Nel 1978 le BR ammazzarono Aldo Moro e a molti di noi, ventenni allora e fin lì militanti, parve a quel punto che solo il “riflusso” potesse essere una risposta proporzionata al furore terrorista il quale conseguiva per altro al golpismo nero e allo stragismo di stato.
Riflusso: eravamo stati a fare volantinaggi e comizi fuori dalle fabbriche, dalle scuole e delle case occupate. “Rifluimmo” in recondite biblioteche a studiare storia, antropologia culturale, lingue antiche, matematica teorica...
Un primo “rompete le righe” l’aveva dato già nel 1976 Adriano Sofri sciogliendo Lotta Continua, con gesto poco tattico, quanto meno. Pezzo a pezzo si smontavano i gruppi dirigenti di una “nuova sinistra” che assommava all’epoca una bella pattuglia parlamentare e un paio di milioni di voti. Tutti a casa.
Nel mio piccolo avevo trovato un lavoretto all’estero che mi permetteva di mantenermi agli studi e quindi me ne andai sconsolatissimo da quell’Italia della disoccupazione a due cifre. L’emigrazione fu un’esperienza di sradicamento luttuoso. Poi arrivarono gli anni Ottanta e trascorrevo le domeniche sulle raccolte dei giornali italiani in un’emeroteca zurighese. Mi consolava constatare che le cose parevano lentamente migliorare.
La dogmatica marxista-leninista, tanto di osservanza russa quanto cinese – “rifluiva” anch’essa, dando luogo a un dibattito politico e culturale di buon livello. Ci fu una fiammata di entusiasmo per il nostro Paese. Il made in Italy, la crescita economica, i successi sportivi: ultima grande stagione della Prima Repubblica.
De Gregori cantava “Viva l’Italia, l’Italia colpita al cuore, l’Italia che non muore”. L’estremismo politico scomparve. Sembrò un modico prezzo l’estendersi di una consociazione politica strisciante e onnicomprensiva che però contribuì non poco a innescare l’esplosione del debito pubblico e il diffondersi capillare corruzione.
Scoppiava in quegli anni la guerra a sinistra tra il PSI di Craxi e il PCI di Berlinguer, con una Dc demitiana impegnata ad alimentare il conflitto in funzione antisocialista e il presidente Pertini impegnato invece nel tentativo d’individuare un punto di mediazione tra craxiani e berlingueriani.
Ogni mediazione finì con la morte, improvvisa, del leader comunista, colpito da un malore sul palco di Piazza delle Erbe a Padova. Tra l’assassinio di Moro e la morte di Berlinguer si consumarono i destini della DC e del PCI segnando l’inizio di una partita tattica infinita che entrerà negli annali alla voce “transizione”. Una “transizione” che non è ancora finita…
Trent’anni dopo la morte di Berlinguer l’Unità gli ha dedicato un bell’inserto di ottanta pagine. Vi si ricorda che fu il leader comunista a sollevare la “Questione morale”, un notevole merito storico che deve essergli riconosciuto anche se poi Berlinguer non ruppe con Mosca e dunque finì per posizionare il suo partito in una “diversità” che divenne la madre dell’antipolitica odierna e perché la prefigurava e soprattutto perché rese impossibile la riforma di sistema.
Da allora la crisi ha mostrato il suo vero volto, cioè nessun volto, nessuna specifica identità, se non quella di un familismo amorale, ipocrita, bigotto e insofferente di ogni regola.
Ed eccoci qua, trent’anni dopo, rieccoci alla disoccupazione a due cifre, e mai così tanti giovani senza lavoro. Questo fallimento va ascritto anche alla sinistra italiana che non è stata capace di costruire un grande partito del lavoro. Su questo punto tre generazioni hanno fallito, – da quella dei Togliatti, dei Nenni e dei Pertini fino a quella cui appartiene chi scrive, passando per i Craxi e i Berlinguer. Purtroppo è così.
Mettiamoci una mano sulla coscienza: abbiamo fatto spazio per un quarto di secolo e più alla “lotta di classe dall’alto”, senza mai reagire in modo coordinato, baruffando sempre.
Oggi occorre, dunque, fare quel che non è stato fatto, come dice la leader della CGIL, Susanna Camusso: «Io credo che sia il momento di pensare a un grande partito unico della sinistra che abbia come blocco sociale di riferimento il lavoro».



