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Spazionovecento XXXIII edizione, Cremona, 29 novembre-11 dicembre 2012

| Scritto da Redazione
Spazionovecento XXXIII edizione, Cremona, 29 novembre-11 dicembre 2012

Da Bach alle ultime generazioni: è il viaggio che la trentatreesima edizione di Spazionovecento compie attraverso la modernità, almeno in ambito musicale. La rassegna, organizzata dal Gruppo Musica Insieme di Cremona, sarà inaugurata giovedì 29 novembre da Giovanni Gnocchi. Il solista - già Co-Principal Cellist nella London Symphony Orchestra e Principal Cellist alla Royal Philharmonic Orchestra di Londra - torna ad esibirsi in città con un interessante programma dedicato alla “scordatura” del violoncello presentando opere di Bach, Kodály e Dutilleux.

I due successivi appuntamenti sono omaggi a due grandi compositori del Novecento di cui ricorrono importanti anniversari: John Cage e Claude Debussy.

Del primo mercoledì 5 dicembre saranno presentate le celebri Sonate e Interludi per pianoforte preparato, eseguite dai pianisti del Laboratorio Musica del XXI secolo del Conservatorio di Mantova coordinati da Gabrio Taglietti, a cui si affiancano l’attrice Laura Torelli per una lettura di testi di Cage e la pianista Maria Ala-Hannula con la Suite per pianoforte giocattolo.

Di Claude Debussy il duo pianistico formato da Leonardo Zunica e Maria Ala-Hannula proporrà, martedì 11 dicembre, un’ampia scelta delle opere per pianoforte a quattro mani, originali e trascritte, fra cui l’importante esecuzione del poema sinfonico La Mer presentato in assoluto per la prima volta a Cremona.

Nell'ambito del progetto "Prospettive sonore del XXI secolo" ogni concerto sarà preceduto, alle 17.30, presso la Facoltà di Musicologia dell’Università di Pavia, sede di Cremona, in Palazzo Raimondi, da un incontro di guida all’ascolto, a cura degli studenti e dottorandi Alessandro Mazzacane, Sara Gennaro e Francesco Fontanelli.

Proporre un commento alla trentatreesima edizione della rassegna Spazionovecento vuol dire anche interrogarsi sul significato che simili manifestazioni hanno – ed hanno avuto – per la vita collettiva non solo della città. Già nella denominazione si possono scorgere due indizi importanti. La continuità, anzitutto, ma anche le ragioni programmatiche di una iniziativa che fin dal primo apparire ha sempre fatto della ricerca e dell’approfondimento del nuovo, dell’inusuale, un punto di forza. È proprio questa incessante esplorazione di geografie musicali talvolta sconosciute, spesso purtroppo non riportate dalle mappe più frequentate dalle stagioni concertistiche, a rendere ogni edizione viva e stimolante.

Certo, ascoltando il secolo appena concluso ed i bagliori di quello or ora iniziato, si è quasi disorientati dall’intrecciarsi della molteplicità brulicante di esperienze musicali, dalle contraddizioni poste in essere dall’utopia di un “villaggio globale” incapace di dar spazio - e quindi comprendere – al presentarsi di nuovi modelli sonori di conoscenza. Accerchiati dalla necessità di comunicare, invischiati nella caoticità assordante di un continuum sonoro sempre più indistinguibile si è perfino tentati di avvistare alcuni punti fermi cui issarsi per poter liberamente ascoltare, riflettere, pensare, sia pure accettando il rischio di essere sordi ad altro che non giunga chiaro alle nostre orecchie ammaliate nell’appagante condizione del riconoscere e riconoscersi.

Ma proprio questi possono diventare punti saldi ai quali issarsi ma pure dai quali balzare agilmente orbitando intorno e lanciandosi in nuove traiettorie. Spazionovecento è proprio la proposta di un atteggiamento di ascolto che sappia storicizzare e quindi collocare nelle corrette prospettive lo stratificarsi cangiante della varie musiche. E, magari, anche l’occasione per lasciarsi coinvolgere dal suono di un secolo che, accanto al grido primordiale espressionista progetta le algide astrazioni degli strutturalisti degli anni Sessanta, si fa tormentare dalle provocazioni di Cage, contempla in una fissità che pare congelare il corso del tempo con le esperienze iterative dei minimalisti, tenta il recupero del proprio passato riflettendo sulla tradizione, in un gioco di specchi dalle infinite rifrazioni.

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