Lunedì, 20 settembre 2021 - ore 04.46

Quando è esploso l’integralismo islamico ?

Per affrontare un dibattito ''integrale'' sulle sorti del Paese, non basta auspicare forme di associazionismo tra parti che si sono contrapposte, mentre il loro destino, e quelle della nazione, è quello di integrarsi a vicenda, con una reciproca mediazione, alla ricerca di una possibile complementarietà

| Scritto da Redazione
Quando è esploso l’integralismo islamico ?  Quando è esploso l’integralismo islamico ?  Quando è esploso l’integralismo islamico ?

Per affrontare un dibattito “integrale” sulle sorti del Paese, non basta auspicare forme di associazionismo tra parti che si sono contrapposte, mentre il loro destino, e quelle della nazione,  è quello di integrarsi a vicenda, con una reciproca mediazione, alla ricerca di una possibile complementarietà. Per cui appare limitativo ciò che ho scritto in questi ultimissimi giorni, auspicando un rafforzamento tra l’ideale liberale e la prassi sociale, attraverso la socialdemocrazia; bisogna dilatare le argomentazioni anche sul terreno delle politiche estere delle singole nazioni, trattandosi di aspetti che coinvolgono (e minacciano) l’intero pianeta

Oggi assistiamo alle esibizioni  degli irriducibili alla perenne ricerca del nemico da contrastare, come unico e solo modo di poter emergere dal nullismo del vuoto di idee.

I nemici dell’Occidente  europeo furono gli europei stessi con la Prima Guerra mondiale, quindi l’inimicizia si spostò sugli ebrei, con esiti drammaticamente storici, con la Seconda guerra mondiale. Adesso, dopo circa 60 anni di relativa tranquillità sostenuta dal ricordo delle brutture delle due guerre mondiali, è stato trovato un nuovo nemico da combattere, sul quale riversare i bombardamenti frutto di enormi depositi stracolmi di ordigni, che necessitavano di essere svuotati per far posto alla nuova generazione di ordigni sempre più potenti, che l’industria delle armi e della morte non si ferma di produrre, in un circuito  di violenze che, però rappresenta oltre il 35% del PIL degli USA. Sono state scoperte le peggiori colpe del mondo arabo musulmano e per tali colpe sono state organizzate punizioni severe.

La colpa più grave ?  Possedere immense riserve di petrolio che fanno gola al capitalismo occidentale, sempre avido di risorse energetiche finalizzate al mantenimento di un tenore e regime di vita di gran lunga superiore alle proprie possibilità, per cui non rimane che sottrarre tali risorse a chi le possiede, ma privi della tecnologi necessaria allo sfruttamento.

Mentre continuano gli arrivi dei disperati, che cercano in Europa un teatro di vita possibile, continuano le discussioni anti Islam, come se una lotta senza quartiere ai musulmani, senza alcuna distinzione, fosse una panacea a tutti i mali.

E’ assente il coraggio di riconoscere anche i torti dell’Occidente, chiedendoci :

“Quando è esploso l’integralismo islamico?” 

Una domanda che, rimanendo senza risposta, dimostra la malafede dei predicatori di odio.

Il fatto stesso che il fenomeno integralista e fondamentalista sia esploso in forme violente dopo gli episodi delle guerre del Golfo (prima e seconda) e dell’Afghanistan, ci dimostra come si sia trattato di fatto reattivo e non attivo.



Per avallare le guerre preventive gli USA hanno messo avanti  l’attentato dell’11 settembre  (pur con tutte le ombre che si sono addensate su quel tragico eventi), trascurando che la prima guerra del Golfo di Bush padre ebbe inizio molti anni prima e non ebbe mai occasione di finire, in quanto la presenza americana e i bombardamenti sull’Iraq non ebbero mai soluzione di continuità.

La reazione fondamentalista, sbrigativamente chiamata “terrorismo”( a pareti invertite, l’Occidente avrebbe chiamato quelle reazioni come Resistenza) nacque come risposta contro l’imperialismo americano, e fu, inizialmente, gestita dall’alta borghesia nazionalista che vedeva minacciati i propri interessi di privilegio; si trattò allora dei vari “signori della guerra”, in realtà capi delle tribù che tutt’ora dominano l’Iraq, l’Afghanistan, l’Iran, il Pakistan e la Siria, Giordania e Arabia Saudita: Fra di loro divisi da differenti interpretazioni dell’Islam e ognuno con una propria legittimazione, trasportarono il loro dissenso dalla politica alla religione, per attirare le masse islamiche fin allora solo vittime di entrambe le parti.



L’integralismo islamico, sorto agli inizi dello scorso secolo, era sciita e riuscì a radicarsi nel tessuto sociale favorito dalle minacce che arrivavano dall’Occidente.



L’adesione popolare alle forme fondamentaliste e integraliste acquistò un significato politico, staccandosi dai valori esclusivamente religiosi; in pratica si trattò di un regresso verso l’antica tradizione  religiosa e sociale, che comprendeva anche il rapporto tra le classi, con una forma di accettata sudditanza della classe popolare a quella medio e alto borghese.



Ma dall’Occidente arrivarono anche i principi del capitalismo che portava in sé i germi della crisi che provocarono un sempre maggiore accentramento del potere economico nelle mani degli USA, in termini internazionali, e nelle mani di capitalisti privi di scrupoli sociali nelle singole nazioni.



Il lancio imposto della globalizzazione dei mercati sanzionò la frattura tra classi e tra nazioni.



Tra le classi si disegnò il confine tra produttori e consumatori, tra proprietari dei mezzi di produzione e prestatori d’opera, tra creditori e debitori, dilatando la forbice dei consumi con eccesso del superfluo da una parte  e mancanza del necessario dall’altra.



A livello internazionale la frattura divise il mondo in nazioni opulenti, nazioni in via di sviluppo, terzo mondo e quarto mondo, queste ultime ricchissime di materi prime ma prive del potenziale culturale ed economico per lo sfruttamento in proprio delle loro ricchezze, diventando preda dei famelici “esportatori di democrazia”.



Nell’ambito della globalizzazione emersero nuove esigenze dell’apparato capitalistico, primo fra tutti la disponibilità di manodopera a basso costo, flessibilità del lavoro, decrescenti garanzie sindacali e, a volte, totalmente carenti. La conseguenza diretta fu la distruzione e, a volte la non formalizzazione dello Stato sociale, privatizzando i servizi essenziali che diventarono così non più costi dello Stato, bensì proventi dei privati; la classe lavoratrice venne attaccata sul terreno normativo e salariale, quindi su quello assistenziale.



Mentre tutto ciò accadeva a livello internazionale, molte nazioni, fra cui l’Italia, imitarono tali modelli in nome di un rinato liberismo che avrebbe migliorato le condizioni disagiate delle classi più deboli, favorendo un maggiore arricchimento delle classi capitalistiche, in quanto tale arricchimento si sarebbe dovuto  dilatare anche alle fasce più povere.



Iniziò la pretesa esportazione della democrazia, facendo credere alle masse popolari prese di mira che tale forma di governo, partendo dalla base popolare diventava garantista nei confronti delle classi emarginate. 



Ma cosa sta accadendo in realtà ?





La democrazia, già a breve termine, se non tenuta rigorosamente nell’alveo della vera pluralità, sostiene il capitalismo, perchè ne ha bisogno per generare lavoro e dilatare il benessere all’interno di uno sviluppo equilibrato dell’economia, ma quando il capitalismo arriva ad avere il sopravvento non ha più bisogno di democrazia e promuove una deriva autoritaria, la sola che può imporre il mantenimento dei privilegi che il mondo capitalista ha proditoriamente conquistato.



L’esigenza dell’Occidente di manodopera a basso costo si è aggravata nel secolo scorso con la pretesa occidentale di controllare le fonti energetiche per averne il monopolio.





Combinate in questo modo, le due esigenze messe insieme, e sostenute anche con guerre chiamate “preventive”, hanno consentito agli USA (specialmente a guida repubblicana) sia di gestire la forza lavoro di interi continenti per sfruttare la delocalizzazione produttiva, sia di impadronirsi della rendita parassitaria delle risorse petrolifere.



Le conseguenze per le popolazioni sono state, sono e diventeranno sempre più devastanti, perché alle già precarie condizioni ambientali, il cui sviluppo è stato mortificato dalle colonizzazioni, si aggiungono le condizioni disumane e affamanti della globalizzazione dei mercati.



E’ l’impostazione dell’imperialismo, sia di quello democratico occidentale che di quello socialista orientale; entrambi hanno rinnovato quella colonizzazione che nei secoli scorsi fu militare, con la nuova colonizzazione economica.



Questo è stato il brodo culturale nel quale il fondamentalismo prima e l’integralismo poi hanno fatto proliferare il nazionalismo arabo, coniugandolo con la religiosità diventata integralista.



La religione diventa supporto delle esigenze sociali mortificate prima dal colonialismo su base militare di conquista, ora dell’imperialismo che vuole imporre il suo “nuovo ordine” su base economica e di sfruttamento di intere popolazioni, sia sotto il profilo del lavoro che delle materie prime.



La realtà odierna si scontra con la sua stessa storia che trova nei secoli l’accoppiamento religione-potere, con una continuità nel tempo che non trova riscontri nei governi occidentali.



Le borghesie islamiche di tutte le etnie, che hanno detenuto il potere nelle sue varie forme, ma sempre centralizzato e assolutistico, hanno utilizzato i precetti coranici per supportare il loro potere politico, economico e sociale.



Trattandosi , per lo più, di sciiti nell’area medio-orientale, ogni etnia si è sempre richiamata ad una pretesa discendenza diretta dal profeta, identificandosi con una confessione che fornisce il suggello al dominio di classe.



Gli esempi non mancano, suggellati da ragioni storiche, da antiche consuetudini e da radicate convinzioni.



• I sovrani del Marocco vantano la diretta discendenza da Maometto.



• I sovrani della Giordania preferiscono definirsi “re degli hascemiti” piuttosto che dei giordani; gli hascemiti appartengono alla tribù di appartenenza di Maometto, e vantano il diritto di essere considerati “custodi delle città sante”, che si trovano in Arabia, sotto la dinastia Saud che ne rivendica l’appartenenza, da qui una insanabile frattura tra le due case regnanti.



• A loro volta i Saud legittimano il loro potere con l’appartenenza alla confessione Waabita, alla quale, per motivi di cartello petrolifero, hanno aderito gli emiri del golfo , gli Al Sabbah del Kuwait, e i gli Yemeniti e i teocratici Omanidi.



• La Siria ufficialmente è una repubblica presidenziale, ma presidenziale al punto da non potersi distinguere da una monarchia assoluta, anch’essa avallata dall’appartenenza alla confessione alawita.



• Anche il laico libano di Jhumblat è governato in nome di una enclave drusa che trae origine da Al Darazi, che secoli fa fondò una delle tante scissioni sciite che approdò ad un movimento politico del quale oggi Walid, come prima di lui il padre, è signore e padrone.

La fusione tra nazionalismo arabo e religiosità deviata, forma una miscela che è esplosa nel fondamentalismo integralista.

 

Fonte Rosario Amico Roxas

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