 atenei ben 42 hanno messo a disposizione degli studenti un programma completo di didattica a distanza a una settimana dall’inizio del lockdown. Tuttavia, le risorse messe a disposizione dal Fondo per le esigenze emergenziali del sistema universitario non sono sufficienti e questo potrebbe rappresentare un problema in vista della ripresa delle attività a settembre.

(Albachiara Re, Wired cc by nc nd)

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