Mercoledì, 06 maggio 2026 - ore 04.02

Andiamo a comandare? Di Giampiero Carotti (Soresina)

Siamo nel pieno di una ondata populistica e superficiale che squalifica il confronto, l'analisi, la creazione di un terreno condiviso, la costruzione di compromessi alti, che vengono presentati tutti come “inciuci”, come elementi deteriori della politica per sostituirvi il “fare” fine a se stesso, nella forma del comando.

| Scritto da Redazione
Andiamo a comandare? Di Giampiero Carotti (Soresina)

In questo modo si uccide la politica vera, che è per definizione la creazione di compromessi; di compromessi il più alti possibile, quelli cioè in cui si concede ad ognuna delle parti in gioco il massimo possibile. Certo, imporre le proprie scelte è una strada molto comoda, ma l'imposizione tradisce una delle regole di base della politica, quella che impone il rispetto di chi non è d'accordo con noi, privilegiando la convivenza rispetto all'uso del potere.

E' come se tra due coniugi si verificasse un dissidio sulle vacanze: lei vuole passare quindici giorni al mare e lui in montagna. L'arte del compromesso, che prevede la ricerca e la realizzazione di soluzioni che medinio tra posizioni in partenza apparentemente inconciliabili, può portare in varie direzioni, tutte plausibili, ognuna più o meno adatta al tipo di legame che esiste tra i coniugi, ai loro caratteri: si può decidere che ognuno va dove vuole per una settimana e la seconda settimana la si passa insieme in collina; può essere che si faccia una settimana al mare e una in montagna; può essere che ognuno vada dove vuole con i soldi propri e i propri amici; può essere che si decida per quindici giorni in Liguria, così a giorni alterni si può fare una passeggiata in montagna o passare la giornata in spiaggia. Tutte queste ed altre possibili soluzioni sono frutto di un qualche tipo (più o meno alto) di compromesso e sono tutte meglio che litigare e rischiare di non andare in vacanza, o passare quei quindici giorni senza parlarsi, arrabbiati come iene: sono meglio soprattutto perché quel paziente e difficile lavoro rinsalda il legame tra i coniugi. Al contrario, il marito può - cinque minuti dopo aver concluso il diverbio con la moglie - uscire di casa sbattendo la porta, andare in agenzia e prenotare quindici giorni in montagna con i propri amici del bar. Può cioè imporre la propria scelta, per potersi valere dell'enorme vantaggio che dà il partire non da una condizione di parità ma dal fatto compiuto: “Di' quello che vuoi, tanto ho già prenotato quindici giorni in montagna”. Così la moglie si sentirà pressata dall'avvicinarsi della vacanza fissata dal marito, sarà condizionata a dire di sì per non perdere i soldi della caparra, si sentirà squalificata e svilita. Ecco, questa è una cosa che in una coppia è sempre bene non fare, perché o ci si rispetta o ci si comanda: e a nessuno piace essere comandato. Con queste premesse il “Vai a quel paese tu e la tua montagna” è la reazione più logica e comprensibile che il marito deve mettere in conto.

Ogni riferimento al doloroso strappo che questo governo ha deciso di operare nel corpo della nazione facendo passare a tutti i costi la “propria” riforma di Costituzione e di legge elettorale non è puramente casuale.

Giampiero Carotti (Soresina) 

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