Lunedì, 13 luglio 2020 - ore 17.39

AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

mostriamo al mondo la gestione tutta "italiana” dell’emergenza globalizzata

| Scritto da Redazione
AI TEMPI DEL CORONAVIRUS AI TEMPI DEL CORONAVIRUS AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Si dice che durante una crisi occorra soprassedere sulle diversità di vedute e fare fronte unico per la sua risoluzione che, senza essere necessariamente cinesi, significa per il bene comune.

Il primo a disattendere l’auspicio di cui sopra con la stucchevole (quanto inutile) polemica innescata è stato il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nei confronti del Governatore della Lombardia, Attilio Fontana, sulla corretta o meno applicazione dei protocolli di sicurezza per arginare l’inevitabile contagio da COVID-19 (il nome in codice dell’attuale Coronavirus) il quale replica di non essere stato ascoltato quando dichiarava la necessità di chiudere porti ed aeroporti oltre a misure di quarantena per i rimpatriati.

Ma quello che sta passando davvero in cavalleria è l’isteria delle misure adottate dal Governo con l’avallo del Ministro della Salute, Roberto Speranza, che in questi giorni su “Il Fatto Quotidiano” dichiara: “Descrivere Italia come paese travolto dall’emergenza è un danno. Non dobbiamo avere paura”!

Ad essere sinceri la paura c’è stata e c’è tutt’ora. Addirittura, per poco, non abbiamo sfiorato il panico.

Questa situazione è figlia soprattutto dell’inconsapevolezza da parte della cittadinanza di ciò che stava realmente accadendo, soprattutto nelle prime ore dalla scoperta del “paziente 1”. Il vuoto di informazione ufficiale di parte governativa (perentoria ed autorevole) è stato riempito dalle fake news a mezzo social, ma guarda un po’. Se poi, si attiva la Protezione Civile davanti ai presidi ospedalieri e si mettono sotto sequestro con le forze dell’ordine interi comuni già posti in quarantena, non si fa un’operazione volta a rassicurare la popolazione, anzi. Vogliamo aggiungere le mascherine portate da alcuni nostri rappresentanti in parlamento? Erano forse malati? Se ne stiano a casa, dunque. Proprio un bell’esempio di comunicazione non verbale!

Ora, dopo un apparente eccesso di zelo, pare esserci una parziale retromarcia rispetto alle misure di prevenzione adottate.

Per evitare che si ingenerasse la paura nella popolazione, caro Ministro, si sarebbe dovuto preventivamente fare una corretta informazione sui rischi di contagio e sulla pericolosità derivanti: il livello di letalità, infatti, nonostante l’alta trasmissibilità del virus in questione, è risultato bassissimo e circoscritto ai soggetti la cui salute era già gravemente compromessa da altre patologie. Si badi, nel rispetto dei malcapitati, non vogliamo lasciare intendere che la loro morte valga meno di altre, ma, ad un mese dai fatti di Wuhan, possibile che nessuno del ministero abbia contattato l’OMS per avere un minimo di indicazioni sul comportamento da tenere per il contenimento del coronavirus? Tutto ciò sarebbe servito, non tanto per annullare gli effetti del contagio, ma quanto per mitigarne il più possibile gli effetti.

E perché il resto d’Europa ha fatto diversamente da noi?

Ad oggi, il principale danno risulta tutto a carico del nostro sistema economico. Alcune stime parlano del 50% delle prenotazioni annullate da parte dei turisti stranieri da qui per i prossimi mesi!

Un’ultima stoccata va riservata al Sistema Sanitario Nazionale, declinato regionalmente e integrato con le strutture private che così non regge. Che ruolo stanno avendo in questa partita i presidi privati? L’integrazione vale solo per la “crema” delle specializzazioni? Quelle programmabili o lautamente pagate? Per questi presidi e i loro medici non esiste precettazione in caso di emergenza, calamità naturali, guerra, etc…? Tutto ciò è conseguenza dello sciagurato metodo della revisione dei costi della sanità per mezzo della logica-illogica serie di tagli orizzontali da una parte e, dall’altra, attraverso la rimodulazione della rete delle ASST verso una struttura verticistica dei presidi ospedalieri in direzione delle aree già meglio servite e densamente popolate, a discapito delle periferie.

Viste le ormai note vicissitudini della nostra ASST cremonese, forse, sarebbe il caso di inserire nel “famoso” DM70/2015 una migliore copertura (qualitativa) di aree vaste come la nostra, a bassa densità di popolazione e mal servite dalle infrastrutture trasportistiche. Inoltre, sarebbe il caso di introdurre anche il concetto di sussidiarietà e non di integrazione con le strutture private, altrimenti, meglio deviare verso un sistema unico nazionale, ma a partecipazione privata.

Allo stato dell’arte, a noi cittadini del sud Lombardia, la salute costa due volte (la prima per le cure vere e proprie, la seconda per trasporto, vitto e magari alloggio) rispetto ad un milanese o ad un bresciano.

In un mondo globalizzato, a causa del quale abbiamo già perso le battaglie politiche economiche e sociali, potevamo almeno contare sulla salute ...o forse non più?

TA

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