Mercoledì, 03 marzo 2021 - ore 09.19

Racconto Quell’agosto del ’68 eravamo a Praga di Gian Carlo Storti

Arrivammo a Praga passando velocemente dall’Austria ed attraversando la frontiera in prossimità di Bratislava. Città che poi divenne la prigione di Dubcek, deposto da segretario generale del partito e promosso giardiniere del locale orto botanico.

| Scritto da Redazione
Racconto Quell’agosto del ’68 eravamo a Praga di Gian Carlo Storti

Racconto Quell’agosto del ’68 eravamo a Praga di Gian Carlo Storti

Il nostro gruppo “ Laici per il socialismo” aveva stabilito contatti con una scuola tecnica di Praga. La primavera di Dubcek, che seguiva il maggio francese e tedesco ci aveva stimolato.

Il contatto fu stabilito tramite un indirizzo apparso sul giornale francese Le Monde che descriveva  un nuovo modello di gestione in questa scuola tecnica, di cui non ricordo il nome ma situata vicino all’allora quartiere olimpico.



Partimmo in quattro su una macchina. Ottenere i visti fu un’impresa titanica. Credo che ci vollero dieci viaggi al consolato di Milano.

Arrivammo a Praga passando velocemente dall’Austria ed attraversando la frontiera in prossimità di Bratislava. Città che poi divenno la prigione di Dubcek, deposto da segretario generale del partito e promosso  giardiniere del locale orto botanico.

Con me c’erano Claudio, Gigi, Renato. La macchina, una  Fiat 1100  era del papà di Claudio. Claudio era il più anziano: aveva 20 anni ed era il responsabile del gruppo “ Laici per il socalismo” che aveva sede nel cortile della sede staccata della  scuola elementae del quartiere: la Villetta. Il padre di Claudio era fratello di un noto pittore della nostra città.

Costruimmo il gruppo in quella primavera, attaccati alla radio ed ai giornali per  capire che cosa stava succedendo nel mondo. Alcuni di noi erano impegnati già nel movimento studentesco, altri già lavoravano nelle fabbriche.

Il viaggio fu lungo e durò quasi un giorno. Le città  ed i paesi scorrevano veloci. Mi ricordo solo la periferia di Vienna:  una immensa distesa di casupole di legno in mezzo al verde, con le macchine parcheggiare lontane e molta gente che girava in bicicletta.

Il controllo alla frontiera austriaca verso la cecoslovacchia fu veloce. Le macchine , quell’inizio di agosto , erano poche ed i poliziotti con la stella rossa dell’esercito cecoslovacco erano allegri e dispensavamo molti sorrisi e con le braccia larghe ci invitavano ad accellerare. La sera dormimmo in una locandina moltro graziosa. Mangiammo quello che c’era. Intingolo di carne con purè, formaggi e molta molta birra, dolce e non fredda.







Ad una certa ora  forse il cuoco, forse il barista, si presentò in sala con una fisarmonica ed iniziò a suonare “ rosamunda”. Nessuno di noi la sapeva e quindi facevamo solo con la bocca la rima e per quel che si poteva mantenevamo il ritmo. Credo che per loro fun una grande delusione. Noi avevano voglia di capire, di parlare di politica, loro di suonare, di divertirsi. Tutti, in uno stentato italiano o francese, ci dicevano che noi eravamo fortunati perché potevamo essere li e loro no. In cecoslovacchia, dicevano, manca libertà, per noi “ no  passaport”. Ma Dubcek… insistavamo noi….







La risposta era stata affidata  al cuoco: alzava le braccia e sconsolato diceva “  Dubcek bravo, no durare, no possibile, no liberare dai russi”, socialismo no libertà “, voi avete libertà”.

In quelle ore pensammo che fosse un anticomunista e quindi per forza contro. Purtroppo stava descivendo il futuro e dava un giudizio sulla storia di un secolo.

Andamo a dormire comunque felici.

Il mattino di buon ora eravamo già in viaggio. A mezzogiorno eravamo alla periferia di Praga.







 Per raggiungere  la scuola tecnica escogitammo il trucco del taxi. Uno di noi sul taxi e gli altri che seguivano. La loro lingua era incomprensibile.

In poco più di mezz’ora eravano di fronte alla scuola tecnica. Il simbolo, posto nella piazzetta antistante, era una grande ruota dentata. Presentammo la lettera,  di accredito in portineria.  Dopo pochi minuti ci venne ad accogliere un gruppetto di persone giovani, guidate da un signore brizzolato.

Parlavano un italiano quasi perfetto. Ci invitarono  subito in mensa. Solito intingolo di carne, polenta o purè di patate, pane scuro, formaggi, salumi e birra dolce.

La loro era una scuola tecnica professionale che preparava gli operai per le fabbriche. In particolare  disegnatori, tornitori, fresatori, manutentori e saldatori. La maggior parte degli operai della Skoda erano stati reclutati in quella scuola.

Ci fecero subito visitare i reparti. Grandi officine, grandi aule da disegno, aule con i banchi normali alle nostre e piene di ragazzi e ragazze.





Dal punto di vista della struttura sembrava una scuola tecnica, molto simile alla nostra.

Ci consegnarono del materiale e ci indicarono sulla cartina il luogo ove avremmo pernottato, a nostre spese, poco distante dal centro di Praga, poco distante dalla mitica p.zza S. Venceslao. L’appuntamento era il lunedi mattina alle 10 presso la scuola. Quel giorno infatti era venerdi.

Ci salutammo con calorosi abbracci. Solo in quel momento feci caso che nel gruppo c’erano anche alcune ragazze biondine.

Raggiungemmo l’ostello. Ci fu assegnata una camera a sei  letti con  degli  armadietti. Le docce  ed i bagni erano comuni in fondo al corridoio.

A quell’ora in ostello non c’era nessuno.

Deposte le poche cose, lo zaino ed il sacco a pelo,  con la macchina ci precipitammo in città. Parcheggiammo dietro la Biblioteca Nazionale. La piazza S. Venceslao, vista dalla balconata della bilioteca appariva in discesa, larga e lunga, perimetrata  da colonnette di marmo scuro ( i vecchi paracarri delle nostre strade) tenuti assieme da catene di ferro. Nel mezzo la statua dell’eroe  e santo praghese.

Ai lati della piazza le strade erano prive di traffico. Pochissime erano le skoda in circolazione o posteggiate.

Erano circa le 19 di sera e la piazza si stava riempendo di persone allegre e vaiopinte. Ci buttammo nella fila di persone che saliva verso il castello residenza di Svoboda , Presidente della Repubblica Cecoslovacca.





La cartina con la guida dei touring  era in mano al Gigi che ci guidava. Avendo la biblioteca di fronte e prendendo la stradina a destra leggermente in salita, vi va al castello. Cominciava  a venire sera, la temperatura era fresca e tirava una leggera brezza. Ogni 30-40 metri , sfalsate a destra e sinistra, vi erano delle lampade , ancora ad olio, a forma di piramide pentagonale tagliata e capovolte , cioè con la base in alto. Due uomini, uno con un bastone e l’altro con un bidoncino ed una scala, passano da un lato all’altro della strada ad accendere le lampade ad olio. Lo spettacolo era molto suggestivo. Mentre calava la sera ed avanzava il buio queste luci, prima fioche , poi più forti e luminose,  ridavano vita alla strada piena di gente.



L’operazione di accensione della lampada era accurata , precisa e ripetitiva.



Uno dei due uomini appoggiava la scala al muro, l’altro saliva, toglieva il coperchio e controllava il livello dell’olio e la consistenza dello stoppini. L’altro , a terra, con il bastone allungava il barattolo che conteneva l’ olio; l’uomo sulla scala, prendeva il barottolo, lo apriva e versava l’olio mancante  nella lampada , fino a livello; sistemava lo stoppino e con lunghi fiammiferi accendea una luce fioca; aspettava un attino e poi riponeva il coperchio; scendeva dalla scala ed assieme all’altro si spostavano dall’altro lato della strada, attraversandola per la diagonale. Nel giro di mezz’ora erano anche loro nella piazza del castello e tutte le lampade erano accese. Erano state accese nel frattempo anche tutte le lampade della strada parallela, sulla balconata della bibloteca nazionale e negli edifici di fronte. Tutta la piazza era illuminata da queste  luci fioche ma calde che davano forza e vigore. Il contrasto era bellissimo. Ci spiegarono poi che questa era l’illuminazione di fine ottocento che fu appunto ripristinata in quegli anni.

Sulla strada si aprivano molti negozietti. Poveri, con le vetrine piene di polvere, con poche cose esposte. Qualche genere alimentare, qualche batufolo di lana, qualche pizzo, qualche servizio di vetro o di piatti, quache tegame, qualche frutto. I negozi più vivi erano le birrerrie. Bicchieri grando un litro, mezzo,un terzo, un quarto. Le birreriie offrivano anche panini con wuster. Nelle birreririe si formavano code interminalibili. Bisognava fare due file: una per la birra ed una per i panini. Gustammo i panini senza birra e la birra senza il panino.

Tutti i negozi erano statalizzati, personale molto giovane, vestito di verde con camicette bianche. Polvere e sporcizia erano di casa.

Salimmo fino al palazzo residenza di Svoboda. Mi ricordo un grande cancello di ferro nero, con punte ed emblemi  dorati. La guardia , in divisa d’onore, faceva il cambio. E’ sempre uno spettacolo il cambio della guardia: uno spettacolo che crea ressa e simpatia. I  praghesi applaudivano. Si erano praghesi perché vestiti diversamente da noi. Noi con i soliti jeans e maglietta e mocassini leggeri, loro grandi camicioni colorati, pataloni larghi e scarpe pesanti di cuoio.

Seppimo poi che in quei mesi il popolo applaudiva spesso l’esercito ceco. I suoi capi militari infatti aveva di chiarato fedeltà alla svolta di Dubcek e Svoboda appariva, in quanto capo dell’esercito, il garante della privavera, che i praghesi per la verità chiamavano “ stagione della finestra che si apre sul mondo”.



Il portone del castello era chiuso: le visite erano in orari prefissati. Decidemmo che comunque saremmo tornati a visitare il castello. La guida diceva che si potevano visitare anche gli appartamenti presidenziali, quelli ad uso diplomatico.

Concludemmo che tutta quella gente era quindi salita, alle otto di sera, per assistere al cambio della guardia e per applaudire l’esercito cecoslovacco.

Venne sera. Avevamo un grande appettito. Gigi, che sapeva orientarsi benissimo con le piantine delle città e le carte stradali. Dalla sede della presidenza, per dei vicolini, ci riporto a fine della piazza, di fronte  alla biblioteca nazionale che appariva molto lontana ma belissima illuminata con quelle antiche lampade ad olio.

Ci portò in un ristorante tipico , li vicino e sotto un porticato, consigliato dalla guida touring.

Orchestrina in un angolo che emanava suoni a noi sconosciuti ma piacevoli e dolci.



Sette o dieci tavoli rotondi apparecchiati per bene con tovaglili e addobbi che ricordavano i colori della bandiera cecoslovacca che non ricordo se non il bianco, forse il blu o azzurro.



Fiori al centro tavola e molta servitù. Si in ogni luogo vedevi impegnata molta gente. Eva evidente sia la politica della piena occupazione che quella dei bassi salari.



La servitù, i camieriri e le cameriere erano molto giovani, al nostro pari. Ci osservava tutti, credo sia per la nostra età, per il nostro inconfondibile abbigliamento che per il fatto che stavano entrando nel  locale più in di Praga.



Come si usa da noi, simo andati immediatamente a sederci al primo tavolo a noi comodo da otto posti.



Ci lasciarono in quella situazione per una decina di minuti finchè si avvicinò un signore, vestito in nero,  che parlando un poco di italiano ci disse più o meno così: bisognava prenotare, non avevamo abito da sera adatto, quel tavolo era riservato , ci invitava a seguirlo.

Imbarazzatissimi lo seguimmo. Ci accompagnò in una saletta attigua, carina e piccola dove esra stato predisposto, per noi un tavalo, sempre rotondo, a quattro. Si era stato predisposto appositamente per   noi in quanto al centro tavola  era stata infilata, nel vaso, assieme ai fiori una bandierina italiana.

Gradimmo  molto le critiche e lo spostamento. Si erano comportati da signori.

Ci presentò una lista, scritta sia in ceco, che in tedesco che in italiano. Scorremmo la lista in italiano e ci accorgemmo subito di clamorosi errori traduzione.

Eravamo allegri e sorridenti. Ordinammo il menu più caro, quello da 500 corone. Una corona  valeva allora, credo, 50 lire ( circa 25 mila lire, una cifra molto alta anche per noi).

Ci portarono di tutto. Molti antipasti di salumi strani, del prosciutto, delle uova, della carne alla griglia, della polenta con cadenze e successione molto diverse rispetto a noi.  Versavano in continuazione del vino ungherese bianco e rosso.

Alla fine, brilli ed allegri, chiudemmo chiedendo della vodka. Ci fecero attendere una decina di minuti . Alla fine ci portarono la vodka ponendo al centro una bottiglia prodotta in polonia. Si era molto evidente il gesto. Non ci aveva servito quella vodka per caso. Avevano portato vodka polacca per sottolineare la loro distanza, la loro paura dai russi. Ci mandavano segnali così.



In sottofondo la musica cresceva di volume e si sentivano anche nusiche occidentali.

Uscimmo dalla saletta molto allegri. Il salone era pieno di gente tutta vestita a puntino, con giacca e cravatta, con donne i talleur, e con i camerieri, impassibili vestiti di marrone. Per la verità stonavano un  po.

Claudio, il più navigato, laciò una lauta mancia . Il caposala  ci salutò con un inchino ed un grande sorriso. Claudio ci disse poi che aveva già prenotato un tavolo nel salone. Dovevamo semplicemente procurarci la giacca e la cravatta…

La sera era fredda nonostante fossimo ai primi di agosto. La piazza si presentava quasi deserta. Il Renato era  molto allegro. Canticchiava bandiera rossa. Andammo al centro della piazza a vedere la statuta. A  noi non diceva nulla. Non capivamo il significato simbolico che potesse avere per i cechi.

Renato iniziò a correre in mezzo alla piazza con le braccia alate. Sembrava un acquilone o Icaro in  procinto di volare.



Danzava, volava, cantava a squarcia gola. Si mise a saltare i paracarri appoggiandosi con le mani. Era molto pericoloso perché appunto  erano fra di loro legati con una catena. Ed in effetti cadde quando arrivò una camionetta della polizia con la scritta VB.

La  cammionetta era di tipo militare  non aveva sirena ma una luce intermittente blu. Accorremmo a soccorere Renato e ci trovammo circondati da tre poliziotti, con la stella rossa in fronte, che nella mano brandivano un minaccioso manganello.

Gentilmente, in ceco, ci invitarono a salire sulla cammionetta. A velocità sostenuta salimmo per la stradina che portava al castello nella quale, nel frattempo, si stavano spegnando le lampade. Alcune era accese. Altre no. Lo spettacolo era unico.



Arrivammo dopo poco di fronte ad un portone con la scritta blu e rossa  VB. Ci fecero scendere e , sempre, gentilmente, ci accompagnarono in una stanza arredata solo di  panche appoggiate al muro e da un bidone, con coperchio,  in un angolo. Ci chiesero con voce forte i passaporti , spensero la luce gialla, accessero quella blu   e ci salutarono con una “ buonna nnottte ittalianni”. Una porta si chiuse con un giro di chiavi. Dall’unica finestra, ancora aperta, entrava aria fredda ed una luce fioca.



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Fu una notte durissima e fredda. Renato vagava ancora come  un acquilone nella stanza. Lo blocammo e lo stendemmo sulla panca. Si addormentò poco dopo coccolato ed accarezzato dal Claudio.

Con Gigi e  Claudio ci ritirammo in un angolo a fumare una sigaretta. Scoppiammo a ridere sottovoce. Non c’era altro da fare che passare la notte in guardina. Si in guardina per un “ cula mula” ed una sbronza.

A turno alzanno il coperchio del bidone per pisciare. Ogni volta l’odore che saliva era sempre più puzzolente. Ci stendemmo sulle panche. Avevamo freddo e  nulla per coprirci. La notte passo così: fra il russare , a turno di ognuno di noi, il pisciare nel bidone ed il fumare.

L’alba praghese è bellissima. Dalla finestra  vedavamo il sole che via via illuminava la città. Si vedevano le guglie delle chiese, i ponti sul fiume, le torri del castello. Evidentemente eravamo nella parte alta della città.

Finalmente alle sei del mattino, a giorno fatto, si apriì la porta.

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Eravamo stravolti ed affamati.  Un poliziotto ci accompagnò in una stanza  e ci fece accomodare su delle seggiole di fronte ad una scrivania. La seggiola era vuota. Sulla parete spiccavano sia il ritratto di Dubcek che di Svoboda. I loro visi erano sorridenti e rassicuranti, la situazione nella quale ci trovavamo  proprio no.

Ci fecero attendere,  senza fumare, almeno una buona mezzora. Finalmente, a sole alto entrò un  graduato che ci salutò con un sorriso. Si accomodò lentamente sulla seggiola, accese una sigaretta e chiuse, in perfetto italiano: gradite un caffè ? Non parlammo, ma scuotemmo la testa con gioia.



Il soldato, ad un suo cenno uscì e rientrò  poco dopo con un vassoio con al centro un  bricco fumante e delle tazze ai lati.



Il graduato ci versò, con il sorriso sulle labbra, il caffè ponendoci la tazza. Alzò la tazza in segno di salute  o prosit. Trangugiai l’intero contenuto della tazza, un liquido marrone caldo che aveva vagamente il sapore di caffè,  in  un secondo. Gli altri fecero altrettanto. Il graduato mentre sorrideva ci pose un pacchetto di sigarette ceche. Claudio ebbe la gradita idea di estrarre le marlboro e di contraccambiare l’offerta. Il graduato prese il pacchetto ed offri una sigaretta al soldato semplice, che impassinbile, avrà avuto 20 anni, e di lato assisteva il suo graduato. Il pacchetto era rimasto sulla scrivania e a noi non  convenne altro che di accendere una sigaretta ceca di pessimo gusto.

A metà sigaretta, sempre sorridente, il graduato di  disse: “ Poichè siete giovani turisti ed invitati da un  nostra scuola in  una visita semi-ufficiale,  l’ebrezza di ieri notte vi costa 100 corone a testa di multa,  la trascrizione sul nostro registro ed una nota informativa alla vostra ambasciata. Ovviamente, pagata immediatamente la multa, potrete girare il nostro paese come vorrete. Siamo onorati di avervi graditi ospiti”.

Ringraziammo con un inchino ed un sorriso da deficienti. Ci fece segno di alzarsi, fummo accompagnati in un’altra stanza, pagammo le 100 corone a testa, ci fu consegnata la chiave della macchina e finalmente si aprì il portone della caserma o di quel cazzo fosse quel posto. Con  nostro stupore sulla strada trovammo la nostra macchina. Nessuno di noi si ricordava di aver consegnato le chiavi a qualche poliziotto, nessuno di noi si ricordava di aver guidato la macchin a fin lì.

Salimmo in macchina senza girarci indietro e partimmo lentamente alla ricerca della strada per l’ostello.

Girato l’angolo urlammo tutti in coro : “ Cazzo che culo”. Il riso ci prese poco dopo quando Renato iniziò a pronunciare le magiche parole “ cula , mula”. Ridemmo, fumando , fino all’ostello.

Erano ormai le 8  del mattino di una splendida domenica di agosto a Praga.

In portineria c’era il solito omino. Diverso nel viso, ma identico negli atteggiamenti. Ci consegnò la chiave della stanza sorridendo.

Entrammo nella stanza e trovammo la sgradita sorpresa di vedere il contenuto dei nostri poveri zaini sparso sui rispettivi letti. Un coro unanime pronunciò, a voce bassa,  : “ cazzo che stronzi”.

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Ci avviammo alla ricerca delle docce. La sorpresa fu grande. In questo ostello giravano in libertà ragazzi e ragazze.

Bei corpi nudi di ragazzi e di ragazze  entravano ed uscivano dai bagni, separati per maschi e femmine, e saltellavano gocciolanti nei corridoi per rggiungere le stanze.

Eravamo piacevomente sorpresi. Noi stavamo girando alla ricerca dei bagni e delle docce con il nostro salvittone legato sottopancia ma naturalmente con gli svilp sotto. Era chiaro fin da subito che l’ideologia atea in qualche misura concedeva libertà che a noi cattolici non erano permesse.

Questo fu per qualche anno un argomento pro-regime , o meglio pro-ideali comunismo che animò le nostre discussioni serali.

Con quelle spelndide immagini di corpi scultorei ci vestimmo in fretta per raggiungere di corsa il centro di Praga e vedere di giorno la famosa piazza  S. Venceslao.

Ormai avevamo individuato la zona di parcheggio dietro la biblioteca nazionale. Eravamo convinti che la nostra macchina, italiana, fosse sicuramente guardata a vista dalla polizia, non so perché chiamata VB.

Era una splendida ed  assolata giornata d’agosto. Risalimmo al castello per visitarlo. Una coda lunghissima di cittadini cechi, poi l’ingresso in sale maestose, piene di specchi, di tendaggi dorati, di quadri, di mobili sontuosi e lussuosi. Un angolo  cultura europea che nulla aveva da invidiare ai nostri palazzi rinascimentali. Anzi ci apparve allora  una maggiore attenzione alla messa in mostra di tali goielli.



Splendori , stili, che trovai amplificati anni dopo visitando Vienna e Budapest.

Uscimmo verso mezzogiorno, al cambio della guardia, seguita da una folla applaudente e gioiosa.

Pranzammo in una birreria che si affacciava sulla piazza. Solita coda, soliti problemi: birra senza panino e panino senza birra, ma ormai il tutto faceva parte del ruolo.

Durante questa pausa andammo sulla notte passata in guardina. Renato era preoccupato che poi l’ambsciata italiana informasse le nostre famiglie. Discutemmo a lungo se andare o meno all’ambasciata per capire. Decidemmo  comunque no. A marzo del ‘69 , arrivò puntuale l’informativa del ministero degli esteri trasmessa tramite i carabinieri locali con macchina e pattuglia di ordinanza. Ma di questo parleremo in chiusura.

Claudio, il più anziano e maturo, capo del nostro gruppo, ci orientò a guardarsi in giro. Una splendida gioventù, anche se vestita male, o meglio in maniera diversa, ci stava sfilando davanti. Gruppi di ragazze e ragazzi che in crocchio discutevano in questa strana ed incomprensibile lingua. Noi sentivamo il vociare, vedavamo i loro sorrisi, i loro visi. Notammo che tutti sottobraccio avevano un giornale, un libro, anche se era domenica, notammo con piacere.

Girando in un piccolo giardino pubblico, vicino alla piazza, i ragazzi e le ragazze , che soli, seduti in panchina leggevano un libro, alla domenica pomeriggio, erano veramenti molti.

Questo ci riempì di curiosità.

Claudio ci propose, ma in pratica decise, la scaletta delle domande da porre l’indomani ai ragazzi dell’istituto.

Il programma prevedeva il nostro inserimento, per una settimana, dal lunedi al venerdi, in una classe della scuola per seguire i loro programmi. Eravamo già a buon punto per lo scambio l’anno successivo di una loro pari delegazione nella nostra scuola. Ci dovrebbe essere qualche traccia in qualche archivio dello scambio di corrispondenza.

Le domande che decidemmo di porre seguivano  sotanzialmentre quattro filoni:



-il  modello di partecipazione dei giovani alla gestione della scuola  in senso generali;



-i contenuti dei programmi scolastici;



-come vivevano la primavera di Praga ed il nuovo corso comunista;



-i rapporti fra i giovani.

Decidemmo in fretta delegando Claudio. Avevamo voglia di divertirci. Ci ricordammo che avevamo prenotato per la sera e che era necessario trovare una giacca ed una cravatta.

La ricerca  fu vana. I negozi erano tutti chiusi. Erano aperti solo i bar  e qualche chiosco di gelati.



I nostri primi contatti con gruppi di ragazzi e ragazze praghesi non ci portò da nessuna parte. Cogliemmo, altra piacevole novità, che la maggior parte di loro parlava tedesco e che alcuni inglese. Noi  eravamo molto  in difficoltà a rispondere anche con semplici monosillabi. Bighellonammo tutto il pomeriggio senza stancarci.

Venne l’ora di andare al ristorante. Ci recammo verso le 8.30, dopo aver rivisto, dall’altre parte della piazza, l’accensione delle lampade ad olio. Uno spettacolo, dal vivo, unico al mondo in quegli anni.

Entrammo con il solito abbigliamento, quindi senza giacca ne cravatta. Claudio ebbe l’idea di  tenere in mano, arrotolate per il lungo  100 corone . Il capo sala fece un grande sorriso, ci fece accomnodare nel salotto e di li a poco venne con quattro giacche scure e quattro cravatte  a pallini  di diverso variopinto colore.



Vestiti a dovere ci accomodammo in un tavolo centrale, a noi riservato, che nostrava la bandierina italiana.

Fu festa grande.Decine di persone che cenavano in allegria, che ballavano ritmi  molto simili ai balli che raccontava  mia madre si facevano nel primo dopoguerra: tanghi, valzer, balli americani ecc.

C’erano anche molti stranieri. Di lingua tedesci e russi.  Si capiva la differenza dalla lingua ma i comportamenti erano oltremodo simili: urlavano,cantavano a squarcia gola, ruttavano e ridevano con le boccacce spalancate. Le loro donne ai tavoli  erano appena appena meno rumorose.

In effetti quel locale ristorante, ma anche gli altri, erano arredati in modo diverso dai nostri. Erano più sobri ed austeri allo stesso tempo.

Claudio tentò di invitare una ragazza ma ricevette un sonoro no che ci consentì di prenderlo in giro per tutta sera.

Claudio, dopo essere stato avvicinato da un cameriere, si allontanò con Renato.

Tornarono dopo pochi minuti. Renato era deccitato e rosso come un peperone. Claudio rilassato e soddisfatto.

Ragazzi, sbuffò, siamo ricchi. Abbiammo recuperato ampiamente la cena di ieri sera, le  multe e la cena di questa sera. Ho fatto il cambio nero. Ho fatto il cambio nero. Anziché cambiare, pagare,  una corona 50 lire l’ho cambiata  a 10 lire. Aveva cambiato 300.000  lire ottenendo 30.000 corone anziché 6.000. Quando siamo senza cambieremo ancora , disse.

La cosa ci fece duscutere la sera dopo in un altro  ristorante di lusso sulla opprtunità morale o meno. Le opinioni erano diametralmente opposte: chi sosteneva che era lo stesso regime che favoriva il cambio nero , Claudioe Renato, e chi, io e Gigi, che in questo modo danneggiavamo il popolo cecoslovacco  favorendo chi era contro il regime. La discussione, anche negli anni successivi non arrivò mai ad una sintesi.

La serata  fini presto, verso le due di notte, dopo una passeggiata in piazza S. Vencesclao, senza fare il “ cula –mula”. Ovviamente eravamo tutti sobri.

Con la macchina, fumando e cantando ci recammo  all’ostello. Il letto ci avvolse immediatamente in una profondissima e felice dormita. Il giorno dopo ci attendeva.

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Il Lunedi mattino partimmo di buon’ora dopo la doccia in ostello. Alle 9 eravamo di fronte ai cancelli della scuola. Il portinaio vedendoci ci fece segno di entrare con la macchina. Poco lontano era posteggiata una macchina della polizia.

Il Comitato ci accolse in un’aula con tavolo ovale. Al centro del tavolo frutta, bibite di diverso colore e bricchi di vetro con caffè sopra fornelli elettrici.

Si presentarono:

- un professore in rappresentanza del preside

- 4 ragazzi ed due ragazze in rappresentanza ognuno per un corso ( meccanici, fresatori, disegnatori, elettrici ecc.)

Fra i ragazzi un certo Alessio e fra le ragazze Natascia.

Ci salutarono con un discorsetto di benvenuto leggendo lo scambio di lettere fra i presidi dei due istituti.

Una donna grassa  sulla quarantina traduceva.

Qualcuno offri del caffè e dei biscottini.

Claudio, in italiano, pose subito le domande:



-il  modello di partecipazione dei giovani alla gestione della scuola  in senso generale;



-i contenuti dei programmi scolastici;



-come vivevano la primavera di Praga ed il nuovo corso comunista;



-i rapporti fra i giovani.

Il professore  precisò subito che non avreb bero riposto alla domanda politica sul “ nuovo corso comunista”.  Alessio, ragazzo della delegazione, ci schiacciò l’occhiolino.

Il professore ci ullustrò anche il programma della settimana:



- ogni mattino in visita ad un reparto della scuola accompagnati da un professore del corso;



- ospiti alla loro mensa;



- al pomeriggio incontro con i rapprresentanti degli studenti.

Per tutta la giornata saremmo stati accompagnati dall’interprete.

Con un grande sorriso si alzò. La presentazione era finita. Rimasero lui, l’interprete ed un ragazzo. Li seguimmo. Dopo un giro di scale arrivammo in una grande sala con moltissimi tecnigrafi. Era evindetemente l’aula di disegno. L’interprete ci fece capire che stava lavorando al progetto del motore di una macchina, della Sckoda.



A mezzogiorno eravamo stravolti dai  discorsi sulle bielle, i 4 tempi, le valvole, le fusioni ecc.

In mensa rimasero con noi lo studente del corso e l’interprete. Notammo che la mensa era gestita  praticamente dagli studenti. Servivano  al bancone del self-servise,  pulivano i tavoli, i pavimenti ecc.

Durante il pranzo si parlò solo di cibo. La mitica pasta asciutta non c’era, ma vi erano alimenti buoni ed all’apparenza genuiini. Una bibita scura assomigliava alla Cococa Cola, ma era di gusto completamente diverso.

Capimmo subito che quel soggiorno, in quella scuola, non ci avrebbe portato a capire nulla di nuovo. I ragazzi, nel pomeriggio parlarono solo del contributo alla gestione della scuola dal punto di vista operativo, che non si pagavano tasse, che gli organismi di partecipazione era diretti dall’organizzazione giovanile del partito, che esisteva un giornale di istituto, che  sui dodici mesi uno era di vacanze, luglio, e tre mesi di lavoro in frabbrica. Loro , di quella scuola, andavano tutti alla Sckoda.

Uscimmo stravolti e frastornati.



La macchina della polizia stazionava ancora sulla piazza, ma non ci segui. Capimmo che la situazione era rigidamente sotto controllo tramite l’interprete. Sarebbe stato molto difficile capire per davvero la situazione.

La sera  la passammo di nuovo nello studendo scenario della piazza S. Venceslao.

I ragazzi che ci accompagnavano sembravano fatti con lo stampo. Parlavano come il professore.

Il terzo  giorno trovamo finalmente in delegazione Alessio, quello che ci aveva schiacciato l’occhio.

Durante la visita nelle officine, con Claudio avemmo l’idea di scrivere un biglietto e di passarlo ad Alessio. Sul biglietto, in italiano era scritto: ci vediamo stasera o domani sera, alle 20,  alla birreria  nella piazza del castello.

Mentre alcuni di noi parlavano con l’interprete ed il professore Claudio, coperto, mentre si faceva accendere una sigaretta da Alessio, passò il biglietto.

La  sera stessa aspettamo fino alle 22 con Renato che scalpitava e che voleva andare via a girare.



Andammo fuori città in un postaccio dove era indicato un dancing. Del resto in piazza era difficile costruire relazioni stabili con delle persone. Il nostro punto di forza doveva essere la scuola.

Il giorno successivo nessuna traccia di Alessio. Non lo vedemmo neppure in mensa. Eravamo preoccupati che qualcuno avesse visto il passaggio del bigliettino. Il clima era questo.

La seconda sera puntuali arrivarono Alessio e Natascia.  Fu Renato  a vederli per primo e corse loro incontro. Alessio, schiacciò l’occhio e prosegui, capimmo ed in silenzio li vedemmo girare  lungo la piazza, sostare davanti alla guardia, applaudire , ritornare e discendere. Capimmo che pensavano di essere seguiti. Ci superaroro andando in giù verso la piazza. Claudio mandò Gigi e Renato davanti a loro e dalla parte opposta della strada. Ci parlavano sottovoce mentre si accendeva la sigaretta. Avevamo l’adrenalina al massimo. La situazione era di massima eccitazione e di splendida all’erta.

Noi seguivamo Alessio e Natascia. Li seguimmo per circa mezzora, lontano dal folla della piazza, lungo dei binari di un tram.

Ad un certo punto si fermarono ad aspettarci. Ci salutarono. Con un sorriso e ci  invitarono a seguirli di nuovo. Erano ormai le nove di sera. Aprirono un  portone con la chiave e ci fecero entrare di fretta. Salimmo delle scale e ci trovammo in una stanza piena di fumo, con un tavolo, con dei giovani che si muovevano chiaccherando a voce normale, Il rumore di fondo, che proveniva dall’altra stanza era quello di un ciclostile.

Il nostro ingresso bloccò ogno voce ed attività. Un ragazzotto alto ci accolse con un “ buona sera compagni italiani”. Noi ricambiammo. Però non eravamo compagni.

Ci illustrarono la situazione. Loro erano un  gruppo studendesto autonomo, non iscritto alla gioventù comunista , che  Dubcek  non combatteva, ma stimolava. Spesso erano controllati dalla polizia. Raccontammo del nostro episodio della piazza. Preoccupati ci  dissero allora che eravamo sicuramente seguiti e che per restare più liberi ci conveniva individuare i poliziotti e fare loro un dono in lire o in dollari. Qui , ci dissero, la polizia è tutta corrotta. Il loro gruppo si chiamava “ Nella libertà, per la libertà” e facevano riferimento ad un certo Pelikan, amico di Dubcek, nome a noi, in quei giorni, del tutto sconosciuto.

Finimmo di parlare a mezzanotte. Capimmo che vi era aperto uno scontro grande sul terreno delle libertà democratiche. Loro avevavo paura dell’intervento armato dei russi. Erano angosciati da questa eventualità. Alcuni di loro erano certi dell’intervento e ci chidevano se la stampa italiana ne parlava. Riferimmo che la stampa della destra ne parlava. Noi eravamo ottimisti. Chiarimmo che se pur simpatizzanti, non eraravamo comunisti, ma del movimento degli studenti.

All’una di notte ci portarono in una taverna a bere della birra e mangiare delle gustose salsicce con senape. Un vecchio giradisci garcchiava musica occientale. Beatles in testa. Era pieno, pieno di ragazze, belle ragazze.

Passammo tutte le sere successive con loro. Claudio era riandato al ristorante a fare il cambio nero. Era uno spasso. Ci sembrava di essere ricchissimi.

Il venerdi mattino, individuammo, i due poliziotti in borghese davanti alla scuola. Non fu facile. Però  ci accorgemmo che due persone, sempre le stesse,  erano davanti all’ingresso della scuola, dalla parte opposta alla macchina della polizia, sempre quando si entrava che quando si usciva. Claudio le avvicinò. Non sapendo come fare per il contatto,  chiese fuoco per la sigaretta. Loro accesero un fiammifero, lui offrì una sigaretta da un pacchetto di marlboro. Nel pacchetto c’erano 10 mila lire. Lasciò loro il pacchetto e li salutò. Noi oltre che davanti alla scuola non li avevamo mai visti e non li vedemmo più.





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Passammo la domenica pomeriggio con i ragazzi su un prato, vicino ad una birreria, in riva alla Moldava.

Fu una giornata magnifica. Il ragazzo che parlava italiano, sollecitato dagli altri ,  chiedeva di tutto. Le cose che più li colpivano era due: la libertà di  girare il mondo  e la macchina a nostra disposizione.

La sera li accompagnammo, con  due viaggi, in quel dancing in  periferia. Si ballo tutta sera anche con delle ragazze della sala. Claudio agganciò bene Natascia. La stringeva, la baciava. Ci strabiliava.

La notte ritornammo in ostello. Oltre a noi, in macchina, c’era anche Natascia.

Claudio spostò la sua brandina in un angolo del letto avvicinandola ad un'altra. Il custode fu zittito da una mancia.

Si spensero le luci. Io sentivo il respiro e l’ansimare di Claudio e  Natascia. Il ritmo cresceva, poi fu interrotto di colpo da un gridolino.



Il mattino seguente Claudio non era più in ostello. Arrivò dopo le dieci. Aveva accompagnato Natascia alla scuola. Era raggiante.

Quella settimana scorse veloce e  temporizzata dagli sostamenti di Claudio, che per incontrare Natascia ci lasciava in varie parti della città per delle ore. Noi eravamo un poco scocciati ma era un grande nostro amico, il più vecchio, quello che guidava, il nostro capo ecc. Gli volevamo comunque bene.

L’ultimo venerdi di nostra permanenza dovevamo recarci alla scuola per i saluti finali. Era questa una cerimonia in più, organizzata dai nostri amici.

Quella sera , il giovedì eravamo particolarmente allegri, ed arrivammo in ostello molto tardi, credo verso le tre. Il custode , oliato dalle nostre mance, ci apriva a qualsiasi ora.

Era l’alba , quando il custode ci chiamò  e a voce concitata gridava via, via i russi.



Il corridoio era strapieno di ragazzi agitati che  guardavano le finestre. Alzammo Renato che disse di aver visto delle colonne militari in lontananza.

In pochi secondi preparammo gli zaini e ci precipitammo verso la macchina. Salimmo e di corsa prendemmo la strada verso Praga città.

Al bivio una pattuglia della polizia ci fermò. Ci perquisì da cima a fondo, aprì gli zaini. Trovò la macchina fotografica con dei rullini e sequestrò tutto, nonostante la nostra protresta,  La strada per il centro di Praga era bloccata, ci mandavano a destra. Trovammo diverse pattuglie. Le strade verso la città erano bloccate. Le pattuglie ci indicavano, sulla cartina la strada verso l’Austria. Dei mezzi blindati russi nessuna vista. Molta polizia che bloccava le strade.

Dopo diversi giri oziosi, Claudio rinunciò ad entrare a Praga.  Prendemmo, dopo un consulto, la strada per l’Austria.

Arrivamo al confine dopo ore ed ore di viaggio. Non  vi fu difficoltà a trovare benzina. Al confine  c’erano due code. Una di macchine straniere ed una di macchne cecoslovacche. La coda con le macchine straniere , dopo i controlli di identità, apertura dei bagagliai ecc. si muoveva, lentamente ma si muoveva. L’altra si allungava sempre di più.

Arrivamo d’un fiato in Italia.

Guradammo il tutto dalla televiione. Sapemmo tutto dai giornali. Di Alessio, di Natascia e degli altri, nonostante avessero i nostri indirizzi nessuna notizia. Noi scrivemmo più volte a loro, ma non risposero  mai. Claudio sostenne poi di aver visto il nostro inteprete, quello dei ragazzi, vicino a Pelikan ma non fummo mai in grado di appurare la cosa.

Claudio è ancora oggi innamorato di Natascia. La descrive come se avesse la sua  foto. Chissà lei dove sta.

Sono stato un’altra volta a Praga dopo molti anni. La scuola c’è ancora, la sede della VB pure, la piazza è rimasta intatta nella sua bellezza, quel palazzo della stanza con il ciclostile è rimasto, così pure il prato, la birreria, la gente, ma di Alessio e di Natascia nessuna traccia.

Sicuramente staranno anche loro raccontando ai loro figli di quell’estate del ’68 a  Praga e di quei ragazzi italiani che volevano sapere se il comunismo riconosceva le libertà. Capimmo subito che non  era così. Per questo forse ci iscrivemmo al Pci. L’idea era quella di cambiare il mondo.





Il mondo è cambiato. Non so se anche per merito nostro ma è cambiato.

Gian Carlo Storti



storti@welfareitalia.it

Nota Bene: questo scritto è il racconto di fatti realmente accaduti e vissuti  in quell’agosto ’68 a Praga. Come sempre  la realtà supera la fantasia…

Racconto in prima stesura scritto nel agosto 1980 e rivisto nell’agosto 2006.

Guarda il video in ricordo su Jan Palach clicca qui:



https://www.welfarenetwork.it/jan-palachprimavera-68-20110809/

 

 

 

 

 

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