Mercoledì, 08 febbraio 2023 - ore 08.13

25 aprile del 70° Controcopertina: il giorno dopo

Ripartire per vincere “quella stanchezza della libertà, che non è più una meta, un bene che custodiamo con passione. Una stanchezza che rischia di essere l’orizzonte della nostra epoca “.

| Scritto da Redazione
25 aprile del 70° Controcopertina: il giorno dopo 25 aprile del 70° Controcopertina: il giorno dopo 25 aprile del 70° Controcopertina: il giorno dopo

Dopo tanto tuonare, finalmente avrebbe piovuto. In realtà, per settimane c’erano state tutte le premesse per una riedizione delle criticità che, per qualche anno, si erano concentrate, come la proverbiale dispettosa nuvoletta di Fantozzi sul 25 e sul 26 di ogni aprile che il buon dio mandava sulla terra.

Corteo e manifestazione di celebrazione del 25 aprile gravemente disturbati (quindi, vanificati nel loro significato) dai testimoni di un antifascismo intransigente (gli stessi che hanno messo a ferro e a fuoco Cremona sabato 24 gennaio).

Messa di ricordo e di suffragio nella chiesa e lungo i viali del Civico Cimitero con modalità gravemente lesive delle leggi che fanno divieto di apologia del fascismo.

Del sereno svolgimento della celebrazione del 25 aprile del 70° della Liberazione abbiamo già detto nel precedente pezzo.

Aggiungiamo solo che, se si vuole scoprire la ricetta della bonifica di un clima non esattamente proclive ad una serena testimonianza civile, non è difficile avere utili riscontri in una gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico che ha completamente invertito l’ordine dei fattori delle recenti esperienze.

Con l’aggiunta di una più convinta e plurale scesa in campo di associazioni, semplici cittadini, opinione pubblica; ben determinate a dimostrare che le scelleratezze degli anni addietro non sarebbero state più tollerate.

Parimenti da qualche mese è andata crescendo  la consapevolezza che altrettanto non più tollerata sarebbe stata una manifestazione neo-fascista travestita da rito religioso.

Travestimento un po’ fastidiosamente tollerato, più che per quieto vivere per neghittosità a far rispettare le leggi, da chi avrebbe dovuto tutelare la legalità e da chi avrebbe dovuto testimoniare le radici antifasciste della Repubblica.

Travestimento, d’altro lato, se non proprio assecondato, certamente non contrastato da un officiante che, con la scusa di benedire alcune tombe, non ha mai alzato una voce minimamente severa sulla testimonianza non commendevole di relativi inquilini.

Ma, evidentemente, ad un agglomerato di fede religiosa e di prassi politica, com’è la Chiesa, ben poco si deve insegnare in materia di percezione del passaggio del segno.

Sia come sia, sugli auspici di un rasserenamento del contesto (ammesso che possa essere anche minimalmente sereno un contesto in cui, a settant’anni dalla fine di un tragico conflitto e di una vergognosa dittatura durata un ventennio, qualcuno continui a rinverdirne la memoria) ha pesato l’evidente azione sinergica del Comune, che ha proibito la manifestazione sotto mentite spoglie, e dell’autorità religiosa, che, revocando la messa “dedicata”, ha finito per togliere qualsiasi alibi.

Le date sono state a ridosso. Il rito religioso di suffragio per i caduti per la libertà, molto partecipato, si è snodato serenamente; con l’intervento di due eminenti monsignori e del, pur relegato in ruolo ausiliario, parroco del Cimitero.

Che il giorno successivo avrebbe celebrato la normale messa domenicale.

Prima di dire come si è svolta “la normale messa domenicale”, riveleremo un curioso e, per alcuni aspetti, bizzarro aneddoto. Al termine del rito, il concelebrante don Mori, derubricato al ruolo di chierichetto, ha, per un dispetto del destino, distrutto (detto senza alcuna volontà di mancare di rispetto) quelli che lo Smilzo di Peppone e don Camillo definiva gli arnesi ( “"Si, la secchia e il pennello: c'è da benedire”). Evidentemente il reverendo si trova a mal partito nel tempio dei Partigiani.

Domenica 26, come annunciato, messa di suffragio negata ai nostalgici della RSI. Che si sono radunati nello spiazzo antistante la chiesa per una severa intemerata  all’indirizzo della Curia Vescovile, matrigna, a dire del leader D’Angelo, con chi non “ha gettato nella polvere il tricolore con l’aquila” ed onora i propri caduti (ndr, combattenti, squadristi ed appartenenti alle SS ed al Terzo Reich). E prodiga con i “vincitori”. Intemerata che non ha messo in alcun imbarazzo don Mori, il quale, deposti “gli arnesi” ed indossato il clergyman, non ha rinunciato, parole sue, “alla libertà di benedire dei defunti” (ndr: la tomba di Farinacci e quella dei caduti della RSI).

Posta così, soprattutto, col corollario di esibiti “saluti”, la performance ha continuato ad integrare il profilo della violazione della legge Scelba.

Va aggiunto, ad onor del vero, (fatto che non costituisce comunque esimente per una doverosa denuncia) che le misure restrittive del combinato tra autorità civile e religiosa hanno quanto meno ridimensionato il cliché del passato.

Aggiungiamo che i ranghi esibiti dal fascismo “nostalgico” possono, in qualche misura, tranquillizzare sull’eventualità di un imminente ritorno, sui più alti pennoni, dei vessilli della RSI (come ha garantito un oratore di nazionalità italiana, supportato da analoghe certezze dell’unica delegata della falange spagnola).

Che il timbro della rimpatriata, su cui ha certamente pesato il giro di vite (a dimostrazione del fatto che quando c’è funziona), sia stato decisamente minore era del tutto evidente. Sin dall’abbrivio, con un rapido inventario dell’organizzatore, che ha rampognato la pigrizia o la pusillanimità di chi non vuole esporsi.

Fin tanto che si ripeteranno questi riti, che denunciano l’assenza di un animo sgombero da nostalgie e da rancori,  non esisteranno chiaramente le condizioni per fare dell’Italia un’entità cementata dalla condivisione delle comune radici che si fondano nella libertà e nella democrazia conquistate dalla svolta di settant’anni fa.

L’Italia che volesse guardare al futuro avrebbe bisogno di una storia condivisa.

Non già di una memoria condivisa. Infatti, storia e memoria sono entità non certo contrapposte, ma nient’affatto sovrapponibili.

Non ci può essere dialogo con chi esibisce certe continuità.

Possono soccorrere, nell’intento di parlare a nuove generazioni sempre più disorientate, le medesime riflessioni svolte più autorevolmente di noi da grandi pensatori.

“Nel 1944 voleva arruolarsi nelle brigate nere della RSI per riparare al disonore di aver cambiato alleato, la Germania nazista, nel corso della guerra.

Rivendica di aver scelto la fedeltà a un alleato razzista, imperialista, stragista, nemico dell’umanità” (Benedetto Croce).

Chi rifiuta il diritto degli italiani occupati dai nazisti a tradire l’alleanza voluta da Mussolini per paura e convenienza, più che per ragioni ideologiche, rifiuta il diritto umano a scegliere tra giusto ed ingiusto.

Giorgio Bocca: “Una delle ragioni per cui chi conosce la Resistenza pensa che essa sia stata fondamentale per la nostra democrazia è che essa non fu concessa a malincuore da un sovrano, ma guadagnata con fatica e sangue da una generazione di italiani”.

Da qui bisogna ripartire, tutti. Per vincere, come ha nei giorni scorsi sostenuto Pierluigi Battista, “quella stanchezza della libertà, che non è più una meta, un bene che custodiamo con passione. Una stanchezza che rischia di essere l’orizzonte della nostra epoca “.  

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