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Alle Olimpiadi di Rio2016 Partecipa una squadra di atleti rifugiati sotto bandiera a 5 cerchi

A Rio, per la prima volta nella storia, partecipa una squadra composta di rifugiati. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni nei loro paesi, ma ora gareggiano con i migliori al mondo, sotto la bandiera a 5 cerchi e l'egida dell'Unhcr

| Scritto da Redazione
Alle Olimpiadi di Rio2016  Partecipa una squadra di atleti rifugiati sotto bandiera a 5 cerchi

Olimpiadi Rio2016  Partecipa una squadra di atleti rifugiati sotto bandiera Unhcr

A Rio, per la prima volta nella storia, partecipa una squadra composta di rifugiati. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni nei loro paesi, ma ora gareggiano con i migliori al mondo, sotto la bandiera a 5 cerchi e l'egida dell'Unhcr

Qualche giorno fa Yusra Mardin, 18 anni, siriana, si è tuffata nella piscina olimpica di Rio. Ha nuotato al meglio delle sue possibilità. La prima batteria dei 200 metri stile libero l'ha vinta, poi è arrivata l'eliminazione in semifinale. Fuori dall’acqua, però, Yusra sorrideva comunque. Perché è stata la prima della sua squadra a gareggiare, e anche perché la notte della cerimonia d’apertura, in un Maracanà acceso come un’astronave, portava alta la bandiera della sua squadra. Era una bandiera olimpica con i cinque cerchi colorati, e dietro di lei sfilava il team dei rifugiati. Una squadra che partecipa, per la prima volta, alle Olimpiadi di Rio. E’ un evento storico e racconta molto bene il mondo che stiamo vivendo.

Annunciata dal Comitato Olimpico Internazionale il 3 giugno scorso, la partecipazione del team nasce dalla lunga collaborazione dell’Unhcr con il Comitato olimpico internazionale.  “La loro partecipazione alle Olimpiadi è un omaggio al coraggio e la perseveranza di tutti i rifugiati nel superare le avversità e costruire un futuro migliore per sé stessi e le loro famiglie. L’Unhcr sta con loro e con tutti i rifugiati”, ha commentato Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati.

La squadra Atleti Rifugiati Olimpici, a dire il vero, non è molto nutrita, e con ogni probabilità non conquisterà nessuna medaglia, ma è il frutto più evidente di un lungo lavoro  nella promozione del ruolo dello sport nello sviluppo e benessere dei profughi. Oltre a Yusra Mardin, c’è un altro nuotatore siriano, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, e sei corridori provenienti da Etiopia e Sud Sudan. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni nei loro paesi e hanno cercato rifugio in luoghi come il Belgio, la Germania, il Lussemburgo, il Kenya e il Brasile. Ecco le loro storie, rese pubbliche proprio dall’Unhcr.

Yusra Mardini, 18 anni, Siria, 200-metri stile libero. Appena la fragile imbarcazione ha iniziato ad imbarcare acqua, Yusra Mardini sapeva cosa fare. Alla deriva al largo della costa turca con circa 20 altre persone disperate a bordo, l’adolescente di Damasco è scesa in acqua con la sorella, Sarah, e ha cominciato a spingere la barca in direzione della Grecia. Non molto tempo dopo il suo arrivo in Germania, nel mese di settembre 2015, ha iniziato ad allenarsi con il club di Berlino “Wasserfreunde Spandau 04”.

Rami Anis, 25 anni, Siria, 100 metri farfalla Rami ha cominciato ad allenarsi in piscina quando aveva 14 anni, e viveva ad Aleppo. Quando i bombardamenti e i rapimenti hanno cominciato a diventare più frequenti, la sua famiglia lo ha messo su un aereo per Istanbul così che potesse andare a vivere con suo fratello maggiore. I mesi sono diventati anni, e Rami ha usato questo tempo per perfezionare la sua tecnica di nuoto. Ma senza nazionalità turca  non poteva partecipare ad alcuna gara. Rami, allora, si è imbarcato su un gommone gonfiabile verso l’isola greca di Samos. Alla fine del suo viaggio, ha raggiunto il Belgio, dove ha cominciato ad allenarsi con una ex nuotatrice olimpionica, Caroline Verbauwen.

Yolande Mabika, 28 anni, Repubblica Democratica del Congo,  judo (pesi medi).I conflitti nell’est della Repubblica Democratica del Congo separarono la famiglia di Yolande, quando era ancora piccola rimase senza genitori. Ha scoperto il judo, ed è andata avanti ad allenarsi e a partecipare a tornei sempre più importanti. Quando nel 2013 era a Rio per competere alle Gare Mondiali di Judo (World Judo Championship), il suo allenatore le ha confiscato il passaporto e limitato l’accesso al cibo. Stanca di anni di abusi, Yolande ha abbandonato l’albergo e ha vagato per strada in cerca di aiuto. Ora, come rifugiata in Brasile, ha ottenuto un posto nella squadra di Atleti Rifugiati Olimpici.

Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, Sud Sudan, 1.500 metri Solo pochi anni fa, Paulo Amotun Lokoro era un giovane pastore a guardia dei pochi capi di bestiame della sua famiglia nelle pianure di quello che oggi è il Sud Sudan. Racconta che “non conosceva nulla” del mondo tranne la sua terra d’origine, che era in guerra per quasi tutta la durata della sua vita. E’ stato quel conflitto che lo ha spinto a fuggire nel vicino Kenya, dove viveva in un campo profughi. Alla fine, ha guadagnando un posto nella squadra dei rifugiati che si allenava vicino a Nairobi sotto la guida di Tegla Loroupe, il famoso corridore keniano che detiene diversi record mondiali.

Yiech Pur Biel, 21 anni, Sud Sudan, 800 metri Costretto a fuggire dai conflitti in Sud Sudan nel 2005, Yiech Pur Biel è finito in un campo per rifugiati nel nord del Kenya. Ha cominciato a giocare a pallone qui, ma poi ha scoperto il suo talento per la corsa. “Nel campo per rifugiati, non abbiamo servizi – dice - non abbiamo neppure le scarpe. Non ci sono palestre. Anche il tempo non è favorevole al nostro allenamento, perché da mattina fino a sera fa molto caldo.”

Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, Sud Sudan, 800 metri Fino ad un anno fa, Rose Nathike Lokonyen era a stento consapevole del suo talento. Non aveva mai partecipato ad una competizione, neanche amatoriale, dopo essere fuggita dalla guerra in Sud Sudan quando aveva 10 anni. Poi, durante una gara nel campo per rifugiati dove vive, nel nord del Kenya, un insegnante ha suggerito che provasse a correre una 10 km. Da quel momento, Rose si è trasferita in un campo dove fosse possibile allenarsi vicino a Nairobi, capitale del Kenya.

Popole Misenga, 24 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo (pesi medi). Popole Misenga aveva appena nove anni quando fu costretto a fuggire dai combattimenti a Kisingani, nella Repubblica Democratica del Congo. Separato dalla sua famiglia, è stato salvato dopo aver passato otto giorni nella foresta e portato nella capitale, Kinshasa. Lì, in un centro per i bambini sfollati, ha scoperto il judo. Ai campionati del mondo 2013 a Rio, dove è stato privato di cibo e eliminato al primo turno, ha deciso di chiedere asilo.

Yonas Kinde, 36 anni, Etiopia, maratona Su una collina che affaccia sulla città di Lussemburgo, Yonas Kinde si muove lungo la pista da atletica con determinazione e grazia. Yonas, che vive a Lussemburgo da cinque anni, non si ferma mai. Ha sempre seguito corsi di lingua francese, mentre faceva il conducente di taxi e si guadagnava da vivere, e mentre si allenava anche per diventare un corridore migliore. Lo scorso ottobre, in Germania, ha finito una maratona nello sbalorditivo tempo di 2 ore e 17 minuti.

Anjelina Nadai Lohalith, 21 anni, Sud Sudan, 1.500 metri Anjelina Nadai Lohalith non vede o non parla con i suoi genitori da quando aveva sei anni ed è stata costretta a fuggire dalla sua casa nel Sudan meridionale. Quando la guerra è arrivata nel suo villaggio, “tutto è andato distrutto”. Anjelina ha sentito dire che i suoi genitori sono ancora vivi, ma “la carestia è stata molto pesante.” Aveva capito di essere brava in atletica dopo che aveva vinto le competizioni scolastiche nel campo per rifugiati dove ora vive, nel Kenya settentrionale. Ma è stato solo dopo che alcuni allenatori professionisti sono andati a selezionare gli atleti per uno speciale campo di allenamento che ha capito quanto davvero fosse veloce.

James Nyang Chiengjiek, 28 anni, Sud Sudan, 800 metri All’età di 13 anni, James Nyang Chienjiek è fuggito dalla sua casa, che si trovava in quello che era allora il Sudan meridionale, per sfuggire al rapimento dei ribelli che stavano arruolando a forza bambini soldato. Rifugiato in Kenya, andava a scuola in una cittadina su un altopiano nota per i suoi corridori e così per la prima volta si è unito ad un gruppo di ragazzi più grandi che si allenavano per gare di lunga distanza. All’inizio non aveva scarpe da corsa adeguate, a volte le prendeva in prestito da altri, ma comunque vinceva sempre.

Fonte : rassegna sindacale 

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