Martedì, 29 settembre 2020 - ore 22.12

Una strategia per le missioni internazionali dell’Italia

RIPENSARE AFGHANISTAN, IRAQ E LIBIA

| Scritto da Redazione
Una strategia per le missioni internazionali dell’Italia

Nell’ultimo biennio, si è auspicata da più parti l’apertura di una seria riflessione volta a definire una strategia nazionale per le missioni internazionali, che consenta di adeguare la nostra presenza militare al mutevole scenario geo-strategico e superare la valutazione caso per caso che ne ha caratterizzato ogni singolo avvio.

Molti osservatori hanno espresso dubbi e/o contrarietà rispetto all’inerzia che sembra aver contraddistinto la presenza delle nostre Forze armate nelle aree di crisi dove si è andati sempre con precise motivazioni, ma poi si è rimasti anche quando il contesto è profondamente cambiato.

Non è in discussione l’importanza della nostra partecipazione alle missioni internazionali, che ha fortemente contribuito, oltre che al contrasto di conflitti, terrorismo e instabilità, anche a consolidare l’immagine del nostro Paese in seno alla comunità internazionale, limitando i danni peggiori delle frequenti crisi politiche. Grazie a questo sforzo l’Italia ha mantenuto un ruolo, seppure progressivamente minore, ha tutelato i suoi interessi nazionali, ha rafforzato l’efficienza delle sue Forze armate. Ha anche dato, grazie al nostro modo di intervenire nelle aree di crisi, uno specifico contributo ai tentativi di ricostruirvi le condizioni per un ritorno a quella stabilità che è sempre indispensabile per ogni forma di sviluppo economico, sociale e politico.

Il tema da affrontare non è, quindi, se intervenire, ma per quanto tempo, come, e – soprattutto – dove. Esaminando le tre principali aree di crisi attuali – Afghanistan, Iraq e Libia – si rileva la profonda trasformazione intervenuta in questi ultimi decenni, anche per quanto attiene obiettivi e presupposti del nostro intervento.

Afghanistan

In Afghanistan, diciotto anni or sono le nostre motivazioni erano soprattutto due: contrastare l’organizzazione terroristica al Qaeda e manifestare la nostra solidarietà agli Stati Uniti in ottica transatlantica avendo la Nato attivato per la prima volta nella sua storia l’articolo 5 sulla difesa collettiva. Negli anni successivi, la missione è poi diventata un’azione di sostegno e difesa del nuovo governo di Kabul contro gli oppositori talebani. Quanto questi ultimi siano diversi dai terroristi islamici, al di là delle azioni militari, lo dimostrano le trattative avviate lo scorso anno da Washington per consentire un loro ritiro.

Per altro, questa iniziativa politico-diplomatica è portata avanti senza coinvolgere adeguatamente i Paesi alleati, fra cui l’Italia, confermando che è sempre più difficile partecipare ad iniziative guidate dagli Stati Uniti in cui, prima o poi, non siano loro a decidere loro per tutti. Va, comunque, considerata la persistente debolezza del governo e del contesto etnico-politico afghano, con effetti negativi sulle sue Forze armate, pur addestrate e sostenute dalla Nato (anche con il nostro significativo contributo). Infine, bisogna tener conto dell’evoluzione negativa della collaborazione transatlantica a livello politico ed economico come conseguenza del nuovo approccio strategico americano: aspetto da non sottovalutare nel definire la nostra disponibilità a continuare ad impegnarci in quel teatro.

Iraq

In Iraq, diciassette anni fa gli obiettivi erano più o meno analoghi a quelli in Afghanistan: ricostituire un nuovo governo dopo la sconfitta del regime di Saddam Hussein e confermare il nostro legame transatlantico con gli Stati Uniti. Poi, dopo il ritiro occidentale dall’Iraq nel 2011, visti i progressi dell’Isis nel costituire uno sedicente Stato islamico, dal 2014 si è nuovamente intervenuti nel quadro di una coalizione globale. Dopo la sconfitta militare dell’Isis, l’impegno italiano si è concentrato sull’addestramento delle Forze armate irachene e curde. Anche in questo caso va considerata la persistente crisi politica interna e il non risolto problema della convivenza fra sciiti, sunniti e curdi, nonché le costanti interferenze iraniane.

La recente azione degli Stati Uniti contro Solemaini ha adesso coinvolto direttamente l’Iraq nello scontro fra Washington e Teheran ed ha reso più difficile la presenza delle Forze armate statunitensi. A questa incertezza si aggiunge, nel caso italiano, la mancata informazione da parte americana sull’attacco compiuto, a differenza di quanto fatto con Londra, Parigi e Berlino, nonostante il nostro Paese fornisca il secondo contingente della coalizione internazionale. Nel nuovo scenario va, però, considerato, a differenza del caso afghano, il rischio che un ritiro occidentale favorisca la rinascita dell’Isis, acutizzando la crisi di un’area che è strategica per l’Italia e per l’Europa, con effetti a catena sull’intero Medio oriente (in cui opera anche la missione Unifil II guidata dall’Italia).

Libia

In Libia, falliti i nostri tentativi di trovare soluzioni alternative all’uso della forza da parte degli alleati, nove anni fa abbiamo giocoforza condiviso l’intervento franco-inglese-americano che ha fatto cadere il regime di Gheddafi. Da allora abbiamo portato avanti una politica di sostegno al nuovo governo di Tripoli riconosciuto da Onu, Nato e Unione europea e presieduto da Fayez al-Serraj. Non vi è stato però un impegno veramente efficace e costante né dell’Italia, complice la frequenza dei cambi di governo, né della comunità internazionale per favorire una soluzione condivisa dalle diverse fazioni e tribù, sottovalutando inoltre l’opposizione del generale Khalifa Haftar e i suoi appoggi internazionali. Il nostro interesse si è concentrato sul tema del controllo dei migranti in partenza verso le coste italiane, cercando di evitare le conseguenze della crisi libica, anziché intervenire per rimuoverne le cause. In quest’ottica ci siamo limitati a sostenere il tentativo di ricostituire una guardia costiera libica per frenare le partenze, a spingere alcune tribù nel sud della Libia a non favorire gli arrivi dall’Africa sub-sahariana, a realizzare un ospedale da campo a Misurata (simbolicamente fra Tripoli e Bengasi).

Nel frattempo, lo scontro politico interno alla Libia si è trasformato in scontro prevalentemente militare, con l’aggravante dell’ormai diretto coinvolgimento internazionale non solo dei Paesi arabi che, insieme alla Russia, sostengono Haftar, ma anche della Turchia a favore di al Serraj. Ma la Libia rappresenta per l’Italia un’area di interesse strategico: qui viene estratta e da qui transita una parte importante dell’energia che consumiamo, qui sono stati fatti importanti investimenti economici, qui passa la maggior parte dei migranti che arrivano da noi. Questa è, anche storicamente, la nostra porta sull’Africa.

Qui avremmo dovuto e oggi dovremmo concentrare i nostri sforzi politici, militari ed economici per arrivare rapidamente alla sua stabilizzazione con una strategia che tenga conto dei cambiamenti intervenuti in questo decennio e del quadro regionale.

Di fronte alla complessità di questo quadro serve una nuova strategia italiana di intervento militare e civile in questi teatri, nonché in altri contesti importanti quali Libano, Balcani, Corno d’Africa e Niger, in grado di tutelare i nostri interessi nazionali. Una strategia con una proiezione temporale che superi l’episodicità di questi ultimi venti anni, e coinvolga opinione pubblica e decisori in una riflessione sulla necessità di contrastare le nuove minacce che si stanno profilando.

 

 

fonte https://www.affarinternazionali.it

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