Mercoledì, 23 settembre 2020 - ore 14.49

UNA FAVOLA FATALE | AGOSTINO MELEGA (Cremona)

Per varie volte nel mese di luglio ho trascorso da ragazzo le vacanze con la mia famiglia a Bione, un borgo bresciano posto a seicento metri d’ altezza in val Sabbia.

| Scritto da Redazione
UNA FAVOLA FATALE | AGOSTINO MELEGA (Cremona)

UNA FAVOLA FATALE | AGOSTINO MELEGA (Cremona)

Per varie volte nel mese di luglio ho trascorso da ragazzo le vacanze con la mia famiglia a Bione, un borgo bresciano posto a seicento metri d’ altezza in val Sabbia.

 Mi ricordo che allora, con una passeggiata di circa un paio d’ore, si raggiungeva un vasto pianoro situato a circa novecento metri di quota, chiamato “èl Nó”.

  Per non fare confusione, chiarisco subito che l’accento acuto su questa parolina indicante il grande prato, viene a determinare una significativa differenza fra tale toponimo e l’avverbio di negazione che gli Italiani, in massa, mi auguro vorranno usare il 20 ed il 21 di settembre.

 Infatti, come si sa, il No referendario sulla scheda elettorale sarà privo di qualsiasi accento partitico, così come sarà libero da qualsiasi incrostazione ideologica, e quindi pulito come l’acqua di fonte.

  Si voterà insomma con un “No” privo di qualsiasi tonalità fonetica, ma ricco comunque di significati identitari, soprattutto per le città piccole come Cremona, le cui comunità rischiano di perdere la propria rappresentatività al Senato della Repubblica.

  Ebbene, tornando al pianoro bresciano del “Nó”, si raccontava allora che in quel luogo isolato, vi abitasse in un tempo lontano, in una vecchia casa chiamata Senà (Senato), la numerosa famiglia di un boscaiolo, chiamato per soprannome Barbù, un omaccione che faticosamente manteneva una nidiata di figli, il cui nome – non si è mai capito il perché – egli aveva tratto da una sgualcita cartina geografica della Lombardia e non dal calendario dei santi.

  Tanto per capirci, Barbù e sua moglie Petintàna avevano affibbiato al primo dei figli il nome di Milà (Milano), al secondo Bèrghem (Bergamo), alla terza figlia Brèha (Brescia), al quarto nato Cùm (Como) e al quinto Varés (Varese). A questo marmocchio erano seguite poi due gemelline, Mùnsa e Briànsa (Monza e Brianza), per finire con le ultime bimbe partorite: la bellissima Màntua (Mantova) e la stupenda Cremùna (Cremona).

  Un brutto giorno, la moglie Petintàna  prese per la giacca il marito Barbù e gli disse affranta e disperata: “Té gnàro, mé ghe la fò pö endà a-ànti isé“ (Ehi, ragazzo, non ce la faccio più ad andare avanti così), pregandolo con  rassegnazione di far perdere le tracce delle due bambine più piccole nei boschi della valle. E dando quindi uno strattone al marito, implorò quindi Barbù di farlo in qualsiasi luogo e presto.

 E così Barbù, anche se turbato lo fece, abbandonando le bambine Màntua e Cremùna in un bosco del fondovalle, ad Agnosine. Ed amaramente ancor oggi si narra che egli se ne pentì poi per tutta la vita...

Mèt en pée sö la vìida che la stòoria l’è bèle finìida (Metti un piede sulla vite che la storia è già finita).

AGOSTINO MELEGA (Cremona)

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